La storia di chi è Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido per via di Matteo Messina Denaro


Giuseppe Di Matteo fu rapito da Cosa Nostra quando aveva 12 anni e tenuto in una stanza nascosta sotto il pavimento di un bunker nelle campagne di San Giuseppe Jato, nell’entroterra di Palermo. Dopo 180 giorni, fu strangolato e sciolto nell’acido 25 mesi dopo il giorno del sequestro. Giovanni Brusca, uno dei mandanti di questa vicenda e responsabile anche della strage di Capaci, è stato rilasciato dopo aver trascorso un quarto di secolo in carcere. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso, ha espresso la sua tristezza per la scarcerazione. Santino Di Matteo, padre di Giuseppe, ha espresso la sua rabbia nei confronti dello Stato e ha dichiarato che se avesse trovato Brusca per strada, non sapeva cosa sarebbe successo. Il rapimento e l’omicidio del bambino furono un tentativo di dissuadere l’ex mafioso Santino dal collaborare con gli investigatori. Il corpo di Giuseppe non fu mai ritrovato, poiché fu sciolto in un bidone di acido nitrico.

Il 19 gennaio 1981, Brusca, leader latitante di San Giuseppe Jato, diede istruzioni per il rapimento di Giuseppe da un maneggio di Piana degli Albanesi. I rapitori si travestirono da agenti della Dia, facendo credere al ragazzo che lo stavano portando a incontrare il padre, che era sotto protezione della polizia per aver collaborato con le autorità. Gaspare Spatuzza, che partecipò alla missione, commentò in seguito: “Al ragazzo sembravamo angeli, ma in realtà eravamo lupi travestiti”. Giuseppe fu poi legato, messo nel bagagliaio di un furgone e consegnato ai suoi rapitori. La famiglia Di Matteo iniziò a ricevere fotografie di Giuseppe accompagnate da biglietti intimidatori. I mafiosi hanno avvertito il nonno: “Abbiamo il bambino, non andare alla polizia se vuoi che rimanga al sicuro”. Al nonno fu nuovamente presentata una foto di Giuseppe in cattività e i criminali lo minacciarono: “Devi andare da tuo figlio e fargli capire che se vuoi salvare il bambino, devi ritrattare le tue accuse contro certe persone e smettere di fare confusione”.

Nel 1994, Giuseppe fu trasferito da Trapani a Palermo ad Agrigento, e Santino si rifiutò di ritirare le sue dichiarazioni sulla strage di Capaci e sull’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo. Nell’estate del 1995, Giuseppe viene portato in un casolare-bunker a San Giuseppe Jato e tenuto in una camera sotterranea per sei mesi. Brusca, soprannominato u verru, fu condannato all’ergastolo durante il processo. In seguito Brusca diede ordine al fratello Enzo, a Vincenzo Chiodo e a Giuseppe Monticciolo di uccidere il figlio di Santino. Il figlio di Santino fu strangolato e il suo corpo fu sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996. Chiodo ha raccontato il macabro omicidio nell’udienza del 28 luglio 1998.

Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello ce abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire.

Brusca fu riconosciuto colpevole di istigazione all’omicidio. Dopo aver accettato di collaborare con la giustizia, durante il processo per la strage di Capaci chiese perdono ai Di Matteo. Nel 1998, Santino incontra Brusca in aula durante un’udienza del Borsellino bis, gli scaglia contro un microfono e minaccia di ucciderlo, definendolo un “animale”. Il 1° giugno 2021 Brusca è stato scarcerato.

Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.

Dichiarazione di Giovanni Brusca tratta dal libro “Ho ucciso Giovanni Falcone“, Mondadori

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