L’avvocato si chiamava Rossana Merli, specializzata in diritto di famiglia e successioni, con uno studio al terzo piano di un palazzo del centro di Bologna dove le piante sul davanzale erano sempre annaffiate e i clienti aspettavano su sedie comode invece che su quelle di plastica che sembrano progettate per scoraggiare le persone dal rimanere troppo a lungo. Merli aveva quarantasei anni, una laurea doppia che non citava mai, e il modo di fare di chi ha già sentito tutto e non perde tempo a fingersi sorpresa. Margherita ed io avevamo aspettato venti minuti nella piccola sala d’attesa, poi Merli ci aveva fatte entrare, aveva chiuso la porta, e avevo raccontato tutto di nuovo dall’inizio con la stessa precisione con cui l’avevo raccontato a Caruso la sera prima, aggiungendo i dettagli che Caruso aveva trovato sulla visura catastale, il nome della società, la data di costituzione, il prezzo della vendita. Merli aveva preso appunti senza interrompere. Quando avevo finito aveva posato la penna e aveva detto: “Ha la procura con cui sua figlia ha venduto la casa?” Avevo detto che non sapevo dell’esistenza di nessuna procura. “Esatto,” aveva detto Merli. “Questo è il primo problema che hanno.”
Quello che era emerso nelle settimane successive, attraverso l’accesso agli atti notarili che Merli aveva richiesto formalmente, aveva quella qualità delle cose costruite in fretta da persone che credono di essere più furbe di quanto sono. Serena aveva usato una procura che io non avevo mai firmato. Non era una firma falsificata in modo grossolano, era una firma abbastanza simile alla mia da sembrare plausibile a un esame veloce, ma abbastanza diversa da non reggere a una perizia calligrafica. Il notaio che aveva rogitato la vendita, uno studio di un comune dell’hinterland che Caruso non conosceva, aveva accettato la procura senza richiedere la verifica dell’autenticità che la legge prevede per le vendite di immobili di valore superiore a una certa soglia. Questo era il secondo problema che avevano. La società a responsabilità limitata di Matteo aveva già iscritto un’ipoteca sull’immobile sei giorni dopo l’acquisto, il che significava che Matteo stava usando la casa come garanzia per un finanziamento che Merli aveva già identificato come proveniente da un creditore privato con precedenti per usura. Questo era il terzo problema che avevano, e non era un problema mio.
Merli aveva depositato il ricorso d’urgenza per la sospensione degli effetti della vendita dodici giorni dopo il nostro primo incontro. Il giudice aveva concesso la sospensione provvisoria in quattro giorni, il che nella lingua pratica del diritto significava che nessuno poteva fare niente con quella casa finché il tribunale non avesse esaminato il merito. L’ipoteca di Matteo era rimasta congelata. La società a responsabilità limitata esisteva ancora sulla carta ma non poteva muoversi. E Serena e Matteo, che avevano costruito tutto il piano sulla velocità e sulla mia presunta incapacità di reagire, si erano trovati fermi davanti a un’ordinanza del tribunale che non aveva nessun interesse per le loro urgenze.
Serena mi aveva chiamata il giorno dopo che Merli aveva notificato il ricorso. Non lo avevo visto arrivare perché non mi aspettavo che chiamasse, mi aspettavo che mandasse Matteo a fare da scudo come aveva sempre fatto nelle situazioni difficili. Invece aveva chiamato lei, con quella voce che riconoscevo, quella che usava da bambina quando aveva fatto qualcosa di sbagliato e voleva capire quanto lo sapevo già. “Mamma, dobbiamo parlare.” “Sì,” avevo risposto. “Attraverso i miei avvocati.” “Non devi fare così.” “Serena, mi hai schiaffeggiata davanti ai vicini. Sul marciapiede di casa mia. Con la tua firma su una procura che non ho mai firmato.” Il silenzio dall’altra parte aveva quella qualità densa di chi sta cercando una risposta che non esiste. “Matteo aveva dei problemi. Era disperato.” “Tuo marito è disperato da quando lo conosco,” avevo detto. “La differenza è che stavolta ha usato te per risolvere i suoi problemi e tu lo hai lasciato fare.” “Non capisci quanto è difficile—” “Capisco perfettamente,” l’avevo interrotta. “Per questo ho un avvocato.” Avevo chiuso la chiamata.
