Quando mio nonno morì, mia nonna non versò nemmeno una lacrima.
Neanche al funerale.
Rimase dritta, composta, con un sorriso sul viso.
Sconcertata, le sussurrai:
“Nonna, non sei triste?”
Lei si chinò verso di me, mi fece l’occhiolino e disse piano:
“Tuo nonno mi ha detto di non piangere. Mi ha chiesto di indossare il sorriso di cui si era innamorato. Ed è quello che sto facendo.”
Avevo diciannove anni, ancora al college, e non capivo del tutto cosa volesse dire amare o perdere qualcuno.
Tutti intorno a noi piangevano, ma lei… lei sorrideva tra i ricordi, raccontava aneddoti, rideva perfino. Non di dolore — ma di gratitudine.
Il Patto
Dopo il funerale, sedemmo insieme sulla vecchia altalena del portico.
Il sole tramontava, tingendo il cielo di oro pallido.
Lei si tolse le scarpe col tacco e le lanciò nell’erba.
“Sai,” disse, “la gente pensa che l’amore siano gesti grandiosi. Rose, cene romantiche, viaggi.
Ma tuo nonno mi dimostrava amore ogni mattina portandomi il caffè nella tazza verde scheggiata.”
Tacqui. Nonna non parlava di sentimenti a caso.
“Mi disse una volta che se fosse morto prima lui, mi avrebbe lasciato dei segni. Piccole cose per farmi sapere che c’era ancora.”
Sorrisi per cortesia, ma dentro pensai che fosse solo una dolce illusione.
Lei, però, aveva quello sguardo luminoso di chi sa qualcosa che tu ancora non capisci.
I Bigliettini
Dopo il funerale, rimasi qualche settimana con lei.
La casa non era triste. Era piena di musica, profumo di cannella e il suono lieve del suo canticchiare.
Una mattina trovai un post-it sulla mia porta:
“A lei sono sempre piaciuti i narcisi più delle rose. – M.”
Il nome di mio nonno era Martin.
Pensai fosse uno scherzo di nonna, ma quando glielo mostrai, lei spalancò gli occhi.
“Io non ho scritto nulla, tesoro. Ma sì, sembra proprio qualcosa che direbbe lui.”
Il giorno dopo, un altro biglietto sullo specchio del bagno:
“Aggiusta il rubinetto prima che chiami l’idraulico. Sai che pagherebbe troppo. – M.”
Risi. Era tipico di lui.
Da quel giorno, i bigliettini continuarono ad apparire.
“Non dimenticare la sua tisana prima di dormire.”
“Metti il disco di Patsy Cline. Le manca.”
“Dille che è bellissima quando indossa il blu.”
Tutti con la stessa calligrafia inclinata che ricordavo dalle sue cartoline.
E nonna, ogni volta, sorrideva come se tutto fosse perfettamente normale.
La Lettera
Una mattina di pioggia andai in soffitta, deciso a scoprire la verità.
Cercai scatole, vecchie lettere, qualsiasi cosa che spiegasse quei messaggi.
Invece trovai una busta con scritto:
“Per chi la troverà per primo.”
Dentro, una lettera.
“Se stai leggendo questo, significa che me ne sono andato.
E se riesco a lasciare dei biglietti, vuol dire che ho mantenuto la promessa: ricordarle che non è mai sola.
Non cercare trucchi. Non ce ne sono. C’è solo amore.
P.S. Se prova a donare i miei dischi, giuro che infesterò la radio.”
Era lui.
Quel modo di scherzare dolce e disarmante.
Non dissi nulla a nonna.
Era il nostro segreto, tra me e lui.
I Segni
Col passare dei mesi, ogni volta che tornavo a trovarla, trovavo un nuovo biglietto.
Uno nel cestino del lavoro a maglia, uno nel frigo, uno dentro un vecchio libro della biblioteca.
Quel giorno, aprendo a pagina 73 — come indicato dal messaggio — trovammo una poesia su due anime che ballano in cucina su una musica che solo loro possono sentire.
Era la loro canzone.
Nonna pianse allora. Non di dolore, ma di gioia.
“Vedi,” mi disse, “non puoi scegliere quanto tempo avrai con qualcuno.
Ma puoi scegliere che tipo d’amore lasci dietro di te.
E se è vero, resta.
Come un profumo su una sciarpa. Come una melodia che non se ne va.”
Il Cerchio
Gli anni passarono.
Mi laureai, mi fidanzai, mi trasferii.
Ogni tanto la chiamavo, la andavo a trovare.
Un giorno cadde in giardino — niente di grave, solo una caviglia slogata — e corsi da lei.
“Dicono che sto invecchiando,” scherzò. “Come se fosse una novità.”
Rimasi due settimane con lei. Guardammo film in bianco e nero.
Le insegnai a usare Instagram “per spiare con discrezione”, come disse lei.
Quando ripartii, mi consegnò una scatola.
Dentro c’era la tazza verde.
“È tua ora. Lui voleva così.”
Dentro la tazza c’era un bigliettino.
“Falla sorridere ogni mattina, come facevo io.
Ricorda: sono le piccole cose che contano. – M.”
L’Ultimo Biglietto
Due anni dopo, nonna se ne andò nel sonno.
Serenamente, senza dolore.
Al suo funerale, stetti dritto.
Non piansi.
Sorrisi.
Come aveva fatto lei.
Perché sapevo che lui era venuto a prenderla, come le aveva promesso.
Quando tornammo a casa, trovai un biglietto nella cassetta della posta:
“L’ho portata a ballare. Non farci aspettare troppo. – M.”
Ci sono cose che la logica non può spiegare.
E va bene così.
Perché alcune verità non si dimostrano: si sentono.
Ho raccolto tutti quei bigliettini in un album.
Un giorno li mostrerò ai miei figli.
Forse ci crederanno, forse no.
Ma sapranno questo:
L’amore non muore.
Cambia forma.
Resta nei gesti, nei ricordi, nelle piccole cose.
Vive nei biglietti, in una tazza scheggiata, in un sorriso.
E se siamo fortunati, lascia segni.
Piccoli promemoria che qualcuno, da qualche parte, ci sta ancora guardando danzare sotto la stessa luna.
Quindi, se leggi questa storia, guardati intorno.
Forse anche i tuoi segni stanno già aspettando.
E soprattutto: dillo.
Dillo a chi ami, adesso.
Perché la vita è troppo breve per tenere le parole belle nel silenzio.



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