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Mia sorella è rimasta incinta per sbaglio. Io ci provo da quattro anni



Quando mia sorella ha detto quelle parole con un sorriso, l’ho stretta forte.
Avevo passato anni a versare ogni euro nei centri specializzati, uno dopo l’altro.
Il suo bambino era arrivato così, come se niente fosse.
Dentro, invece, avrei voluto cancellarla dal mondo.



Mi chiamo Marta.
Trentanove anni.

Ogni sera, da quattro anni, un ago entra nella pancia per gli ormoni.
Il corpo non sembra più mio, ma un posto dove le cose accadono.
Tre prelievi di ovuli.
Quattro embrioni trasferiti.
Due volte il cuore ha smesso prima del tempo.
Venticimila euro contati uno a uno.

Niente caffè.
Cambio colore dei capelli solo se serve.
Evito prodotti “strani”.
Il mio corpo è diventato un luogo sacro… dove però non succede niente.

Fuori tutti dicono:
“Appena smetti di pensarci, succede.”

Ma come si fa a non contare i giorni,
quando l’orologio segna le ore delle iniezioni?
Ogni settimana ha un nome: ovulazione, attesa, sangue.

Odio le donne che possono avere figli.
E l’odio più forte, lo provo per mia sorella.

Trent’anni.
Sigarette senza fretta.
Spritz quando esce.
Cibo poco sano.
Un uomo con lavori saltuari.

L’altro ieri, a pranzo dai parenti, si è alzata in piedi, ridendo ma tesa:
“Ragazzi, non ci crederete… abbiamo fatto un casino. Sono incinta.
Non l’avevamo programmato, è stato proprio un incidente, ma vabbè… ormai c’è.”

Un incidente.
Una notte sbagliata.
Una distrazione.

Io invece cerco da anni con calcoli, silenzi, sforzo continuo.
Nessuno mi aveva avvertito che potesse funzionare così.

Tutti urlavano di gioia.
Mio padre ha stappato lo spumante.
Mia madre prima è rimasta zitta, poi ha pianto.

E poi…
tutti gli occhi su di me.
Come a dire: quanto le farà male questa cosa?

Mi sono alzata.
Un sorriso finto, mai fatto prima.
L’ho abbracciata.

“Che meraviglia, sarò una zia fantastica.”

Ma mentre la stringevo sentivo solo l’odore di sigaretta.
E dentro urlavo: non è giusto.

A lei tutto facile.
A me solo sforzi.
Per un secondo orrendo ho desiderato che succedesse qualcosa di brutto.

Subito dopo… solo vergogna.
Che mostro sono diventata?

In bagno ho aperto l’acqua per coprire il rumore
e ho gridato in silenzio allo specchio.

A casa guardo le siringhe nel frigo.
Oggetti freddi che non servono più a niente.
Un figlio arriverà a lei senza progetti.
A me resteranno solo ferite.
E forse i debiti.

La cosa che mi fa più paura non è restare senza figli.
È scoprire che il dolore mi ha cambiata.

Ora guardo le pance delle altre con rabbia.
Faccio fatica a sorridere quando parlano di neonati.
Il vuoto che porto addosso si mette sempre in mezzo.
Ogni volta.




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