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Ho salvato l’azienda mille volte, ma mio padre vede solo lui



Al fianco di un magnate celebrato, muovo le pedine senza far rumore. La gente crede che il mio posto sia conquista pura, invece ogni giorno nascondo i disastri del figlio prediletto, quello con il nome giusto. Correggo sviste, aggiusto piani sbilenchi, mentre spero invano in un cenno d’orgoglio da parte sua. Mio padre non vede me, guarda oltre.



L’apprezzamento? Un miraggio Davide è il mio nome. Trent’anni li ho compiuti da poco. In ufficio arrivo prima degli altri, molto prima. Quando tutti escono, io resto ancora un po’. Problemi gravi? Li affronto senza dire niente a nessuno. Conti che nessuno deve vedere sono i miei da controllare ogni giorno. Lo proteggo, anche quando non se ne accorge. La gente parla: “Solo con te apre bocca”. A sentirli, sarebbe quasi padre e figlio tra noi due. Appena ascolto quelle parole, mi viene da stringere i denti forte. Figlio di quella persona sono io.

A volte penso che tutto sia cominciato perché mio padre aveva scelto una donna diversa da quella giusta. Non firmò mai nessun documento con il mio nome accanto al suo. In cambio del quieto vivere, le regalò quattro mura fuori città e soldi ogni fine mese. L’unica condizione? Il suo cognome non sarebbe mai stato anche il mio. Eppure, spinto da qualcosa che somiglia al rimorso ma non lo è davvero, mi fece entrare in ufficio. Mi volle a pochi metri dal suo studio, ogni giorno.

Solo che non mi guardava come si guarda un figlio. Piuttosto come chi serve senza fiatare. Ogni giorno comincia così: con lui. Si chiama Giacomo. Figlio vero di mio padre, non io. Stessa data di nascita, strade opposte. Lui tra banchi svizzeri, io qui. Guida una rossa che romba troppo. Educato male, convinto di valere tutto. Parla come se già possedesse ogni cosa. Mio padre gli sorride sempre. Gli dà del “domani della società”, mentre mi guarda appena.

Giacomo arriva in ufficio verso mezzogiorno, pasticcia con i documenti, urla contro la gente. Chi finisce sempre col risolvere i casini? Sempre io. Poi mio padre mi convoca dentro il suo studio e parla così: “Davide, sistema quel che ha combinato Giacomo. Lo sai com’è lui, vive come se fosse su un palcoscenico”. Insomma, devo ripulire dopo il re dei guai.

Ogni tanto, alle feste natalizie dell’azienda, resto lì a osservare. Accade che mio padre stringa Giacomo e la moglie di lui – quella che nulla conosce di me. Appare come una scena studiata, quasi sacra. Il posto mio è tra i collaboratori, vicino all’uscita. Con voce chiara, lui solleva il bicchiere parlando di unità, legami veri. Io bevo il vino cattivo e penso: “Se solo sapessero. Se solo mi alzassi adesso e urlassi che ho il tuo stesso sangue, che ho i tuoi stessi occhi, che sono l’unico che manda avanti la tua baracca”.

Invece resto fermo. Il motivo? Forse, in modo triste, aspetto ancora quel momento in cui deciderà di me. Immagino arrivi il giorno in cui mi cerchi lì dentro, chiuda bene la porta, guardi dritto e parli così: «Davide, Giacomo non conta niente. Sei tu l’unico capace. Sei sangue del mio sangue. A te lascio tutto». Questa visione impossibile tiene insieme le mie giornate. In cambio della stima che mai verrà, ho svenduto ogni briciolo di rispetto per me stesso.

Quel giorno stesso, Giacomo lascia cadere le chiavi della sua Porsche sul mio tavolo. Dice così: «Davide, devi pulirla. Subito». Prendo l’oggetto freddo tra le mani. Lo stringo forte. Penso di usarlo per colpirlo. Ma parlo piano: «Come desidera, dottore». Invece di salire, giù nel garage. Senza dire niente, dentro l’auto di mio fratello. Sulla guida, uno sputo soltanto. Tutto qui: quel gesto solo, piccolo, vuoto.

Non è vero che mi chiama spesso. Davide: questo il nome, trent’anni addosso. Lui pretende silenzio, io divento ombra nei conti, negli affari, ovunque. Quando se ne andrà, allora scoprirò coi documenti ciò che gli occhi suoi non hanno mai riconosciuto.



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