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Rogoredo, chi è Carmelo Cinturrino: l’agente che ha ucciso il 28enne, “Chiedeva il pizzo”



Carmelo Cinturrino, un assistente capo di polizia di 41 anni, è al centro di un’inchiesta per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, un giovane di 28 anni, ucciso con un colpo di pistola alla testa durante un’operazione antidroga avvenuta il 26 gennaio in via Giuseppe Impastato, un’area nota per l’attività di spaccio di droga, al confine con il “bosco della droga” di Rogoredo. La procura di Milano ha aperto un fascicolo contro di lui per falso ideologico legato a un verbale d’arresto redatto nel 2024, che riguardava un 20enne tunisino poi assolto. Il tribunale aveva trasmesso gli atti ai pubblici ministeri dopo che erano emerse discrepanze tra le dichiarazioni di Cinturrino e le immagini delle telecamere di sorveglianza.



Secondo le registrazioni, Cinturrino avrebbe estratto diverse banconote da 20 euro dal telefono del giovane, ma nel verbale di arresto aveva dichiarato di aver sequestrato solo una banconota. Gli inquirenti ora sospettano che il poliziotto possa aver mentito anche riguardo alla dinamica della morte di Mansouri.

Carmelo Cinturrino è considerato un poliziotto esperto, con un lungo servizio presso il commissariato di Mecenate a Milano. Ha effettuato circa quaranta arresti nell’area nell’ultimo anno, quattro dei quali solo dall’inizio del 2026. Davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia, Cinturrino ha rivendicato la sua conoscenza approfondita della zona, che gli ha conferito un certo prestigio tra i colleghi e riconoscimenti ufficiali, incluso un premio ricevuto nel 2017 dall’allora capo della polizia Franco Gabrielli.

Tuttavia, la sua figura è ora sotto esame e circondata da dubbi. Alcune voci suggeriscono che Cinturrino potesse avere legami con spacciatori attivi in uno stabile popolare dove lavora sua moglie come custode. Altri sostengono che chiedesse il pizzo agli spacciatori, utilizzando pressioni e arresti contro coloro che non si conformavano alle sue richieste. Queste ipotesi sono attualmente al vaglio degli inquirenti.

Durante gli interrogatori, quattro colleghi di Cinturrino, indagati per omissione di soccorso aggravata e favoreggiamento, hanno parlato di arresti “forzati” e di comportamenti violenti durante i controlli. I poliziotti più giovani hanno riferito di sentirsi condizionati dalla personalità e dall’esperienza del collega più anziano, il che li avrebbe portati a non intervenire o a non opporsi in determinate situazioni.

In particolare, il fratello della vittima ha dichiarato che Mansouri temeva “il poliziotto di Mecenate” e che quel giorno, il 26 gennaio, si sarebbe trattato non di un errore, ma di una possibile “vendetta”. Questa versione sembra trovare supporto nei primi risultati dell’autopsia e nelle affermazioni degli avvocati della famiglia di Mansouri, secondo cui il giovane “non avesse la pistola” al momento dello sparo e che qualcuno l’avrebbe messa lì successivamente.



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