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La ministra del Turismo Daniela Santanchè si è dimessa



Le dimissioni di Daniela Santanchè dal ministero del Turismo segnano un nuovo passaggio nella fase di tensione interna che attraversa il governo guidato da Giorgia Meloni. L’annuncio è arrivato oggi con una comunicazione ufficiale indirizzata alla presidente del Consiglio, dopo ore di forti pressioni politiche seguite alla nota diffusa ieri sera da Palazzo Chigi. In quel testo, la premier aveva chiesto alla ministra un gesto di “sensibilità istituzionale”, auspicando apertamente un passo indietro.



La decisione di Santanchè arriva dopo un confronto politico che si è protratto nelle ultime ore e che ha seguito le precedenti uscite dall’esecutivo di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, maturate nel clima successivo ai risultati del Referendum sulla Giustizia. La ministra del Turismo ha formalizzato il suo addio con parole rivolte direttamente alla presidente del Consiglio: “Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi”. Nello stesso messaggio ha poi aggiunto: “il mio certificato penale è immacolato”.

La vicenda assume un rilievo particolare anche sul piano istituzionale. Nella storia politica recente italiana, infatti, è molto raro che un ministro venga di fatto sfiduciato in pubblico dal presidente del Consiglio in carica. Il precedente più noto resta quello di Filippo Mancuso, allora Guardasigilli, che nel 1995 lasciò l’incarico dopo una mozione di sfiducia votata anche dal suo stesso governo. Il caso attuale viene quindi letto come un segnale di forte discontinuità, soprattutto per la modalità con cui la richiesta di dimissioni è stata resa esplicita da Meloni.

Secondo la ricostruzione politica emersa nelle ultime ore, la presidente del Consiglio avrebbe scelto di accelerare per contenere l’impatto delle polemiche e limitare gli attacchi delle opposizioni. L’obiettivo, in questo passaggio, sarebbe quello di alleggerire il profilo del governo da figure divenute motivo di scontro continuo sul piano pubblico e parlamentare. In ambienti politici, la linea viene descritta come una volontà di recidere i cosiddetti “rami secchi” prima che il logoramento si traduca in un danno più ampio per l’esecutivo.

L’uscita di Santanchè è stata ufficializzata alle 18:05. Poco prima, alle 18:02, erano arrivate nuove osservazioni dal Partito democratico. Intervenendo a Tagadà su La7, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva espresso perplessità sui tempi con cui si stava arrivando alla formalizzazione del passo indietro della ministra. Nel suo intervento, Orlando ha dichiarato: “Perché un leader così forte non riesce a far scattare questi automatismi? Qual è la negoziazione che c’è stata? C’è una negoziazione in corso?”. L’esponente del Pd ha richiamato anche i casi dei sottosegretari Dimastro e Bartolozzi, osservando che in altri momenti politici dimissioni analoghe sarebbero state immediate.

Sempre nel corso dell’intervento televisivo, Orlando ha insistito sul nodo politico rappresentato dai tempi dell’uscita di Santanchè, sostenendo: “ci sarà un’interlocuzione, di qualcosa staranno parlando perché altrimenti non si capisce perché sta passando questo tempo”. L’ex ministro ha quindi ampliato il ragionamento sulla figura della presidente del Consiglio, aggiungendo: “Cosa impedisce a una leader di esercitare la sua forza? Che cosa la frena? Qual è l’elemento che le impedisce di fare ciò che ha sempre rivendicato, cioè essere una leader legittimata politicamente e non condizionabile?”.

Le parole di Orlando si inseriscono in un contesto in cui le opposizioni puntano a mettere in evidenza non solo l’esito della vicenda, ma soprattutto il metodo seguito da Palazzo Chigi. Il fatto che la premier abbia scelto di esporre pubblicamente la richiesta di dimissioni viene interpretato da una parte dell’opposizione come il segnale di una difficoltà interna nella gestione dei rapporti con alcuni esponenti dell’esecutivo. Al tempo stesso, dalla maggioranza si sottolinea che la decisione finale conferma la capacità della presidente del Consiglio di imporre una linea politica chiara.

Sul piano istituzionale, la giornata resta significativa per almeno due motivi. Da una parte c’è la chiusura dell’esperienza di Daniela Santanchè al Turismo, arrivata dopo un confronto politico diretto con Giorgia Meloni. Dall’altra emerge con evidenza la centralità assunta da Palazzo Chigi nella gestione di una crisi che, almeno nelle sue fasi iniziali, appariva ancora aperta a diverse soluzioni. La nota della premier, diffusa ieri sera, ha in sostanza ristretto il margine politico, trasformando una valutazione interna in una richiesta esplicita e pubblica.

La lettera con cui Santanchè ha lasciato l’incarico mantiene inoltre un profilo che unisce obbedienza politica e rivendicazione personale. Nelle parole rivolte alla premier, infatti, la ministra da un lato prende atto della richiesta e si adegua, dall’altro ribadisce la propria posizione sul piano personale e giudiziario, scegliendo di specificare che “il mio certificato penale è immacolato”. È un passaggio che accompagna le dimissioni ma che al tempo stesso segnala la volontà di distinguere il piano politico da quello personale.

Resta ora da capire quali saranno gli effetti immediati sull’assetto del governo e quali decisioni verranno prese per la sostituzione al ministero del Turismo. La crisi aperta dopo il Referendum sulla Giustizia ha già prodotto più di un’uscita dall’esecutivo e ha spinto il governo a intervenire con rapidità crescente. Le dimissioni di Santanchè rappresentano, in questo quadro, un nuovo snodo politico che potrebbe influenzare i prossimi equilibri nella maggioranza.



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