Albano Carrisi è pronto per tornare a Sanremo nel 2023

È quando cammina da solo nel bosco che circonda la sua tenuta, all’ombra di ulivi secolari, cantando È la mia vita, o quando sorseggia il suo rosso pregiato, che Al Bano si ritrova a pensare. A chi era, ai suoi sogni, a quanto ha realizzato nelle 79 primavere compiute il 20 maggio. Hai fatto un bilancio? «Per indole preferisco guardare avanti, proiettarmi verso il futuro, più che voltarmi e ripercorrere il passato. Ma una cosa l’ho pensata.

Quando ero ragazzino e lavoravo nei campi con mio padre avevo un sogno, una meta da raggiungere: cantare. Oggi ammetto di aver fatto più di quanto mi aspettassi. La vita è stata generosa con me. Dico generosa perché mi ha dato questa voce, che mi ha permesso di farmi conoscere nel mondo, mi ha fatto costruire una famiglia, sempre più grande, grazie all’arrivo dei tre nipotini. La vita mi ha dato tanto, ma io non mi sono mai risparmiato.

E lei non mi ha fatto sconti». In che senso? «Se sfoglio le pagine della memoria ce ne sono alcune nere, dure, tragiche, prima su tutte la scomparsa di mia figlia Ylenia. Ma anche in questi casi l’esistenza mi ha trovato lì, seppure piegato dal dolore, dritto ad affrontarla. Senso del dovere, umiltà e onestà me li hanno insegnati i miei genitori. Oggi gli stessi valori li trasmetto ai miei ragazzi: Yari, Cristel, Romina, Jasmine e Bido. Sono coscienziosi, intelligenti, con tanta voglia di fare. Sono un papà, e ora anche un nonno, molto orgoglioso». Nelle foto hai accanto Jasmine, alla vigilia dei suoi 21 anni. «È una ragazza solare, grintosa e studiosa.

Ama la musica, canta ed è anche brava. Io assecondo la sua passione, ma per me è essenziale che continui l’università. È autonoma, non c’è bisogno che glielo ricordi troppo. È un pochino introversa, ma più passa il tempo più ci confrontiamo». Chiediamo a Jasmine se vuole seguire le orme di papà. «Il mio sogno è cantare, ma sto anche pensando alla mia formazione scolastica perché non si sa mai. Mi confido con papà, lui stimola la mia parte creativa. Ha una mente molto aperta, è super moderno: viaggia da una vita, è come se appartenesse a tutte le generazioni.

Essere sua figlia penso possa rappresentare un buon trampolino di lancio, ma c’è anche l’altro risvolto della medaglia, ossia i pregiudizi che spesso nascono nei miei confronti. Ma questo mi porta a impegnarmi di più, a dare il mio meglio». Al Bano, posi anche con Loredana Lecciso, alla quale sei legato dal 2000. «Tu lo sai quanto io sia restio nel raccontare della mia sfera privata, non amo mettere a nudo i sentimenti, per pudore, per riservatezza.

Loredana è bella, intelligente, è la madre di due dei miei figli, è attenta, pratica e nella loro educazione siamo allineati. Questo le vale il mio massimo rispetto. La nostra vita comune è stata a fasi alterne, abbiamo avuto momenti neri, ma in tutto questo tempo mi sono piaciute la sua solidità e la voglia di famiglia. Questa evoluzione ci regala oggi un equilibrio e una dimensione più maturi. Comunque, anche nei sentimenti io lascio emergere l’animo contadino». Ossia? «I rapporti in genere sono come le piante: hanno bisogno di cure, attenzioni, pazienza, altrimenti non danno i risultati che ti aspetti. Nel terreno dei miei legami, io non ho mai fatto nascere la gramigna: ho cercato sempre di coltivare frutti e fiori.

E questo vale in ogni tipo di rapporto umano. La generosità è un altro valore che mi hanno trasmesso i miei». Parlando di generosità, da qualche mese ospitate, in uno spazio della tenuta, alcuni profughi ucraini in fuga dalla guerra. «Una madre, suo figlio e due ragazzi. Sono convinto che chi ha di più debba fare qualcosa per chi ha bisogno. Ma anche quando avevo meno, non mi sono mai sottratto. È sempre stato un grande dono poter tendere la mano.

Quando l’umanità chiama, la mia risposta è: presente! L’idea di ospitare queste persone è venuta in contemporanea a Loredana e a me. Ero in America quando ci siamo confrontati e ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda. Ora loro mi sembrano più sereni qui con noi, per quanto si possa esserlo sapendo che c’è una guerra nel tuo Paese. Un conflitto assurdo, senza senso, che spero finisca il prima possibile. Il termine guerra dovrebbe sparire dal vocabolario e dalla mente umana. Da padre, da nonno, da uomo cristiano prego ogni giorno affinché accada, per ritornare a pensare al futuro con serenità».

È importante per te la fede? «È indispensabile. Assieme alla famiglia è la mia più grande ricchezza. Ma mi è anche capitato di metterla in discussione. Quando è scomparsa mia figlia, quando è finito il matrimonio con Romina, non riuscivo a darmi risposte, vivevo uno tsunami esistenziale, ero talmente smarrito che avevo perso il mio rapporto con Dio. Dopo qualche mese ho capito che al danno, alla tragedia, avevo aggiunto un altro danno: allontanarmi dalla fede.

E così l’ho recuperata, più forte e solida che mai. E da allora mi guida verso il futuro». Futuro, appunto: che progetti hai? «Sto costruendo una meravigliosa cantina e ho l’ambizione di produrre cinque milioni di bottiglie l’anno, mentre ora siamo a un milione e 650 mila. Musica e buon vino sono un binomio perfetto per condividere i momenti insieme. Poi ci sono progetti belli per il cinema, ma è ancora prematuro parlarne. E dopo le difficoltà della pandemia, stanno ricominciando i concerti: sono felicissimo! Confesso che sto pensando al Festival di Sanremo del prossimo anno: il brano che vorrei proporre è pronto.

Quando mi chiedono: “Ma non rallenti mai?”, scuoto la testa. Non ce la faccio. Il lavoro, l’amore del pubblico, cantare, sono linfa vitale». Non hai mai pensato di smettere, anche se lo avevi annunciato, vero? «Quando ho avuto il problema alle corde vocali, un edema che mi impediva di cantare, l’ho pensato. Iniziavo un brano e mi si spezzava la voce: pensavo che tutto fosse finito. Ma è successa una cosa pazzesca, la risposta ai miei dubbi». Ce la racconti? «Ero andato a Pietrelcina per una trasmissione dedicata a Padre Pio. Assieme al maestro Alterisio Paoletti andammo a fare una passeggiata sul percorso che amava Padre Pio. Entrammo in chiesa, eravamo soli. D’istinto iniziai a cantare una melodia spingendo la voce. Con mio stupore mi accorsi che non facevo fatica, che non si interrompeva più. Sono convinto che quella passeggiata sia stata l’inizio di una nuova fase di carriera che vorrei mi accompagnasse per sempre».

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