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Distruggo la vita sociale di mio figlio per non restare sola



Dico a mio figlio che i suoi amici ridono di lui,
ma in realtà quei ragazzi non esistono.
È una storia inventata da me.



Non reggo quella luce che ha addosso.
Vorrei fosse attaccato soltanto a me, nessun altro.

Renata è il mio nome, cinquantatré primavere.
Con me abita un giovane uomo di ventiquattro anni, Davide.

Ogni dettaglio lo rende raro:
occhi belli, cuore attento, mente rapida.

Prima che il tempo cambiasse tutto,
la porta di casa non stava mai ferma.
Usciva, rideva, parlava forte, sembrava vivo davvero.

Ora Davide resta seduto qui vicino,
le gambe piegate sotto di sé.
Fissa lo schermo, butta fuori l’aria come un motore fermo.

Poi gira la testa e mormora:
«Mamma, ti ricordi quando dicevi che non servono tutti quegli amici?»

Gli passo piano le dita tra i riccioli e sussurro:
«Il resto può sparire, basta tenersi stretti».

Finisce sempre così.
Con me che ammetto una verità scomoda:
sono stata io a spingerlo verso il vuoto.

Tutto è cominciato dopo il divorzio.

Io ferma, lui in corsa.
Io chiusa tra le mura, lui pieno di voci e movimento.

Lo guardavo vivere e sentivo salire qualcosa di amaro.
Desideravo quello che aveva lui.

Avevo paura che il mondo lo portasse via del tutto,
mentre io restavo qui, immersa nel silenzio.

Così ho iniziato piano.
Senza fretta.
Mirando alla testa.

Ogni volta che tornava contento, seminavo un dubbio.

«Ho visto Marco, sai… non mi ha salutata bene.
Secondo me è geloso dei tuoi voti. Stai attento.»

Se invitava qualcuno a casa, diventavo triste.
Facevo commenti passivo-aggressivi.
Li facevo sentire di troppo.

Quando la fidanzatina chiamava, sospiravo:
«Vai pure… tanto io qui non mi sento bene.
Chiama se muoio.»

Uno alla volta, sono spariti.

Poi ho fatto il passo finale:
gli ho detto che ridevano di lui.

Storie inventate sono diventate verità.
Piccoli errori si sono trasformati in tradimenti.

Ora pensa di essere troppo diverso per gli altri.
Crede che solo io riesca a capirlo davvero.

Funziona così.

Davide non esce più.
La ragazza se n’è andata.
Gli amici di una vita? Li disprezza.

Si sente fuori posto nel mondo,
ma in realtà è solo un ragazzo normale
cresciuto nell’ombra di una madre che lo ha svuotato.

A volte penso che dovrei dirgli:
vai, vivi, vattene.

Invece resto zitta.

Mi aggrappo al suo peso sul divano accanto al mio.

Una parte di me sa che è sbagliato.
Lo vedo negli occhi, quel vuoto che cresce.

Un’altra parte sorride:
non se ne va.
Rimane.

Sono Renata, cinquantatré anni.
Una madre che prosciuga il figlio giorno dopo giorno.

Bevo la sua energia come fosse acqua fresca.
Tutto mascherato da cura e affetto.

Dentro ogni gesto premuroso
c’è un morso nascosto.

Lui si spegne piano.
Io resto uguale.

Il prezzo lo paga lui, anche se non lo sa ancora.

Lo chiamano attaccamento.
Ma ha denti nascosti.

Ogni abbraccio pesa più del precedente.

Vivere così non è amore.
È sopravvivenza rubata.



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