Quello che è successo nel corso del processo ha avuto la qualità lenta e documentata delle cose che vengono fatte bene. La perizia calligrafica sulla procura aveva confermato ciò che Merli aveva già ipotizzato: la firma non era la mia. Il notaio dell’hinterland, a cui era stato notificato il procedimento, aveva presentato memorie difensive attraverso il suo avvocato sostenendo di aver eseguito i controlli previsti dalla legge, ma i documenti del suo fascicolo mostravano una serie di passaggi saltati che era difficile giustificare. Matteo aveva cercato di vendere di nuovo la casa attraverso la società, nel periodo di sospensione, a un secondo acquirente che probabilmente non sapeva niente di quello che stava comprando, ma il notaio interpellato aveva rifiutato di rogitare in presenza di un’ordinanza di sospensione registrata nei pubblici registri. Questo aveva bloccato anche quel tentativo.
Il processo civile per la dichiarazione di nullità della vendita era andato avanti per undici mesi. Non è una durata breve, ma non è nemmeno la durata infinita che certi procedimenti hanno quando una delle parti vuole solo rallentare nella speranza che l’altra si stanchi. Merli era precisa, preparata e non si stancava mai nel modo in cui alcune persone non si stancano mai delle cose che fanno bene. Il giudice aveva dichiarato nulla la vendita, aveva ordinato la cancellazione dell’ipoteca di Matteo, e aveva condannato Serena e Matteo al pagamento delle spese processuali. La procura falsa era stata trasmessa alla procura penale per i provvedimenti di competenza. Caruso aveva rogitato la reintestazione della casa a nome mio lo stesso giorno in cui era diventata esecutiva la sentenza. Avevo ripreso le mie chiavi. La serratura nera era già stata sostituita con una uguale alla precedente, perché alcune cose si possono scegliere.
La cosa che mi viene chiesta più spesso, quando racconto questa storia, è cosa provo verso Serena adesso. È una domanda onesta e mi sono presa il tempo di risponderla onestamente, non nel modo in cui ci si aspetta che risponda una madre, che è quello di dire che vuole bene alla figlia nonostante tutto, né nel modo drammatico opposto. Quello che provo è qualcosa di più complicato e più tranquillo di entrambe le versioni. Serena è mia figlia. È cresciuta in quella casa, ha incollato gli adesivi di principesse sulla finestra della cucina, si è addormentata sulle mie ginocchia durante i temporali. Questo non cambia. Quello che è cambiato è che la figlia che credevo di conoscere era anche qualcuno capace di firmare una procura falsa, di aspettarmi sulla soglia di casa per dirmi “non hai più una casa”, di alzare la mano su di me davanti ai vicini. Queste due cose coesistono, e imparare a starci dentro è il lavoro più lungo che abbia fatto in tutta la vicenda, più lungo del processo, più lungo della perizia calligrafica, più lungo dell’attesa dell’esecutività della sentenza.
Vivo ancora in quella casa. La primavera scorsa ho rifatto dipingere la porta azzurra, stesso colore, perché era il colore che avevo scelto io e Giorgio insieme e non aveva nessun motivo per cambiare. Ho rimesso a posto la bouganville che era cresciuta storta durante i mesi in cui la casa era sotto sequestro. Ho invitato Margherita a trascorrere una settimana con me in estate, e abbiamo mangiato in terrazzo tutte le sere con quella qualità dei pasti mangiati all’aperto che sembrano sempre migliori di come sarebbero stati al chiuso. Avevo settantadue anni quando Serena mi aspettava sulla soglia con le mie perle alle orecchie e le mie chiavi che non aprivano niente. Ne ho settantatré adesso. La guancia ha smesso di fare male dopo qualche giorno. Le ginocchia fanno ancora male, ma questo è un problema completamente diverso e molto più antico.
L’ultima cosa che ho detto a Serena, nell’unica conversazione che abbiamo avuto dopo la sentenza, è stata questa: “Spero che tu abbia scelto meglio di quanto sembri.” Non era un augurio ironico. Era sincero, nel modo in cui si può essere sinceri con qualcuno che ti ha delusa profondamente e che ami ancora abbastanza da non volerle del male. Non so se ha capito cosa intendevo. Non so se Matteo è ancora nella sua vita o se quella vicenda ha fatto quello che certe vicende fanno, scompaginare abbastanza le cose da mostrare alla fine cosa c’è sotto. Non lo saprò probabilmente per molto tempo ancora, se mai lo saprò. Quello che so è che la mia porta azzurra ha la serratura giusta adesso, che le chiavi entrano e girano come devono, e che ogni mattina quando esco mi fermo un secondo sul portico a guardare la bouganville che sta riprendendo la forma che aveva prima. Alcune cose crescono storte per un po’ e poi si raddrizzano, se le lasci fare.



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