La gente parla di me come se fossi una specie di eroina, visto che ho preso con me il ragazzo nato fuori dal matrimonio di mio marito.
Quando quel piccolo pronuncia la parola mamma, dentro di me sale un gusto amaro, quasi acido. Griderei volentieri che lui non ha nulla a che fare con me.
Mi presento: sono Valeria, quarantasei anni.
Tra le immagini appese in soggiorno, accanto a quelle dei miei bambini — i nostri, nati insieme — campeggia anche quella di Tommaso, piccolo, quattro anni appena compiuti. Suo padre è mio marito, anche se la madre non sono io, bensì l’assistente del suo ufficio.
Un incontro fuori posto ha portato una pancia crescente, poi un nome da nascondere con cura.
Tutto ciò che ne è derivato l’ho ingoiato senza fiatare.
Appena accaduto, dentro di me si è acceso un pensiero preciso: insieme gestivamo un’attività, avevamo una certa immagine, due ragazzi in casa da crescere. Divorziare significava perdere ogni cosa. Avrei offerto argomento alle chiacchiere di quartiere.
Allora ho taciuto, accettando quel peso sulle spalle.
Dissi soltanto: «Lo riconosco. Ce ne occuperemo».
La donna che lo ha messo al mondo non poteva — oppure non voleva — prendersene cura.
Una faccenda intricata. Meglio lasciarla così.
A volte penso che essere gentile mi intrappoli.
Quando cammino per la città, qualcuno grida:
«Valeria, sembri uscita da un quadro sacro. Chi altro si sarebbe comportato così?».
Il tuo animo brilla, dicono.
Mio marito osserva ogni mio passo con riconoscenza infinita — e un peso negli occhi.
Mi circonda di oggetti costosi, cambia atteggiamento, diventa attento a tutto.
Solo che dentro, soffoco.
La donna ricompare ogni giorno mentre infilo le scarpe a Tommaso.
Gli occhi del piccolo hanno la stessa forma dei suoi.
Una leggera fossetta appare sul suo mento quando sorride.
Nessuna colpa pesa su quel viso tenero e tranquillo.
Respira, mangia con noi.
Per me è questo: un ricordo che si siede qui ogni sera.
Mentre lui era fuori, diceva lavoro.
Invece stava con un’altra.
Guardarlo fa venire su cose vecchie.
Non scorgo più un figlio. Appare solo quel dolore, piccolo e grande insieme.
Le parole false tornano.
L’imbarazzo cammina, ha due gambe, ride qualche volta.
Recitare quella scena di madre premurosa è il tormento più grande.
Quando piange, eccomi lì a stringerlo tra le braccia.
La febbre? Spetta a me misurarla, curarla.
Mi guarda come se fossi tutto per lui.
Ai suoi occhi sono semplicemente mamma.
Un foglio colorato ieri sul tavolo:
“Per la mia mamma speciale”.
Lo attacco al frigorifero, con un sorriso stampato in faccia.
Dentro, però, avrei voluto farne polvere.
Volevo gridargli:
«Non chiamarmi mamma! Tua madre è quella poco di buono che ha distrutto la mia autostima!».
Lui crede che non conti più niente.
Quando spegne la luce, sussurra:
«Che bel quadretto siamo, eh tesoro? Ce l’hai fatta».
Si addormenta subito, sereno perché qualcun altro ha pagato il prezzo.
Io invece resto immobile, gli occhi fissi sopra, inchiodata da quello che nessuno sa.
Tutto è rimasto al suo posto.
I soldi sono intatti.
Nessuno parla male di noi in giro.
Sembra perfetto, come nelle pubblicità del pane.
Così mi sono smarrita.
Ho finito col portare il peso del suo errore, costretta a voler bene per senso del dovere al figlio che sento di dover rifiutare.
Non era previsto andasse così.
Chiamarmi Valeria è facile, a quarantasei anni certe cose si sanno.
Il mondo mi vede come una brava persona, quasi perfetta.
Invece davanti allo specchio salta fuori qualcuno che conosco male:
una donna paurosa.
Aver scambiato la dignità per un po’ di compagnia non pesa subito.
Ogni volta che scaldo il latte per quel bambino — non mio — sento tirare dentro.
La quiete di prima, adesso, ha un prezzo ben chiaro.



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