Massimo Ranieri: ”ho i cassetti pieni di sogni ancora da realizzare”

Quando si cammina sul filo, mai, per nessuna ragione, abbassare lo sguardo verso i piedi. Questi non hanno bisogno degli occhi per svolgere il loro lavoro: camminano benissimo anche se, nel frattempo, osserviamo il cielo o contiamo le nuvole. Sul filo dobbiamo solo ricordarci di tenerli di traverso, e loro lo troveranno da sé.

Ma a una condizione: che la direzione sia quella giusta. E la direzione la dà la mente, la dà lo sguardo – certo non possiamo sperare che ce la diano i piedi. Quando si è lassù, allora, in bilico su un filo d’acciaio sospeso, la cosa importante è guardare sempre avanti.

E continuare ad avanzare. Perché l’equilibrio è, per definizione, condizione precaria: non è mai statico, va ritrovato ogni istante. Richiede controllo, consapevolezza e movimento. Non funziona forse così anche nella vita? Io ho sempre corso tanto, al limite dell’incoscienza e dell’affanno.

Appenane ho avuto la possibilità ho acceso il motore e l’ho fatto girare al massimo per anni, per decenni. Una stanchezza che non vi dico. Ma tutto questo andare, questo scoprire, questo viaggiare senza risparmiarmi, con l’ansia di imparare, di fare meglio, di sperimentare, di realizzare un sogno e poi un altro e un altro ancora, mi ha nutrito. E ha tenuto accesa la fiammella della passione, per il lavoro e per la vita – che, per me, sono praticamente la stessa cosa.

Giovanni Calone a volte vorrebbe dissentire. Starsene tranquillo ad ascoltare il rumore del mare, a casa a riposare, almeno per qualche giorno. Come tutti i napoletani, pure lui conosce il valore della pigrizia, che non è inerzia, ma quasi una filosofia, l’otium fecondo dei latini. Ma io non lo lascio stare, ho i cassetti pieni di sogni ancora da realizzare, e insisto per portarlo con me – o meglio lo fustigo, lo obbligo – visto che senza di lui il guitto non lo potrei fare.

Ce l’ho nelle orecchie, lo sfottò che mi rifilerebbe l’illustre marchese De Curtis: «Come dice quell’antico detto della provincia di Chiavari? Chi si ferma è perduto!». Eppure io a dirigere lo sguardo verso il basso proprio non ci riesco. Mi sento in debito con la vita per la meraviglia che mi ha riservato, ma non per questo avverto la sazietà. Per la pensione, insomma, non sono pronto, e chissà se mai riuscirò a trasformarmi nel placido signorotto di città che piacerebbe essere a Giovanni.

Finalmente sereno, pacificato. «Sistemato», come piace alle madri. Temo che non faccia per me. Oggi, nell’anno 2021, con alle spalle settant’anni appena compiuti, continuo ad avere l’entusiasmo e la frenesia del ventenne, a cercare la fuga in avanti. Come diceva la canzone? Me ne andai verso il destino con l’entusiasmo di un bambino. Non c’è ragazzino al mondo che, quando corre, guardi per terra, e nemmeno io lo faccio, perché non ho nessuna intenzione di cadere.

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