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Alla quarta volta all’altare… e sto già pensando al prossimo



A quarantotto anni sono alla quarta volta davanti all’altare, sì.
E intanto tengo già d’occhio il prossimo passo avanti,
perché per me gli uomini non sono anime gemelle,
ma mezzi per salire,
da sostituire quando la corsa si ferma.



Mi presento: Valentina, classe ’76.
Sull’anulare brilla una pietra grande,
pesa quanto un sogno ambizioso.

Me l’ha messa al dito Roberto, oggi mio marito.
Costruisce palazzi e fortune.

Prima di lui c’è stato Giorgio,
con le mani precise dei chirurghi.
Ancora prima, Stefano,
uomo di carte bollate e silenzi misurati.
Il primo fu Luca, semplice cassiere di banca —
sbaglio giovane, sistemato senza esitazioni.

Quando le compagne ridono e dicono:
“Sei come Liz Taylor”,
alzo solo un angolo della bocca.

Dentro aggiusto il tiro:
chi credeva nell’amore era lei.
A me interessano i conti.

Cinque anni.
Non uno di più.

Questa è la scadenza dopo cui qualcosa in me si spegne.

All’inizio sembra tutto semplice:
sorrisi pronti, abbracci caldi,
cene preparate con cura.

Poi arrivano i dettagli.
Se gli piace il golf, prendo lezioni.
Se parla di annate, studio etichette come fossero esami.

La prima fase dura poco:
due stagioni, forse tre.
Abito ogni ruolo come se fosse per sempre.

Poi smetto di fingere.

Durante il terzo e il quarto anno
arriva il tempo dei vantaggi:
vacanze lontane, anelli pesanti,
immobili a mio nome.

Verso il quinto, comincio a guardare altrove.

Voglio di più.

Appena compare uno con conti più gonfi,
relazioni migliori,
autorità vera,
il marito attuale non va più bene.

Invento discussioni.
Parlo di differenze profonde.
Faccio fallire tutto,
oppure chiudo io.

Esco con un bel gruzzolo
o con ciò che ho già ricevuto.

Quando penso a me stessa, vedo solo ombre altrui.

Accanto a Giorgio vivevo di teatri e musica.
Con Roberto passo le giornate su un catamarano.

Se arrivasse uno animalista,
le pellicce finirebbero in cantina.
Se fosse vegano, servirei tofu senza rimpianti.

La mia identità non esiste.
Esistono solo i ruoli che interpreto.

Ho quarantotto anni e conto i mesi come scadenze.
Chirurgia, palestra, sforzi continui.
Le donne più giovani avanzano, fresche di partenza.

Questa potrebbe essere l’ultima corsa.
Prima che gli inviti spariscano.
Prima che il valore scenda in silenzio.

C’è un vuoto enorme in questa matematica.

Se ho la febbre o sono stanca,
restare in pigiama è impossibile.
Non mi è permesso sembrare normale.

Per loro valgo per il corpo che mostro.
Una vetrina da esibire al ristorante.

Io li guardo e sento freddo.
Non provo amore.
Nemmeno fastidio.

Provo solo sicurezza.

Due soci in affari,
che fingono passione quando servono le foto.

Ieri notte Roberto parlava dei suoi problemi al cuore, agitato.
Io stringevo le sue mani.

Dentro, però, facevo calcoli:
se succedesse qualcosa ora,
il documento legale è già a mio nome?

Oppure conviene aspettare
e spostarmi su Massimo,
quello dell’istituto finanziario che mi guarda al club?

Mi sono sentita male per pochi secondi.
Poi ho visto il bracciale brillare sulla pelle
e il disagio è sparito.

Valentina è il mio nome.
A quarantotto anni vivo tra cene di gala e vestiti firmati.

Sposata, sì.
Porto l’anello come un trofeo silenzioso.

In verità, ho barattato l’amore vero
per non controllare mai
quanto costa quello che ordino a cena.



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