Cresce la tensione al Nazareno per le indiscrezioni sulla possibile cessione del gruppo Gedi, proprietario di la Repubblica e La Stampa. Secondo quanto trapela, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, avrebbe espresso forti preoccupazioni, definendo la trattativa una “vendita che va evitata” perché rischia di “indebolire ulteriormente la sinistra”.
Le voci di una cessione imminente riguardano l’editore e armatore greco Kyriakos Kyriakou, ritenuto vicino agli ambienti conservatori e stimato da John Elkann, presidente di Exor, la holding che controlla il gruppo Gedi. L’accordo, ancora in fase di valutazione, comprenderebbe non solo i due quotidiani ma anche le emittenti radiofoniche Deejay, Capital e m2o.
All’interno del Pd il clima è di crescente allarme. Schlein, secondo quanto riferito da esponenti vicini alla segretaria, avrebbe manifestato la necessità di individuare un’alternativa alla cessione coinvolgendo imprenditori italiani legati alla sinistra. Tra i nomi emersi come possibili “cavalieri bianchi” figurano Carlo Feltrinelli e Brunello Cucinelli, oltre a ipotesi di un contributo da parte di Giovanni Ferrero o Leonardo Maria Del Vecchio. L’obiettivo sarebbe quello di evitare che le principali testate di area progressista passino sotto il controllo di un soggetto ritenuto politicamente distante.
Il timore principale del gruppo dirigente democratico è che la vendita possa segnare la perdita di una delle voci più rappresentative dell’opposizione al governo guidato da Giorgia Meloni. Per la segretaria, “manca ormai un editore che sostenga la sinistra”, mentre “i Tg Rai impaginano ormai l’Italia di Meloni”.
Secondo fonti interne, la decisione di John Elkann sarebbe legata al nuovo corso imprenditoriale del gruppo, orientato a consolidare i rapporti con l’esecutivo e a concentrare le risorse su altri settori, come quello automobilistico e finanziario. L’eventuale dismissione del comparto editoriale rappresenterebbe dunque una scelta strategica più che ideologica, ma con inevitabili ripercussioni politiche.
Nel frattempo, nelle redazioni di Repubblica e La Stampa cresce l’incertezza. I giornalisti chiedono chiarezza sul futuro delle testate, temendo modifiche alla linea editoriale e possibili ripercussioni occupazionali. Incontri informali tra rappresentanti sindacali e la dirigenza del gruppo avrebbero già avuto luogo, ma senza risultati concreti.
L’operazione suscita preoccupazione anche tra gli osservatori del settore, che vedono nella possibile vendita un ulteriore segnale di concentrazione editoriale in mani straniere. Alcuni analisti sottolineano come l’ingresso di capitali provenienti da paesi extraeuropei, tra cui fondi con partecipazioni saudite, possa incidere sulla libertà e sull’indipendenza dell’informazione italiana.
Sul fronte politico, la questione rischia di diventare un tema sensibile nei rapporti tra il Pd e la maggioranza di governo. Schlein teme che la perdita di Repubblica – tradizionalmente considerata una voce critica nei confronti del centrodestra – possa compromettere la capacità di comunicazione e di mobilitazione dell’opposizione in vista delle elezioni del 2027. Alcuni dirigenti dem, infatti, parlano di una “batosta mediatica” che priverebbe la sinistra del suo principale megafono.
Resta da capire se il partito riuscirà a individuare una soluzione alternativa o se la vendita procederà secondo i piani di Exor. In ogni caso, il dossier Gedi si conferma una questione cruciale per il futuro del pluralismo dell’informazione in Italia e per gli equilibri tra politica, editoria e potere economico.



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