⚠️ Cercherò di rimanere sul vago senza entrare troppo nei dettagli.
Ci sono due storie della mia vita che vorrei dimenticare, ma so che probabilmente non mi abbandoneranno mai del tutto. Oggi ho quasi trent’anni, e sento che è arrivato il momento di liberarmi di questo peso.
All’epoca avevo 16 anni e lavoravo saltuariamente con un familiare per guadagnare qualche soldo. Durante le pause uscivo di nascosto a fumare una sigaretta. I dipendenti dell’attività accanto facevano lo stesso. Tra loro c’era un uomo di circa 45 anni con cui capitava di scambiare qualche parola: commenti banali sui clienti, il tempo, i pettegolezzi del centro commerciale. Nulla di strano.
Un giorno mi disse che si era appena trasferito vicino a casa mia. Sapeva dove abitava la mia famiglia perché erano in buoni rapporti. Mi raccontò che stava organizzando una festa di inaugurazione e che aveva invitato tutti i colleghi dei due posti di lavoro. Una grande festa. Mi disse di passare.
Ero molto ingenua. Mi sentivo sola, triste, senza una vera vita sociale. Qualsiasi occasione per uscire di casa mi sembrava una salvezza.
Il giorno della festa andai. Suonai il campanello. Mi aprì, mi fece entrare… e subito chiuse la porta a chiave dietro di me, infilando la chiave nelle mutande. Guardandomi intorno capii immediatamente che qualcosa non andava: non c’era nessun altro.
Chiesi dove fossero tutti. Disse che erano già passati e se ne erano andati. Gli ricordai che aveva detto che la festa iniziava alle 14. Borbottò una scusa confusa. Notai subito che aveva bevuto.
Parlammo per pochi minuti, poi si offrì di mostrarmi la casa. Arrivati in camera da letto disse, ridendo:
« Questa è la tua stanza. Hai anche una grande cabina armadio tutta per te. Posso fare spazio se serve. »
Dentro di me scattò il panico. Risi nervosamente, cercando di minimizzare. Tornammo in soggiorno, ci sedemmo… e all’improvviso mi si buttò addosso.
Provò a toccarmi, a baciarmi. Cercai di respingerlo. Per fortuna era molto più ubriaco di quanto sembrasse: un calcio ben piazzato lo fece cadere a terra.
Seduto lì, confuso, disse:
« Non capisco… non vuoi? Mi hai sempre sorriso, parlato, riso alle mie battute mentre fumavamo. »
Quelle parole mi provocarono un disgusto profondo. Cercai di restare calma, spiegai che mi faceva piacere parlare con lui al lavoro, ma che eravamo solo colleghi. Rimasi vaga per paura che reagisse male.
Fu allora che perse completamente il controllo.
Mi disse che la sua ex moglie aveva il mio stesso nome, lo stesso aspetto, le stesse origini. Che io ero come una sua copia, ma “migliore”. Che dal primo momento non poteva credere ai suoi occhi. Parlava già di una vita insieme, di figli, di una casa.
In quel momento capii di essere in reale pericolo.
Ogni volta che si avvicinava mi sentivo morire. Era il doppio di me, ubriaco, fuori di testa. A un certo punto andò in bagno. Ci mise parecchio tempo. Durante quei minuti chiamai un collega responsabile di me al lavoro e gli raccontai tutto. Non era in città e faticava a credere che il suo “amico” potesse fare una cosa simile. Mi disse di provare ad andarmene e, se non ci fossi riuscita, sarebbe tornato nel weekend.
Mi suggerì di chiamare la polizia. Riattaccai: l’uomo stava tornando.
Non chiamai i miei genitori. Avevo paura di loro. In casa mia, per molto meno, le conseguenze erano violente.
Quando provai di nuovo ad andarmene, mi disse la frase che mi gelò il sangue:
« No, non te ne vai. Ci divertiremo un mondo. »
Da quel momento entrai in modalità sopravvivenza. Congelata. Dissociata. Cambiavo argomento ogni volta che provava a forzare la situazione. Rimasi intrappolata lì dalle 14 alle 22.
A tarda sera finsi di dover andare a prendere medicine e vestiti. Aveva persino conservato abiti della sua ex moglie. Era stanco, l’alcol e l’erba lo stavano spegnendo.
Mi fece promettere che sarei tornata subito. Prima di aprirmi la porta mi minacciò: se non fossi tornata entro mezzanotte, avrebbe fatto licenziare mia madre e le avrebbe fatto del male.
Uscii. Camminai via tremando, piangendo. Non sapevo cosa fare.
Ed è allora che apparve, dal nulla, una persona che ancora oggi considero il mio angelo custode: un ragazzo del quartiere in bicicletta.
Mi chiese una sigaretta. Vide che stavo piangendo. Mi chiese cosa fosse successo. Gli raccontai tutto.
Mi chiese di mostrargli la casa. Non volevo tornare indietro, ma mi rassicurò. Dopo aver visto dove si trovava, disse solo:
« Ho capito. Vai a casa, dormi e dimentica questa storia. »
La mattina dopo mi scrisse:
« Tutto a posto. Spero tu abbia dormito bene. »
Non seppi mai cosa fece. So solo che il giorno dopo venni a sapere che quell’uomo se n’era andato di corsa: qualcuno era entrato in casa sua di notte e aveva distrutto tutto. Anche lui.
Non l’ho mai più rivisto.
In seguito ho sporto denuncia, ma non ho mai ricevuto notizie.
Voglio solo dire questo:
i veri salvatori esistono.
Le persone giuste esistono.
Sarò per sempre grata.



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