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Dalla piazza alla piattaforma: la nuova socialità è online



Per secoli la socialità è stata una questione di luoghi fisici: la piazza del paese, il bar di quartiere, l’aula universitaria, l’ufficio. Oggi la scena quotidiana si è spostata su piattaforme digitali che funzionano come nuove “piazze” dove transitano identità, conversazioni e progetti. I link hanno preso il posto dei vicoli; i profili, quello dei portoni; le community, quello delle associazioni locali. Questo non significa che gli spazi materiali si svuotino di senso, ma che la loro centralità venga ridistribuita dentro un ecosistema ibrido, in cui la connessione è la condizione di base.



La sociologa italiana Chiara Saraceno, tra le voci più autorevoli nel dibattito pubblico, ha osservato in più occasioni come le tecnologie digitali non “creino” relazioni dal nulla, ma riorganizzino modalità, tempi e confini dell’incontro. Il punto, dunque, non è contrapporre reale e virtuale, bensì capire come l’online diventi parte della tessitura sociale: un prolungamento che amplifica alcune capacità (rimanere in contatto, coordinarsi, apprendere) e ne affievolisce altre (la percezione dei contesti, la cura dei silenzi, l’attenzione condivisa).

Lavoro: la collaborazione come infrastruttura

Nel lavoro la socialità digitale si è trasformata in infrastruttura. Chat aziendali, documenti condivisi, lavagne virtuali e call operative hanno sostituito molte micro-interazioni di corridoio. Questo cambia la grammatica della collaborazione: meno improvvisazione, più tracciabilità; meno prossimità non programmata, più rituali di coordinamento. Si creano “stanze” tematiche dove i gruppi si riconoscono, si danno regole, stabiliscono tempi e linguaggi. E se la presenza fisica resta preziosa nei momenti ad alta intensità relazionale (negoziazioni delicate, brainstorming creativi, accoglienza dei nuovi membri), la continuità del lavoro scorre nelle piattaforme, che conservano memoria e riducono l’attrito organizzativo.

Questa migrazione non è neutra: ridisegna poteri e responsabilità. La visibilità dei contributi aumenta, ma anche la pressione a mostrarsi sempre raggiungibili. Servono quindi norme condivise: pause dichiarate, canali dedicati per urgenze, calendari trasparenti. La socialità professionale online funziona quando il gruppo definisce confini chiari tra disponibilità e diritto alla disconnessione.

Studio: dalla classe alla costellazione di community

Nell’educazione, la socialità non si esaurisce più nell’aula. Forum, server tematici, gruppi di studio e piattaforme di condivisione note trasformano gli studenti in una rete che eccede il perimetro scolastico. La classe diventa costellazione: ci si incontra per rielaborare contenuti, scambiarsi risorse, preparare presentazioni, allenarsi a parlare in pubblico con micro-eventi online. La relazione con i docenti si estende in “sportelli” digitali e feedback asincroni, mentre i materiali – registrazioni, slide, esercizi – creano una memoria d’istituto più accessibile e inclusiva.

Ma la vera mutazione è culturale: lo studio si sposta dal paradigma trasmissivo a quello partecipativo. Chi impara non è solo destinatario, è co-autore di percorsi, tutor dei pari, curatore di risorse. La socialità educativa online premia la reciprocità e la capacità di sintetizzare, contestualizzare, spiegare.

Intrattenimento: dall’audience alla co-presenza

Se in passato l’intrattenimento era un flusso unidirezionale, oggi la scena è interattiva e comunitaria. Le live streaming, le chat che scorrono sotto i video, i server dedicati a fandom, e persino i portali di casinò live restituiscono un’esperienza di co-presenza: non guardo soltanto, ma commento, gioco, reagisco, costruisco micro-mitologie con altri utenti. La socialità qui si nutre di rituali (la diretta del mercoledì, il torneo mensile), di insider joke e di reputazioni che attraversano piattaforme differenti.

Questo passaggio dall’audience alla co-presenza alimenta economie nuove: creator, moderatori, community manager, casters. Ma chiama anche a una responsabilità collettiva: saper gestire la distanza tra performance e persona, tutelare i minori, riconoscere i segnali di dipendenza da schermi e da gioco, coltivare pratiche di moderazione e cura. La qualità della socialità dipende dalla qualità delle regole e dalla capacità di farle rispettare.

Identità e appartenenza: profili come “case”

Negli spazi fisici arrediamo stanze; negli spazi web curiamo profili. Foto, bio, liste di interessi e feed diventano l’arredo digitale con cui dichiariamo un’appartenenza e invitiamo gli altri a sostare. La socialità si sviluppa a partire da questa messa in scena semi-permanente: un equilibrio tra autenticità e strategia, tra privacy e visibilità. Le appartenenze non sono più monolitiche: ci si muove tra comunità sovrapposte – di quartiere e di pratica, di hobby e di attivismo – costruendo identità polifoniche.

Su questo terreno, l’avvertimento di Saraceno torna utile: le tecnologie amplificano divari esistenti. La familiarità con i codici digitali, il tempo disponibile, l’accesso a connessioni stabili diventano nuove forme di capitale sociale. Una socialità online davvero inclusiva richiede competenze diffuse, strumenti accessibili e alfabetizzazioni critiche che aiutino a distinguere informazione, opinione, manipolazione.

Geografie senza distanza, tempi senza margini

La rete dissolve la distanza ma comprime i margini. Possiamo collaborare con chiunque, ovunque; al tempo stesso, rischiamo di non avere mai un “fuori” dalla conversazione. La socialità digitale funziona quando preserva soglie: silenzio, lentezza, asincronia. L’arte è imparare a spezzare il flusso in unità di senso, creando rituali collettivi – un book club online, una sessione settimanale di co-scrittura, una serata di visione condivisa – che restituiscano ritmo al nostro stare con gli altri.

Verso un’etica della connessione

Dalla piazza alla piattaforma, la socialità non perde corpi: li coordina. Non cancella luoghi: li moltiplica. Il compito che abbiamo davanti non è nostalgico né tecnocratico. È politico e culturale: dare forma a pratiche di convivenza che rendano gli spazi web abitabili, accoglienti, responsabili. Questo significa progettare piattaforme con regole chiare, promuovere educazioni digitali che insegnino a dissentire senza aggredire, a condividere senza esporre, a divertirsi senza cadere nell’eccesso, a lavorare e studiare senza rinunciare alla cura reciproca. La nuova socialità è già qui. Tocca a noi decidere se sarà soltanto un flusso di notifiche o una trama di relazioni capaci di farci crescere come persone e come comunità. In fondo, l’online non è altrove: è la continuazione, con altri mezzi, di quel desiderio antico di stare insieme.



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