La sala operatoria del *St. Jude* sembrava un set di un film di fantascienza, ma l’odore acre del disinfettante riportava Elena alla realtà brutale. Il dottor Thorne era sopra di lei, la fronte imperlata di sudore nonostante l’aria condizionata al massimo.
«Elena, mi sente?», chiese Thorne.
Lei annuì. Aveva rifiutato l’anestesia totale. Voleva sentire tutto. Voleva che il dolore fosse il carburante per quello che avrebbe fatto dopo.
L’incisione fu netta. Elena sentì la pressione, il freddo dell’acciaio, e poi un rumore che nessun chirurgo dovrebbe mai sentire durante un parto: un ronzio elettronico sommesso, seguito da un *click* metallico.
«Mio Dio», sussurrò un’assistente.
Thorne estrasse lentamente l’oggetto. Non era solo un dispositivo. Era un cilindro di titanio e polimeri, grande quanto un melone, ricoperto di sensori che lampeggiavano di una luce bluastra. Era collegato al corpo di Elena tramite tubicini sottili che avevano parassitato il suo sistema circolatorio.
«È una pompa di dati biologici», spiegò Thorne mentre ricuciva Elena con mani frenetiche. «Sterling non voleva solo testare un utero artificiale. Voleva mappare come un corpo anziano reagisce allo stress estremo di una gravidanza indotta chimicamente. Lei era un database vivente».
Elena rimase in osservazione per tre giorni. Tre giorni in cui non versò una singola lacrima. La polizia di Seattle e l’FBI vennero a trovarla, ma lei fu sbrigativa.
«Troverete Marcus», disse con voce piatta. «Ma Sterling… Sterling è mio».
Grazie ai dati estratti dal dispositivo, Thorne scoprì una firma digitale criptata nei circuiti. Portava a un indirizzo IP in Svizzera, legato a una multinazionale farmaceutica di nome *Aethelgard*. Ma Elena sapeva che Sterling non era in Svizzera. Sterling era un uomo che amava il controllo ravvicinato. Amava guardare le sue “creazioni” fallire.
Quattro settimane dopo, ancora debole ma sorretta da una volontà di ferro, Elena si presentò in una villa isolata sulle colline della Columbia Britannica, in Canada. Sapeva che Sterling si nascondeva lì grazie a una soffiata di un ex infermiere della *LifeSpring*, un uomo che non era riuscito a convivere con il senso di colpa.
Entrò nella villa senza bussare. La porta era aperta, come se Sterling la stesse aspettando.
Lo trovò nel suo studio, intento a sorseggiare un brandy davanti a un camino acceso. Marcus era seduto su una sedia nell’angolo, con la faccia tumefatta e le mani legate.
«Sapevo che saresti venuta, Elena», disse Sterling senza voltarsi. «Sei sempre stata il mio soggetto preferito. Una resistenza biologica straordinaria».
«Dov’è il mio bambino, Sterling?», chiese Elena avvicinandosi lentamente.
Sterling rise, un suono secco e privo di emozione. «Non c’è mai stato un bambino, lo sai bene. Solo progresso. Solo scienza».
«No», rispose Elena, e per la prima volta un sorriso crudele le apparve sul volto. «C’era un bambino. Quello che io ho sognato per nove mesi. E quel bambino ha appena partorito una madre che non ha più nulla da perdere».
Elena tirò fuori dalla borsa una piccola scatola. Era il dispositivo che Thorne aveva rimosso dal suo corpo.
«Thorne l’ha analizzato, Sterling. Ma io ho fatto di meglio. Ho assunto un hacker della zona portuale. Ha trovato una funzione che tu non avevi previsto. Un protocollo di autodistruzione remota nel caso il dispositivo venisse manomesso o rimosso senza i tuoi codici».
Il volto di Sterling cambiò. Il brandy traboccò dal bicchiere.
«Elena, posa quella cosa. È instabile… il liquido di coltura all’interno è altamente infiammabile se esposto all’impulso elettrico del protocollo…».
«Lo so», disse Elena. Guardò Marcus. Lui piangeva, implorandola con gli occhi. «Vedi Marcus? Avevi ragione. Sterling ha pagato tre milioni per me. Ma non ha calcolato quanto avrei pagato io per vedervi bruciare entrambi».
Elena premette il tasto centrale sul dispositivo.
Un suono acuto, insopportabile, riempì la stanza. Sterling cercò di saltare verso di lei, ma era troppo tardi.
Elena si voltò e camminò verso l’uscita, chiudendo la pesante porta di quercia alle sue spalle.
L’esplosione non fu fragorosa. Fu un soffio di calore bianco che consumò lo studio in pochi secondi. Elena non si voltò. Continuò a camminare verso la sua auto, mentre le fiamme iniziavano a lambire le finestre della villa.
**Sei mesi dopo.**
Elena Vance vive ora in una piccola casa di legno nel Maine, vicino all’oceano. Nessuno conosce il suo passato. La gente del posto la chiama “la signora dei fiori”.
Ogni mattina cammina sulla spiaggia e guarda le onde. Non prova più dolore al ventre, solo un grande, immenso vuoto.
Sterling e Marcus risultano dispersi, i loro corpi mai identificati tra le ceneri di quella villa canadese. La *Aethelgard* è finita sotto inchiesta internazionale dopo che Elena ha inviato anonimamente tutti i dati del dispositivo alle principali testate giornalistiche del mondo.
Elena si siede sulla sabbia e accarezza la cicatrice che le attraversa l’addome. Non è più una cicatrice di infertilità. È la cicatrice di una sopravvissuta.
A volte, nel cuore della notte, le sembra ancora di sentire un calcio. Ma ora sa che non è un dispositivo. È il ricordo di chi avrebbe potuto essere, e il monito di chi è diventata.
Si alza, si pulisce la sabbia dal vestito e sorride al sole che sorge.
La maternità le era stata negata dalla natura e rubata dall’avidità. Ma la libertà, quella se l’era ripresa da sola. E a 66 anni, per Elena Vance, la vita era appena iniziata.



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