Graziella Viviano, dissequestrata la moto di Elena: il dolore a otto anni dall’incidente
Una comunicazione breve, arrivata attraverso il legale, ha riportato Graziella Viviano a uno dei momenti più dolorosi della sua vita. La moto guidata da sua figlia Elena il giorno dell’incidente mortale del 6 maggio 2018 è stata dissequestrata e poteva essere ritirata. Un passaggio formale, legato alla vicenda giudiziaria ancora in corso, che per la madre della giovane ha però significato il ritorno improvviso a quel giorno, lungo una ferita mai rimarginata.
La notizia è arrivata ieri mattina, con poche righe inviate dal suo avvocato: «Signora, la moto di Elena è stata dissequestrata. Può andarla a prendere». Un messaggio essenziale, ma sufficiente a riaprire un dolore che negli anni non si è mai davvero attenuato. Per Graziella Viviano, da tempo impegnata anche sul fronte della sicurezza stradale e vicina ad altre famiglie colpite da lutti simili, quel momento ha rappresentato un nuovo impatto con la tragedia che ha segnato la sua esistenza.
La morte di Elena, avvenuta a soli 25 anni, risale alla «maledetta mattina del 6 maggio 2018», quando la giovane perse il controllo della sua Hornet in via Ostiense, a Roma, secondo quanto ricostruito a causa delle condizioni del manto stradale. Da allora, il nome della ragazza è diventato anche simbolo di una battaglia per strade più sicure nella Capitale, portata avanti dalla madre tra iniziative pubbliche, denunce e richieste di interventi concreti.
Ricevuto il messaggio del legale, Graziella Viviano ha raccontato di aver avvertito subito il peso del momento. «Ho pensato che avrei voluto rimandare. Avrei voluto avere il tempo di prepararmi. Ma quanto tempo potrebbe mai servire per prepararsi a un momento del genere? Non basterebbe una vita», ha spiegato. Nonostante il desiderio iniziale di rinviare, ha scelto comunque di affrontare subito quel passaggio, chiedendo però a una persona di fiducia di esserle accanto. «Sono andata poco dopo aver letto il messaggio. Ho chiesto a un mio amico di accompagnarmi: non me la sentivo di affrontare il momento da sola».
L’arrivo al deposito si è trasformato in un’esperienza emotivamente molto dura. Davanti a quel veicolo, fermo da anni dopo il sequestro, la madre di Elena ha faticato a riconoscere il mezzo che la figlia guidava abitualmente. «Quella moto non aveva più nulla della moto di Elena. Non riuscivo nemmeno a riconoscerla. Ripetevo che non era quella. Ma il dipendente del deposito insisteva. Poi ho capito che il problema ero io, che volevo negare la realtà che avevo davanti», ha raccontato.
Solo dopo i primi istanti è arrivata la consapevolezza piena che si trattava davvero della Hornet di Elena. «Sì. Vederla per la prima volta è stato uno schiaffo che mi ha riportata con i piedi per terra. Le ammaccature, le parti di carrozzeria rotte. Mi hanno costretta a guardare in faccia la realtà. Uno cerca di salvarsi, di viaggiare con il pensiero e poi ci sono questi oggetti che ti riportano a terra. La cosa che però mi ha devastata di più è stata la ruggine, quel segno indelebile del tempo che passa. Una strana consapevolezza dato che per me non è passato un secondo: la mia vita è ferma a 8 anni fa. Mi sentivo come una terremotata davanti alla sua casa distrutta dal sisma. Vedevo quel mezzo sul quale mia figlia aveva trascorso la sua vita. Ma quella vita ora non c’è più. La sua Hornet per me è lo spartiacque tra il prima e il dopo».
Il legame tra madre e figlia passava anche attraverso momenti semplici e quotidiani, come i viaggi fatti insieme in moto. Un ricordo che rende ancora più difficile confrontarsi con ciò che resta del mezzo. «Abbiamo fatto molti giri insieme, felici e spensierate. Io abbracciata dietro di lei. Mi fidavo perché sapeva guidare bene. Ma quella che ho visto non è la moto che ricordavo. Pochi secondi e ho distolto lo sguardo, senza volerla rivedere mai più», ha detto Graziella Viviano.
La madre della giovane ha anche spiegato di non aver mai visto la moto nelle condizioni in cui si trovava ieri. Nei momenti immediatamente successivi all’incidente, infatti, la sua attenzione era interamente concentrata sulla figlia. «No. Nonostante io sia arrivata sul luogo dello schianto poche ore dopo, non la ricordo. Ero sconvolta e pensavo solo a Elena. Quella mattina in un attimo la mia vita è cambiata per sempre. Avevo rivisto la moto solo attraverso le immagini fatte quel giorno dal fotografo Mino Ippoliti, che non smetterò mai di ringraziare per la sua sensibilità».
Dopo averla osservata, Graziella Viviano ha deciso di non riportare con sé la moto. «L’ho lasciata al deposito e ho chiesto di rottamarla. Vederla è un dolore troppo forte. Ma poi che senso avrebbe sistemarla e tenersi un oggetto che mi riporterebbe a 8 anni fa?». Una scelta maturata di fronte all’impossibilità di attribuire a quel mezzo un valore diverso da quello del trauma.
Nel racconto della madre emerge anche il vuoto lasciato da questi anni senza Elena, non solo sul piano affettivo ma anche rispetto ai progetti costruiti insieme. «Una vita completamente diversa, senza obiettivi. Prima era fatta di progetti per il futuro di Elena. Poco prima dell’incidente avevamo deciso di fare un grosso investimento per aprire una casa vacanze in cui avrebbe lavorato. Ora non c’è più niente. Tutto resettato: quando perdi una figlia finisce tutto. Adesso non programmo nulla, vivo alla giornata pensando a quello che sarebbe stato. Ai nipoti che avrebbe potuto darmi Elena. Alle cose che avremmo potuto fare insieme e mai faremo».
Sul piano giudiziario, la vicenda non è ancora arrivata a una conclusione. Graziella Viviano ha scelto di non entrare nei dettagli, limitandosi a sottolineare i ritardi e gli aspetti ancora aperti del procedimento. «Mi limito a dire che la giustizia è in alto mare, che ci sono persone coinvolte e ancora troppe cose irrisolte. Farò quello che posso, ma il tempo passa e divento sempre più debole».
Nel frattempo prosegue anche il suo impegno per la sicurezza stradale a Roma, tema che continua a considerare centrale dopo la morte della figlia. Proprio mentre si dirigeva al deposito, ha assistito a un’altra scena di incidente. «Già. Mentre andavo al deposito, in viale Marconi ho visto un motociclista a terra. Un tonfo al cuore davanti all’ennesimo incidente. Per fortuna poco dopo si è mosso e ho capito che si era salvato. Almeno lui. Gli incidenti vanno prevenuti. Ma noi non sappiamo neanche cosa significhi la parola “prevenzione”. Mi stupisco che sia nel nostro dizionario. Capiamo il significato del termine solo davanti ai drammi. Ma è prima che si dovrebbe intervenire per evitare che altre persone facciano la fine della mia Elena».
Il recupero della moto dissequestrata ha così riaperto, in modo concreto e doloroso, una storia che per Graziella Viviano non si è mai chiusa. A distanza di anni, il mezzo guidato da Elena il giorno dell’incidente è tornato a rappresentare il confine tra la vita di prima e quella successiva alla tragedia, mentre resta aperta la richiesta di verità e di maggiore attenzione alla sicurezza delle strade della Capitale.



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