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La confessione di Elisa: ho subito una violenza sessuale a otto anni

La cantautrice parla per la prima volta del trauma infantile nel mediometraggio e nel nuovo album dal titolo Kintsugi



La cantautrice parla per la prima volta del trauma infantile nel mediometraggio e nel nuovo album dal titolo Kintsugi



La nota cantautrice Elisa ha scelto di condividere pubblicamente un drammatico episodio risalente alla propria infanzia, svelando di avere affrontato una violenza sessuale all’età di otto anni. Questa delicata e dolorosa confessione emerge in concomitanza con la presentazione del nuovo mediometraggio e l’imminente pubblicazione del progetto discografico che porta lo stesso nome. Nelle pagine dei quaderni personali compilati nel corso degli anni, l’interprete ha ritrovato le tracce di un segreto custodito a lungo lontano dai riflettori, decidendo infine di trasformare la propria esperienza privata in un messaggio di valore collettivo per chiunque si trovi a fronteggiare simili prove esistenziali e psicologiche.

Nel corso di una lunga conversazione rilasciata al quotidiano nazionale e firmata da un noto giornalista, l’artista originaria di Monfalcone ha illustrato le motivazioni che l’hanno indotta a interrompere il silenzio dopo quasi quattro decenni. La decisione di affidarsi all’espressione artistica nasce dalla ferma convinzione che la narrazione pubblica possa offrire un concreto punto di riferimento a chi ha vissuto la medesima esperienza traumatica. Interrogata sulla gravità di quell’accaduto, la musicista ha evidenziato come la violazione del corpo lasci un segno indelebile nell’essere umano, impossibile da rimuovere completamente dalla memoria o da considerare una semplice parentesi dimenticabile.

Il racconto si sofferma in modo particolare sulle profonde ripercussioni emotive derivanti da quella circostanza, capace di incrinare la spontanea fiducia infantile nei confronti degli adulti e di generare un persistente senso di vulnerabilità. Per moltissimo tempo la cantante ha tenuto nascosto l’accaduto anche alla propria famiglia, mentre il percorso terapeutico mirato è iniziato soltanto al compimento dei quarantotto anni. L’auspicio espresso dall’autrice è che altre persone colpite da vicende analoghe non debbano attendere così a lungo prima di chiedere aiuto, affrontando il recupero psicologico con il supporto adeguato di specialisti competenti nel settore della cura dei traumi infantili.

Un intenso parallelo storico e umano è emerso durante il colloquio, quando il cronista ha accostato la pesantezza del senso di colpa provato dalle vittime di abusi a quello tipico dei superstiti dei campi di concentramento, evocando la figura del nonno partigiano reduce dal lager nazista di Buchenwald. A differenza di quest’ultimo, che aveva scelto la via del totale riserbo, l’autrice ha preferito adoperare la parola parlata e scritta come strumento terapeutico di guarigione e di consapevolezza collettiva. Tale impegno civile contro la violenza di genere si manifesta anche attraverso il sostegno costante a iniziative di rilievo e movimenti fondati insieme ad altre esponenti della scena musicale italiana.

Il termine scelto per intitolare il film e il disco fa riferimento alla millenaria tecnica artigianale giapponese che valorizza le crepe della ceramica riempiendole con metalli preziosi anziché nasconderle alla vista. Questa suggestiva metafora guida l’intera opera cinematografica, strutturata attorno a letture di diari e monologhi intensi presentati durante una recente rassegna cinematografica. La riflessione conclusiva della cantautrice chiarisce definitivamente la necessità di elaborare il dolore senza timori, con l’obiettivo fondamentale di liberarsi da ogni ingiusta autoaccusa e ricordare fermamente che la responsabilità morale ricade sempre ed esclusivamente su chi compie l’abuso.



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