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Da marzo 2026 scattano gli aumenti di stipendio: chi può avere fino a 850 euro in più



Da marzo 2026 una tassa al 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali per redditi fino a 33mila euro: applicazione automatica e risparmi stimati 190-850 euro.



Con l’arrivo di marzo 2026 entra nel vivo una delle misure previste dall’ultima Legge di Bilancio e più attese da una parte consistente di lavoratori e lavoratrici: l’imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti di stipendio legati ai rinnovi dei contratti collettivi nazionali. In termini pratici, la novità riguarda esclusivamente la quota di retribuzione aggiuntiva riconosciuta grazie al rinnovo contrattuale e introduce una tassazione fortemente ridotta rispetto all’Irpef ordinaria, comprensiva delle addizionali regionali e comunali.

La misura è destinata ai dipendenti con reddito annuo fino a 33mila euro. Per questa platea, la parte di aumento contrattuale non viene più tassata con le normali aliquote Irpef (che, in base allo scaglione e alle addizionali, possono risultare più elevate), ma con un prelievo sostitutivo fissato al 5%. L’effetto atteso è un incremento più visibile dello stipendio netto: una porzione più ampia dell’aumento resta in busta paga invece di essere assorbita dalla fiscalità ordinaria.

Il beneficio, secondo quanto indicato, viene applicato direttamente dal datore di lavoro in sede di elaborazione della busta paga e riguarda soltanto gli incrementi retributivi connessi ai rinnovi dei contratti collettivi. In altre parole, non viene ricalcolata o ridotta l’imposizione sull’intera retribuzione annuale, ma si interviene sul solo aumento contrattuale, cioè sulla differenza tra il nuovo livello retributivo e quello precedente.

Un passaggio operativo rilevante riguarda le modalità di accesso: Agenzia delle Entrate ha chiarito, tramite una circolare diffusa alla fine di febbraio, che l’agevolazione viene riconosciuta in modo automatico dal datore di lavoro. È prevista tuttavia la possibilità di rinuncia: il dipendente può scegliere di non usufruire della tassazione sostitutiva presentando una rinuncia in forma scritta.

Per una valutazione immediata dell’impatto della misura sul netto, si può considerare un calcolo semplificato: sull’aumento lordo derivante dal rinnovo contrattuale viene trattenuto il 5% e il restante 95% rimane al lavoratore. La stima del netto aggiuntivo può essere espressa così:
 = ×(10,05)Aumento netto=aumento lordo×(1−0,05)

Con un aumento lordo annuo di 1.000 euro, ad esempio, l’imposta sostitutiva comporterebbe 50 euro di trattenute, con 950 euro netti in più. In assenza della misura, lo stesso incremento sarebbe stato assoggettato alle aliquote ordinarie Irpef e alle addizionali locali, riducendo il netto aggiuntivo in modo più marcato. L’entità della differenza, in regime ordinario, dipende dal reddito complessivo e dalle addizionali applicate sul territorio.

Le stime di impatto economico riportate nelle simulazioni citate nel testo di partenza indicano un vantaggio annuo potenziale che può variare in modo significativo in funzione dell’aumento contrattuale riconosciuto e della situazione individuale. Secondo le elaborazioni della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, il risparmio fiscale sul netto può collocarsi, come ordine di grandezza, tra 190 e 850 euro all’anno. Il dato non rappresenta un importo uguale per tutti, ma un intervallo collegato alle differenze tra contratti e livelli retributivi, oltre che alla consistenza degli incrementi previsti dai rinnovi.

Le simulazioni prendono in esame alcuni contratti collettivi tra i più diffusi, evidenziando scostamenti tra comparti. Nel settore commercio, il vantaggio stimato risulta tra i più elevati: per un lavoratore di livello II con reddito lordo annuo di circa 31.400 euro e un aumento contrattuale di 2.698 euro, il risparmio fiscale indicato arriva fino a 851 euro annui. Nel comparto delle telecomunicazioni, per un lavoratore di livello 6 con reddito lordo di 30.248 euro e incremento contrattuale pari a 1.709 euro, il beneficio stimato supera di poco i 500 euro annui. Nel settore metalmeccanico, le simulazioni mostrano un impatto più contenuto, legato a incrementi contrattuali più bassi: un lavoratore di livello B1 con reddito lordo annuo di 30.529 euro e aumento di 841 euro avrebbe un risparmio nell’ordine di circa 250 euro; per un lavoratore di livello D1 con 22.989 euro di reddito lordo annuo, il vantaggio stimato si colloca intorno a 188 euro.

Accanto alla flat tax del 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale, la normativa prevede anche un’ulteriore imposta sostitutiva al 15% sui cosiddetti trattamenti accessori. In questa categoria rientrano voci retributive come lavoro notturno, lavoro festivo e ore di straordinario. Anche su questo capitolo la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha effettuato simulazioni: con 1.500 euro annui di trattamenti accessori, il risparmio fiscale può variare da circa 80 euro annui per un reddito di 12mila euro fino a circa 690 euro per chi si avvicina ai 40mila euro. Se i trattamenti accessori ammontano a 1.000 euro annui, il beneficio stimato si riduce, collocandosi in un intervallo compreso tra 52 e 417 euro l’anno, sempre a seconda del reddito complessivo.



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