Helen sbatté la porta dietro di sé con un sussulto prima che potessi chiudere completamente, lasciandomi sola con i due piloti e Leo che sorreggevo al mio fianco. L’aereo oscillava in quel silenzio carico di tensione, come se tutta la tensione del cielo si fosse concentrata su quelle quattro mura metalliche.
«Dobbiamo identificarlo prima che faccia qualcosa,» disse Wilson, senza distogliere lo sguardo dai monitor. «E non sappiamo ancora se ha accesso ai sistemi critici o se sta solo creando scompiglio. Ma sappiamo anche che non è una casualità.»
Mark annuì, le mani che scorrevano sui pannelli come in cerca di conforto. «Se è riuscito a bloccare il backup, significa che conosce il sistema. Non siamo mai stati così vulnerabili a mille metri di altezza.»
Leo si stirò contro di me senza svegliarsi del tutto, una piccola mano che si aggrappava al mio maglione verde, fonte di ancora e sicurezza. Gli accarezzai i capelli senza pensarci, mentre dentro di me una tensione nuova si faceva strada: quel bambino era il motivo per cui ero scappata da quella vita eppure ora dovevo tornare a un mondo che avevo lasciato alle spalle.
«Dobbiamo andare,» sussurrai, quasi a me stessa. «Non possiamo aspettare che qualcuno faccia il prossimo passo.»
Wilson rallentò il battito del suo respiro, il volto grigio di stanchezza. «Sono d’accordo, ma abbiamo solo 10 minuti prima che perdiamo la posizione e la comunicazione con la torre.»
Feci un cenno a Mark di bloccarmi la porta e recuperai la radio che Helen mi aveva passato. «Helen,» chiamai, «voglio una squadra pronta a muoversi immediatamente verso l’area 11B. Qualcuno deve vedere cosa c’è lì.»
«Ricevuto.» La sua voce arrivò con un filo di tensione squarciato da un brusio distante, sopra il ronzio dei motori.
Leo si aggrappava a me con una leggerissima pressione che comunicava un’attenzione incosciente ma feroce. Un suo respiro, calmo e sordo, mi ricordava cosa c’era in gioco.
La notte si gonfiava di ombre mentre davo un’occhiata rapida ai dati sul pannello davanti a me. Diverse letture sbagliavano, ma sembrava che qualcosa interferisse anche con le telecamere di sorveglianza dei corridoi. Non solo guerra nei cieli: adesso toccava sotterrare l’oscurità dentro quelle mura mobili.
«Capitano,» dissi con voce ferma, «potete mantenere l’aereo in assetto manuale solo per pochi minuti. Nel frattempo io… beh, che ne dite se tento di ripristinare qualche funzione utilizzando il sistema di emergenza?»
Wilson mi guardò con un misto di speranza e paura. «Fai attenzione. Non sappiamo quante altre sorprese ci aspettano.»
Segnandomi mentalmente la posizione del piccolo tasto che Leo aveva premuto, mi concentrai su una serie di comandi manuali che ricordavo per vie traverse, molto simili a quelli dei caccia su cui avevo volato. Mentre spostavo una mano sul pannello nacquero di colpo mille immagini di missioni lontane, di emergenze impossibili, di paura tramutata in decisione.
«Hai detto che il backup è offline,» domandai mentre cercavo uno schema nascosto fra i codici, «ma che cosa lo ha bloccato?»
Mark scrollò la testa. «Una sovrascrittura software a livello kernel. Qualcosa di grosso, e non da noi.»
Mi irrigidii. Era esattamente quello che avevo temuto: un attacco mirato, non un guasto casuale. Ma chi, e perché su un volo civile?
A quel punto una strana vibrazione percorse la cabina, diversa dal consueto tremolio d’aria. Leo stirò il collo e mi agguantò la mano, con lo sguardo che sembrava leggere la tensione senza poterla spiegare.
«Maya,» sussurrò il capitano con una voce più ferma, e più fragile, «…abbiamo bisogno che tu continui. Non puoi commettere errori.»
La porta si aprì di nuovo, Helen in volto un ghigno strano fra preoccupazione e risoluzione. «Abbiamo trovato qualcosa vicino ai bagni, ma è difficile identificarlo da qui.»
«Cosa?» Domandai. «Qualcosa di… o qualcuno?»
«Un uomo — dall’aspetto comune, ma era in possesso di un tablet non autorizzato e ha una valigetta che nessuno sa di chi sia. Quando gli hanno chiesto, è fuggito verso la sezione posteriore economia.»
Un battito mi paralizzò. «Succede qualcosa di urgente,» annunciò Helen. «Alcuni passeggeri hanno iniziato a notare comportamenti strani, e ci sono tensioni tra loro.»
«Qualcuno l’ha visto interagire con un altro passeggero?» chiesi, la mente a mille immagini di fughe e complotti.
Helen si morse il labbro. «Non ancora, ma qualcuno ha notato conversazioni troppo accese con un uomo sulla quarantina, seduto vicino all’uscita di emergenza.»
Mark si mosse svelto a prendere il microfono. «Potremmo chiedere a loro di abbassare la voce, evitare panico.»
«No,» tagliai corto, «voglio qualcuno che stia attento a quel duo. Pechino e Mosca entrate in quel corridoio potrebbero trasformarsi in un’inferno.»
Wilson mi fissò per un secondo, poi aggiunse: «Neanche noi lo sappiamo, ma il sistema sembra cercare di anticipare i nostri movimenti.»
La mano di Leo si strinse alla mia. Lo guardai: i suoi occhi verdi, in quell’attimo lunare, tradivano una calma che sfidava qualunque pericolo.



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