“Non capisce cos’ha fatto, vuole andare al funerale della figlia”: parla l’avvocato di Alessia Pifferi

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La mattina del 27 luglio, la donna in carcere con l’accusa di aver ucciso la figlia di 18 mesi con difficoltà ha parlato con i suoi avvocati difensori, Alessia Pifferi e Luca D’Auria. “La donna è ancora sotto shock, vive in una bolla. E non si rende ancora conto di quello che è successo. Stamattina ha detto che voleva la sua bambina, che voleva andare al funerale”, spiega a Fanpage.it l’avvocato Solange Marchignoli.

Cosa vi siete detti stamattina durante il vostro incontro in carcere? 

Lei è completamente sotto shock, pur non assumendo alcun tipo di farmaco in carcere. Noi avvocati le abbiamo spiegato genericamente le regole del processo, il capo d’accusa contro di lei. Ma è ancora troppo presto per avere anche solo un incontro costruttivo. Non è lucida.

Non si è pentita di quello che ha fatto?

La frase di pentimento potrebbe arrivare da una persona che ha compreso quello ha fatto. Non è il suo caso. Ha capito solo in parte quello che è successo ed è distrutta dal dolore. Questa mattina era preoccupata per la bambina e per il funerale. Al momento non ha alcuna informazione da nessuno. Non sa neanche quello che sta succedendo fuori: non sa che l’opinione pubblica è molto dura nei suoi confronti. Non potrebbe essere diversamente perché il fatto è gravissimo, oltre ogni idea di bene e male. Lei non è un’assassina lucida, vive in questo momento in una bolla e si fa fatica a comunicare.

Qualche suo parente o il suo compagno hanno mai chiesto di lei?

No. Nessuno ha mai chiesto di poterla incontrare. Il suo compagno ha sempre il telefono spento.

Come vive la sua cliente questo senso di abbandono?

Per il compagno è turbata perché si sente lasciata sola da lui ed è preoccupata perché non risponde al telefono. Le ho dovuto spiegare che è normalissimo che lui non abbia voglia di parlare con lei. Fuori la sua famiglia è sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica. È necessario lasciare il diritto alle persone che le stanno attorno il tempo di elaborare quanto accaduto e prendere una posizione, qualunque essa sia. Non è una cosa facile.

Ha mai parlato di Diana durante il vostro incontro?

Ha detto che vuole la sua bambina, che voleva andare ai funerali. Ma questa cosa non sarà possibile. Fondamentale il contributo delle neuroscienze perché si tratta di una persona che non ha gli strumenti per capire.

Ha chiesto una consulenza degli esperti infatti…

Questo perché al di là dei fatti che sono incontestabili io voglio sapere effettivamente che cosa è successo nella mente di questa persona. Cosa ha portato la donna a fare tutto questo o a non fare questo, dipende dai punti di vista. Se voleva abbandonare il minore, se lo ha fatto con la consapevolezza del rischio. Sono tutti punti di domanda a cui io devo rispondere giuridicamente: omicidio doloso è una cosa, l’omicidio preterintenzionale è un’altra cosa. L’abbandono di minore, ancora altro. Abbiamo cosi chiesto il contributo delle neuroscienze che possono spiegarci il percorso mentale di questa donna, dove è iniziato e dove è finito. Serve un quadro completo.

Resta completamente isolata in carcere?

Sì e non capisce perché non può avere una penna con cui scrivere e perché non le si può dare un fiocco per i capelli. In carcere è completamente isolata.

Tra i punti ancora oscuri ora ci sono le gocce di tranquillanti nel latte: l’ipotesi è che sia stata sedata. Le ha mai detto qualcosa?

Mi ha assicurato che mai ha assunto lei o ha fatto assumere le gocce alla bambina. La boccetta poi era sopra il microonde in cucina, in un posto in cui la piccola non sarebbe mai arrivata.

Stanno arrivando in Procura tanti messaggi che chiedono una pena esemplare. Arrivano alcuni messaggi anche a lei?

Mi domandano perché io difenda questa persona. La risposta è semplice. Sono una giurista. Non c’è spazio per l’emotività.




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