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La fidanzata del capotreno ucciso: “Il mio Alessandro amava il suo lavoro, ma aveva anche paura”



Il suo Alessandro era capotreno. Amava quel lavoro, lo aveva scelto con convinzione, sapendo che non era solo una professione ma una responsabilità. Ogni turno significava attenzione, presenza, cura verso le persone che viaggiavano. Indossava la divisa con rispetto, consapevole di ciò che rappresentava.
“Il mio Alessandro amava quel lavoro, ma aveva anche paura.”
Una paura che non lo fermava, ma che lo accompagnava. La paura di chi conosce i rischi, di chi sa che non sempre lavorare significa sentirsi al sicuro. Non ne parlava per lamentarsi, ma perché era umano. Perché nessuno dovrebbe mai abituarsi all’idea che il proprio lavoro possa trasformarsi in un pericolo.
Alessandro era un uomo come tanti, e proprio per questo speciale. Tornava a casa, faceva progetti, rideva delle piccole cose. Aveva sogni semplici, concreti, una vita che continuava fuori da quel treno. Nessuno pensa che una giornata di lavoro possa essere l’ultima. Nessuno è davvero preparato a questo.
“Chi l’ha portato via mi ha tolto la persona più importante della mia vita così, all’improvviso.”
Un gesto improvviso, una violenza che non lascia tempo di capire, ha spezzato tutto. In un attimo si è fermato il futuro, lasciando solo un vuoto difficile da descrivere. Da quel momento il tempo sembra essersi diviso in due: il prima, fatto di normalità e abitudini, e il dopo, fatto di silenzi, assenze, domande senza risposta.
Il dolore non arriva tutto insieme. Si insinua nei momenti più impensati, negli orari che prima avevano un senso, nei gesti quotidiani che ora fanno male. È un dolore che non fa rumore, ma pesa ogni giorno, e che nessuna parola può davvero spiegare.
Alessandro non è solo un nome in una notizia. Era un capotreno che amava il suo lavoro, ma soprattutto era una persona. Aveva paure, sogni, una vita davanti. Dietro quella divisa c’era un uomo che meritava di tornare a casa.
E resta una domanda che continua a fare male: com’è possibile che chi lavora, chi svolge il proprio dovere, debba temere di non tornare?
Parlare di lui è un modo per non lasciarlo andare. Perché Alessandro vive nei ricordi, nell’amore che resta, nella consapevolezza che nessuna violenza potrà cancellare ciò che è stato.


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