D’Orsi e Calenda, oltre la querela: il dibattito sulla memoria storica dell’Ucraina
Dal post su Maidan alla mediazione di aprile, il confronto tra lo storico e il leader di Azione riapre il nodo del Donbass, delle sofferenze dei russofoni e delle verità rimosse nel racconto europeo del conflitto.
Il punto di partenza di questa vicenda sembra essere un video girato a Kiev, di fronte a Maidan, luogo che per alcuni rappresenta la libertà ucraina e per altri segna l’inizio di una lunga rimozione. Il leader di Azione, Carlo Calenda, lo ha rilanciato il 23 marzo scorso sulla piattaforma X, dichiarando di aver ricevuto una denuncia dal professor Angelo d’Orsi “per questo video”, in cui attacca anche Jeffrey Sachs, economista statunitense e professore alla Columbia University, definendolo “quel cretino”.
Tuttavia, è proprio in questo punto che la narrazione si complica. Secondo d’Orsi, quel video non rappresenta l’origine del conflitto: costituisce semplicemente l’ultimo episodio di una battaglia ben più aspra, iniziata mesi prima tra insulti, accuse di essere “a soldo di Putin”, manifesti denigratori e parole che ora saranno sottoposte all’attenzione di un mediatore. Il caso, pertanto, non riguarda esclusivamente un politico e uno storico, ma la rappresentazione in Italia di Maidan, del Donbass, del conflitto e, soprattutto, il tentativo di colpire chi si azzarda a mettere in discussione una narrazione già consolidata.
La cronologia dei fatti rappresenta un elemento fondamentale per la comprensione della situazione. Come illustrato dallo storico torinese durante la nostra intervista, la querela non origina dal filmato registrato a Kiev, bensì da un conflitto preesistente, caratterizzato da mesi di attacchi pubblici, offese e delegittimazione personale. “Io non l’ho neanche visto questo video. In ogni caso, la mia denuncia, la mia querela è antecedente”, afferma d’Orsi, respingendo l’ipotesi che la sua azione legale sia una reazione impulsiva a un contenuto social. Nella sua ricostruzione, invece, sarebbe stato Calenda a reagire pubblicamente alla notifica ricevuta, trasformando un contenzioso già in corso in un ulteriore episodio della guerra di narrazioni che da anni caratterizza il dossier ucraino.
La motivazione della querela viene chiarita dallo stesso d’Orsi nel corso del nostro dialogo, in cui illustra che la decisione è maturata dopo mesi di attacchi reiterati. “Ormai sono sei mesi che mi sta insultando, perché crede di poter dire qualunque cosa, ma ci siamo stancati”. Non si tratta, pertanto, di una reazione d’impulso. Il professore sottolinea di aver monitorato attentamente la situazione con il proprio legale, di aver valutato con scrupolo il comportamento di Calenda e di aver optato infine per la via giudiziaria: “Abbiamo seguito attentamente con un avvocato la sua performance e abbiamo deciso di querelarlo”. Il passo successivo è già programmato: “All’inizio di aprile ci sarà un’istanza di mediazione che è obbligatoria per risolvere senza andare a processo”. In tale sede, spiega d’Orsi, saranno formulate due richieste specifiche: “Chiediamo un risarcimento monetario e una ritrattazione delle sue insolenze”.
Analizziamo con attenzione il fulcro dell’accusa. Il Professor D’Orsi non si riferisce a un semplice alterco verbale, bensì a una campagna di diffamazione che, a suo parere, ha ampiamente superato i limiti accettabili. Egli menziona manifesti diffamatori a suo carico, immagini manipolate, etichette denigratorie e definizioni quali “indegno”, “schifosissimo”, “fascista” e “sostenitore di fascisti”. D’Orsi afferma con chiarezza: “Poiché egli ha diffuso manifesti contro di me, non solo alterando la mia immagine per renderla visivamente più aggressiva, ma anche con l’iscrizione ‘indegno’ e commenti del tipo ‘Permettiamo a una persona del genere di insegnare all’università?’”. Egli si sofferma ulteriormente sull’uso del termine “fascista”, evidenziando che “tale appellativo è stato ripetutamente sanzionato da diverse istanze giudiziarie italiane in quanto attributo offensivo”. D’Orsi sottolinea che “tutti questi titoli sono citati nell’istanza di querela”. In particolare, egli richiama una delle accuse che ritiene più gravi: “Una delle accuse che mi rivolge Calenda è che io sia a soldo di Putin”. Secondo il professore, in questo caso si supera il confine della critica politica per giungere all’attribuzione diffamatoria, poiché insinuare che uno storico o un intellettuale sia retribuito da una potenza straniera significa minare profondamente la sua reputazione professionale e personale. Pertanto, D’Orsi insiste sul fatto che la querela non sia una reazione emotiva, bensì un atto di tutela della propria immagine, e colloca l’istanza di mediazione di aprile come un momento cruciale: un primo confronto formale e obbligatorio, volto a stabilire se vi sarà una ritrattazione o se la vicenda proseguirà per vie più formali.



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