Il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha registrato un’ulteriore escalation, passando dalle cronache sociali alle aule di tribunale attraverso un nuovo e significativo scontro legale.
La vicenda, che ha suscitato un notevole interesse pubblico per le sue implicazioni drammatiche e la complessità dei legami affettivi coinvolti, ha evidenziato un aumento della tensione tra le istituzioni e i rappresentanti legali dei genitori. Al centro della nuova controversia si trova l’iniziativa di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale incaricata della tutela del nucleo familiare, che ha deciso di presentare una denuncia per violenza privata nei confronti degli avvocati di Nathan e Cate. Tale azione legale rappresenta un precedente procedurale significativo, sottolineando la crescente complessità e la mancanza di mediazione nella gestione dei minori.
L’ipotesi di reato formulata dall’assistente sociale si fonda su quanto accaduto durante una fase cruciale dell’iter giudiziario, ovvero il momento della separazione della madre dai propri figli. Secondo la ricostruzione di Veruska D’Angelo, i legali della coppia avrebbero adottato una condotta ostruzionistica tale da impedire lo svolgimento della perizia psichiatrica programmata per quel giorno. L’accusa sostiene che il comportamento degli avvocati non si sia limitato alla legittima difesa tecnica, ma sia sfociato in una pressione indebita volta a ostacolare l’operato dei consulenti e dei servizi sociali. Tale azione rappresenta un attacco diretto alla strategia difensiva di Nathan e Cate, che mira a dimostrare l’eccessiva severità dell’intervento istituzionale.
L’avvocata Solinas, legale della famiglia coinvolta, ha manifestato profondo disappunto per l’iniziativa assunta dall’assistente sociale, qualificandola come un comportamento inusuale nell’ambito delle dinamiche giudiziarie minorili. La difesa respinge categoricamente ogni accusa di violenza, affermando che l’opposizione alla perizia era finalizzata alla tutela dello stato emotivo dei minori e della madre in un momento di particolare vulnerabilità. Secondo i legali, la denuncia costituisce un tentativo di intimidazione nei confronti della difesa e di deviazione dell’attenzione dalle criticità emerse nella gestione dei minori, che attualmente risiedono a Vasto in attesa della disponibilità di posti nelle strutture di accoglienza inizialmente programmate.
L’aggiunta di questa nuova appendice giudiziaria contribuisce ad un quadro già complesso. Da un lato, i servizi sociali rivendicano l’autonomia del proprio mandato e lamentano di essere stati oggetto di una campagna mediatica denigratoria; dall’altro, i genitori persistono nel tentativo di mantenere un contatto con i figli nonostante le restrizioni imposte dal tribunale. La decisione di Nathan di accettare parzialmente le condizioni proposte, quali la frequenza scolastica e l’assistenza domiciliare, sembrava aver offerto una prospettiva di conciliazione, ma la posizione di Cate rimane più marginale e problematica. Il conflitto tra l’obbligo di protezione dei minori e il diritto alla difesa dei genitori sembra aver raggiunto un punto di rottura, con una comunicazione tra le parti ormai limitata alle denunce e agli atti formali.



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