Recensione di “Padre Pio”, di Abel Ferrara, con Shia LaBeouf e Asia Argento


Un film minore di un grande cineasta degli ultimi quattro decenni come il regista di The King of New York , Dangerous Games , The Funeral , Mary , Pasolini , Tommaso e Siberia .

Padre Pio (Italia-Germania-Regno Unito/2022). Regia: Abel Ferrara. Cast: Shia LaBeouf, Cristina Chiriac, Marco Leonardi e Asia Argento. Sceneggiatura: Maurizio Braucci e Abel Ferrara. Fotografia: Alessandro Abate. Scenografie: Tommaso Ortino. Edizione: Leonardo Daniel Bianchi. Musica: Joe Delia. Durata: 104 minuti.

Wikipedia dice che “Pío de Pietrelcina (1887-1968) era un frate cappuccino e sacerdote cattolico italiano famoso per i suoi doni miracolosi e per le stigmate che aveva sulle mani, sui piedi e sul fianco. Nato Francesco Forgione, gli fu dato il nome di Pio quando entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. È stato beatificato nel 1999 e canonizzato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II”.E citiamo questi dati perché nessuna di quelle informazioni o nessuno di quei fatti compare nel nuovo film del regista americano (sempre più italiano da quando vive a Roma), nonostante sia chiamato, appunto, Padre Pio.

Come ha fatto l’anno scorso con Zeros and Ones , con Ethan Hawke, e prima in alcune collaborazioni con Willem Dafoe ., Ferrara girato in Italia con il contributo di un personaggio hollywoodiano. In questo caso, si tratta di una star caduta in disgrazia come Shia LaBeouf, che sembra pentirsi dei suoi peccati in ogni ripresa interpretando un Padre Pio che non smette di pregare, piangere, confessare, sognare e soffrire dominato e torturato da sensi di colpa e tentazioni . Apparentemente (e lo diciamo per via delle sue ultime apparizioni pubbliche) questo ruolo era perfettamente in sintonia con la sua recente conversione religiosa, come forma di espiazione e catarsi personale dopo anni di eccessi finiti con molteplici denunce nei suoi confronti.

Ma in verità, Padre Pio non parla tanto di Padre Pio (Ferrara non va mai per l’ovvio) quanto degli scontri intestina (praticamente una guerra civile) tra i campi fascisti e socialisti nell’Italia del primo dopoguerra mondiale. L'”insalata” Ferrariana si completa con una dedica del film alle vittime della strage di San Giovanni Rotondo avvenuta il 15 ottobre 1920 e agli ucraini caduti durante l’invasione russa.

Nonostante abbia alcuni momenti di enorme intensità visiva e drammatica (lo styling del regista si completa con l’uso del rallentatore e la musica del suo solito collaboratore, il grande Joe Delia), Padre Pionon integra mai le due linee narrative (l’intima lacerazione del Pio di LaBeouf e gli scontri sanguinosi e brutali nelle strade di una città tra gli estremi estremi ideologici). E non solo: Ferrara filma gli interpreti italiani che parlano un inglese stentato, così che in vari momenti le interpretazioni ei dialoghi flirtano con il ridicolo.

Al di là delle sue buone intenzioni, approfondire alcune delle sue ossessioni (non è difficile vedere in LaBeouf certi bagliori dell’angosciato Harvey Keitel di A Damn Cop / Bad Lieutenant di tre decenni fa) e la sua gradita libertà artistica durante le riprese di ciò che vuole e di come vuole (in questo caso la lotta di classe), Padre PioNon è esattamente tra i migliori di una carriera piena di sfizi e arbitrarietà, ma anche di grande cinema.

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