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Ho accettato che andasse con altre, ma mi sto distruggendo



La sera che torna tardi controllo il telefono ogni due minuti.
Dicono che si chiama libertà condivisa, però io non respiro bene da mesi.



Lui parla di crescita personale mentre scatta foto con nuove amiche al bar del centro.
Io annuisco, come se fossi davvero d’accordo.
Quando proponevo fedeltà mi guardava come se venissi da un Paese dove nessuno sa vivere.

Adesso sorrido sui social, mentre dentro brucia qualcosa di vecchio.

Serena è il mio nome. Ho ventotto anni.
Da tre anni con Marco le cose vanno così.

Se ci chiedono come sta andando, partiamo con il discorso:
venti minuti filati su quanto la gelosia sia una costruzione culturale.
Poi parliamo di compresenza:
cioè quando ti fa bene vedere l’altro sorridere per qualcosa che lo rende vivo.
Qui l’amore si espande, non ruba spazio a nessuno.

Agli amici sembriamo sempre quelli diversi.
Quelli che hanno capito prima degli altri.

A dire la verità, penso a lui più di quanto dovrei.
Vorrei che anche per lui fosse così, niente di meno.
Ma parlare mi blocca qualcosa dentro.

Tutto ha preso forma dodici mesi fa.

Fu allora che Marco disse una frase strana:
«Certo, guardare altrove capita, succede a tutti.»
Stare con una persona sola sembra una trappola inventata dalla società.
«Ti voglio bene, però devo capire altre strade.»

Gli dissi che mi faceva male vederlo vicino a qualcun’altra.
Con voce calma, come se sapesse tutto lui, rispose:
«Quella sensazione nasce dal dubbio di valere poco.
È il vecchio modo di controllare le persone.
Nessuno è tuo. Devi cambiare da dentro.»

In quel momento mi sono sentita piccola.
Con un peso addosso che non sapevo di avere.

La voce mi uscì lenta, come se venisse da molto lontano:
«Va bene. Riproviamo.»

Le parole rimasero tra noi, senza fretta.

Vivo come se fossi caduta in un sogno che non finisce mai.

Ogni settimana esce con qualcuno.
Torna con lo sguardo acceso in un modo che non conosco.
Ha addosso un profumo che non è mio.

Io resto lì, poi chiedo:
Com’è stato? Sei stato bene?
Sorrido.

Lui dice — perché la trasparenza è fondamentale
che ha sentito un collegamento mentale incredibile con una ragazza nuova.

A ogni parola, dentro di me qualcosa si stringe.
Vorrei gridare. Rompere un piatto. Urlargli:
se le vuoi così bene, vattene.

Ma resto ferma.

Perché se reagissi gli darei ragione.
Confermerei quello che pensa già:
che sono velenosa, fuori fase, troppo indietro rispetto alla sua crescita.

Allora decido di fare lo stesso.
Esco con uomini che non contano niente per me.

Non cerco piacere.
Cerco qualcosa da raccontare al rientro.

L’orgoglio guida ogni mia mossa.
Nessuna vera voglia dietro.

Quando succede, però, dentro crollo.
Mi sembra di essere lontana dal mio corpo.
Resta solo un sapore amaro, come dopo un errore.

Uso queste scelte come armi.
Ma feriscono solo me.

La battaglia non ha senso.
E la sconfitta arriva piano, sicura.

Quel giorno mi è venuto un attacco d’ansia mentre si vestiva per incontrare Elena.
Vedendomi tremare ha sussurrato:
«Calmati. Ricorda che puoi fare quello che vuoi.»

Non capiva il punto.

La libertà non m’interessa.
Voglio solo la tranquillità grigia di sapere
che ogni sera cerca me, nessun’altra, per quell’ultimo bacio.

Mi serve la normalità stretta del possesso.

Forse è la paura a tenermi legata, più dell’amore.
Se dicessi tutto quello che sento, se ne andrebbe.
Magari con una donna più serena, senza dubbi.

Allora sorrido.
Anche quando dentro brucia piano.

Ogni sera, quando sento la serratura girare,
qualcosa si incrina ancora.

Serena è il mio nome.
Ventotto anni addosso, come un peso che non scende mai.

La libertà mi tiene stretta senza permesso,
anche se non l’ho cercata.

E lui lo devo dare via, pezzo dopo pezzo,
a chiunque respiri intorno…

purché il silenzio non torni a prendermi.



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