Chi è Alessandro Orsini, ecco quello che abbiamo scoperto

Esistono due Alessandro Orsini: il sociologo esperto di terrorismo internazionale e geopolitica; e il personaggio televisivo che surfa tra Cartabianca e Piazzapulita ma soprattutto sulle ondate polemiche per le sue posizioni – anti Nato, anti Draghi − sulla guerra in Ucraina. L’Orsini 1 si divideva tra università, libri in grado di suscitare dibattiti, un’ipertrofica pagina Facebook, qualche ospitata in tv e, dal 2014, una rubrica – atlantista – sul Messaggero (Atlante).

L’Orsini 2 è evoluzione recente ed è costata al professore il trasloco dal Messaggero al Fatto Quotidiano, oltre a mille battibecchi televisivi su bambini felici in dittatura e nonni che lo erano altrettanto nei primi anni del 1900. Insomma, se l’Orsini 1 studiava la radicalizzazione dei terroristi sul web, l’Orsini 2 si è radicalizzato in tv. Entrambi diffidano della carta stampata, sospettata di alterare volutamente toni e contenuti.

E infatti interviste Orsini non ne rilascia, preferisce il piccolo schermo, dove sa di avere maggior controllo. La prima volta che ci mette piede è il 17 gennaio del 2010, a Tv2000, invitato per aver denunciato concorsi truccati alla facoltà di Sociologia di Chieti. Da allora, ci è stato centinaia di volte, anche se solo di recente il grande pubblico si è davvero accorto di lui. Le istituzioni, invece, lo conoscono da tempo e sono molte quelle che negli anni gli hanno chiesto analisi sulla sicurezza internazionale, dalla Presidenza del Consiglio al Parlamento, al ministero della Difesa, degli Esteri, dal Comando generale Guardia Costiera a importanti multinazionali.

Ma da dove arriva e chi è Alessandro Orsini? Si laurea in Sociologia a Roma (era andato via da casa a 18 anni, mantenendosi facendo il cameriere), fa il dottorato di ricerca a Tor Vergata, dove nel 2013 fonda e dirige il Centro per lo studio sul terrorismo internazionale. Dopo una borsa di studio a Boston, nel 2016 entra alla Luiss e fonda Sicurezza Internazionale (quotidiano on line di politica internazionale) e l’Osservatorio sulla sicurezza internazionale, che dirige.

Nel frattempo, pubblica libri su Isis, immigrazione e uno – controverso – su Gramsci e Turati. Innesca dibattiti nei quali però rimane sempre un po’ sullo sfondo. Fin qui, l’Accademia. E il privato? È nato a Napoli e ci è rimasto fino al primo anno delle superiori, in una casa in centro. A scuola non ci stava bene, era timido, bullizzato ed è lì che probabilmente è nato quel riflesso condizionato che lo porta a vedere le polemiche di cui è protagonista come un accerchiamento da cui difendersi.

Quando ha 15 anni, la sua famiglia lascia Napoli e lui si diploma al Liceo Classico Dante Alighieri di Latina, dove fa il rappresentante di classe e poi di istituto, e dove entra in contrasto con preside e professori. Tranne che con una, quella di filosofia, che per lui diventa una specie di guida. Gli attriti coi docenti non sono però una novità, ne sa qualcosa il suo ex prof di religione a Napoli, con cui da adolescente battibeccava. Se a scuola le cose vanno un po’ così, a casa il giovane Orsini scopre il gusto per lo studio.

Passa ore nella biblioteca del padre, sogna di fare lo scrittore e inizia in quarta elementare a scrivere racconti. Col papà, mancato qualche anno fa, ha un rapporto strettissimo. Lui, Arturo Orsini, era direttore della Scuola di psicologia clinica della Sapienza di Roma, dove era ordinario di Teoria e tecniche dei test di personalità. Stimatissimo psicoanalista junghiano, “misurava” l’intelligenza dei bambini. Chi conosce Alessandro sostiene sia stato lui a trasmettergli l’attaccamento alla famiglia.

