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Il vicino mi rubava benzina: gli ho lasciato una sorpresa



Sul monitor c’erano diversi risultati associati al nome di Trevor. L’agente non mi lasciò leggere ogni dettaglio, ma vidi abbastanza da capire che non stavamo parlando di qualche multa dimenticata. C’erano mandati pendenti e precedenti contatti con le forze dell’ordine in un’altra contea. Uno riguardava la mancata comparizione davanti a un giudice. Un altro era collegato a una denuncia per furto.



«Da quanto tempo abita accanto a lui?» mi chiese.

«Quasi due anni.»

L’agente si appoggiò allo schienale. «E non ha mai avuto problemi prima?»

Pensai alla benzina. Alle urla contro il postino. Alle discussioni nel vialetto. Alle persone che arrivavano a casa sua a tarda sera e restavano pochi minuti.

«Non così.»

Gli mostrai di nuovo il video.

Quando arrivammo al momento in cui Trevor provava la maniglia della mia porta, l’agente fermò l’immagine. Ingrandì la zona vicino al cancelletto, dove si vedeva l’altro uomo.

«Lo conosce?»

«Mai visto.»

Lui prese nota.

Mi disse di tornare a casa e di non provocare Trevor. Se fosse venuto nuovamente alla porta, avrei dovuto chiamare immediatamente. Gli chiesi se lo avrebbero arrestato.

«Ci occuperemo noi della situazione.»

Era una risposta abbastanza chiara.

Tornai a casa poco prima di mezzogiorno. Trevor non c’era. Il pickup era sparito, probabilmente portato via da un carro attrezzi. Il tosaerba era ancora in mezzo al prato con il cofano aperto.

Rachel mi aspettava in cucina.

«Allora?»

Le raccontai dei mandati.

«Dobbiamo andarcene per qualche giorno.»

«È casa nostra.»

«Ethan, quell’uomo ha provato ad aprire la porta.»

Non potevo darle torto.

Quello che non riuscivo a capire era perché avesse portato un’altra persona. Se voleva soltanto rubare benzina, perché servivano due uomini? E soprattutto perché controllare la porta?

La risposta arrivò quella sera.

Stavo portando fuori la spazzatura quando sentii Trevor chiamarmi.

«Ethan.»

Era sul lato della sua casa, quasi nascosto dalla staccionata.

Mi fermai.

«Che vuoi?»

«Hai parlato con qualcuno?»

Non risposi.

Trevor si avvicinò di qualche passo. Non sembrava più arrabbiato come la sera precedente. Sembrava nervoso. Continuava a guardare verso la strada.

«Ti ho fatto una domanda.»

«E io non devo risponderti.»

«Hai chiamato la polizia per quella storia della benzina?»

«Torna a casa, Trevor.»

Per un secondo pensai che sarebbe venuto verso di me. Invece infilò le mani nelle tasche.

«Quello che hai visto ieri non è quello che pensi.»

Quelle parole mi fecero gelare.

Non avevo mai detto a Trevor di averlo filmato mentre controllava la porta.

«Che cosa avrei visto?»

Lui capì immediatamente.

Il suo sguardo cambiò.

«Niente.»

«Hai appena detto che quello che ho visto non è quello che penso.»

Trevor si voltò e rientrò nel proprio cortile senza aggiungere altro.

Entrai in casa e chiusi entrambe le serrature.

Rachel mi fissò. «Dimmi che non gli hai parlato.»

«È stato lui a fermarmi.»

Le raccontai la conversazione.

Lei impallidì.

Quella notte dormimmo poco. Ogni rumore proveniente dal cortile mi svegliava. Alle due e venti sentii un’auto rallentare davanti alle case. Mi alzai e guardai attraverso le tende. Una berlina scura rimase ferma qualche secondo davanti all’abitazione di Trevor, poi ripartì.

La mattina seguente chiamai nuovamente l’ufficio dello sceriffo.

Raccontai tutto.

L’agente mi fece ripetere esattamente la frase di Trevor.

Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.

«Non affronti più quest’uomo. Neanche se viene nella sua proprietà. Chiami noi.»

A quel punto la mia piccola vendetta per qualche gallone di benzina aveva smesso completamente di farmi ridere.

Per due giorni non successe nulla.

Trevor usciva poco. Le tende rimanevano chiuse. Una volta vidi l’uomo con il cappellino nero arrivare in macchina. Rimase dentro casa meno di quindici minuti.

Salvai anche quella registrazione.

Il terzo giorno, verso le quattro del pomeriggio, due veicoli dell’ufficio dello sceriffo entrarono nella nostra strada.

Rachel era accanto a me alla finestra.

«Sono qui per lui.»

Un agente bussò alla porta di Trevor.

Nessuna risposta.

Bussò nuovamente.

Dopo quasi un minuto Trevor aprì. Non sentivo le parole, ma lo vidi scuotere la testa. Indicò casa mia.

Poi indicò me.

«Fantastico», mormorai.

Uno degli agenti gli fece mettere le mani dietro la schiena.

Trevor cominciò a discutere. Anche dalla finestra si vedeva che urlava. Tentò di girarsi mentre gli mettevano le manette. Un altro agente uscì dal lato della casa.

Trevor mi vide.

Per alcuni secondi rimase immobile.

Poi gridò qualcosa.

Non riuscii a capire tutte le parole, ma sentii chiaramente il mio nome.

Rachel si allontanò dalla finestra.

Io rimasi lì.

Trevor venne fatto salire sull’auto.

Pensavo che quella fosse la conclusione.

Mi sbagliavo.

Circa un’ora dopo un agente bussò alla nostra porta. Era lo stesso con cui avevo parlato la prima volta.

«Possiamo farle qualche domanda?»

Lo feci entrare.

Posò sul tavolo una busta trasparente.

All’interno c’erano alcuni oggetti recuperati dalla casa di Trevor. Non mi spiegò tutto, ma mi mostrò una fotografia stampata.

Riconobbi immediatamente il mio patio.

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