Orsini ne è gelosissimo, non vuole si parli della moglie, dei figli. Pare sia ossessionato dall’idea che si sappia da dove fa il pendolare con Roma e le città in cui il lavoro lo porta. Un’ossessione legata a ragioni di sicurezza, essendosi a lungo occupato, Alessandro, di terrorismo e formazioni di estrema destra. Poi però se si scorre (di molti anni) la sua pagina Facebook si deduce che la casa di campagna che gli fa da buen retiro è nelle Marche («La Regione più bella d’Italia, quindi del mondo», scrive), e che nei dintorni di Chieti sono tutti i luoghi del cuore in cui si rifugia appena può, dal monastero di San Francesco di Guardiagrele (dove ha scritto parte dei suoi libri) al piccolo comune di Rapino («Il luogo che amo di più al mondo», scrive) alle campagne e le montagne in cui da bambino si arrampicava sugli alberi e oggi si perde in passeggiate.

Nella biblioteca di Guardiagrele il prof da ragazzo ha letto il primo libro di quello che sarà il suo “maestro”, il sociologo Luciano Pellicani: una volta a Roma, durante il suo dottorato di ricerca si procurerà il numero di Pellicani e lo chiamerà da una cabina a gettoni sulla Laurentina, per manifestargli ammirazione. Pellicani lo inviterà a casa e diventeranno amici. Ma a parte lui, Orsini coltiva amicizie molto lontane da quelle dell’accademia: il suo giro stretto non è fatto di professori ma di amici di lungo corso, molti dei quali non hanno studiato.

A uno di loro, oste a Guardiagrele, ha rubato l’espressione “Bello de Peppe”, con cui apostrofa su Facebook i suoi seguaci (I belli de Peppe, appunto), accomunati dal non aderire ad alcun partito e dal porsi sempre fuori dalla narrazione dominante, su qualsiasi tema. Il “manifesto” di Orsini, insomma, è nato in trattoria. Dicono che nel privato sia diverso da come appare in tv, abbia la battuta pronta, una certa ironia e sia persino ridanciano.

Di certo, a riflettori spenti dimentica giacche e cravatte nell’armadio (non li mette neanche per fare lezione alla Luiss) e veste in jeans, sneakers e t-shirt che su Facebook gli attirano anche qualche critica per eccesso di esibizione muscolare. Del resto, quei muscoli li coltiva con una certa tenacia fin da quando era bambino. Aveva 9 anni quando, forse per aiutarlo a vincere timidezza e bulli, suo padre lo portò a scuola di karate, a Napoli.

Orsini ha studiato col maestro Isidoro Volpe ed è diventato – quando viveva già a Roma − cintura nera studiando due stili, lo shotokan e lo shyto ryu. Agli amici racconta che è stato proprio il karate a renderlo la persona che è, a dargli una disciplina rigorosa, insegnargli il senso dell’onore in combattimento. Una disciplina di autodifesa, in cui lo scontro inizia sempre con una parata o un contrattacco.

Schema facilmente rintracciabile anche nelle polemiche pubbliche che riguardano Orsini: magari provoca, ma non attacca mai per primo. Dopo il karate, è passato al full contact e alla boxe. Nel frattempo, ha giocato a calcio, arrivando a giocare in seconda categoria (ala destra), e fino a prima della pandemia era in una squadra di amatori marchigiana. Nei tempi morti (ma come fa ad averne?) corre. È un grande appassionato di musica ma anche qui tende a fare il bastian contrario (ha teorizzato il «coraggio musicale»): se tutti impazziscono per i Måneskin lui propone di ascoltare i Mistonocivo, Nino D’Angelo, ma anche gli AC/DC.

Ma soprattutto i Ramones: sulla sua pagina Facebook c’è anche un video al concerto di Marty Ramones ad Ascoli Piceno nel 2018 («A un concerto punk, la transenna è trincea», scrive). Da ragazzo Orsini aveva persino una cover band del gruppo punk, i Punkina, di cui era chitarra e voce. La musica è anche una delle cose che lo lega a suo fratello Andrea, cantautore, che su Facebook sovente ringrazia Alessandro per ispirargli brani (Fratello, Ego sono alcuni dei titoli) e temi. E forse giusto Andrea potrebbe aiutarci a risolvere l’enigma Orsini, a capire se ci provoca o ci prende in giro tutti quando scrive: «Io sono un modo di pensare, leggetemi molto, ammiratemi poco».

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