Agata, ecco chi sono. Ventotto anni.
Grido forte tra i cibi gelati del negozio. Avevo mollato la manina di Giulio appena un istante, giusto il tempo di afferrare dei piselli surgelati, ed eccolo volatilizzato.
Un attimo ridevamo insieme, io gli dicevo del gelato per premiarlo se restava buono. Poi, niente. Al posto suo soltanto aria fredda, dove avrebbe dovuto esserci il suo corpo.
Il panico non sale piano: arriva giù a precipizio.
«Giulio!» grido, ma la parola si spezza in due prima di uscire. Le gambe scattano da sole lungo i corridoi pieni di gente. Dentro le tempie, un tamburo batte forte, troppo forte, come se qualcuno lo suonasse con rabbia.
Ha soltanto quattro anni.
Una maglia a strisce celesti.
I capelli ricci, neri come l’inchiostro.
Minuto. Vulnerabile.
Se mai dovesse sparire… se qualcuno osasse portarlo via…
Non so cosa farei.
Ma la rabbia mi divorerebbe vivo.
Trattengo una donna che spinge il carrello. Le afferro il braccio, troppo forte. Chiedo se ha visto un bambino: quattro anni, capelli ricci e scuri. La guardo negli occhi. Lei risponde senza parlare.
Il suo sguardo però non è di compassione. È paura vera. Fa un passo indietro, la voce che trema. Dice qualcosa sul calmarmi. Io grido più forte.
Mio figlio non c’è più.
Corro alle casse. Un bancone pieno di dolci cade giù. Tutto per terra. Non ci penso neanche.
Poi una voce:
«Giulio! Dove sei? Parla con la mamma!»
La gente si blocca. Il negozio diventa muto, strano. Gli occhi sono puntati su di me. Perché guardano proprio me? Nessuno muove un dito.
Arriva uno della vigilanza, veloce. Gli vado incontro gridando:
«Mio figlio non c’è più! Fermate l’uscita! Ha solo quattro anni. Si chiama Giulio!»
L’uomo rallenta appena mi nota. Solleva i palmi, come per placare una bestia spaventata.
«Signora Agata…» mormora.
I miei piedi si bloccano sulla piastrella fredda.
Perché conosce il mio nome?
«Mio figlio dov’è?» sibilo, mentre gli occhi si riempiono di acqua salata.
Un altro uomo appare mentre guardo altrove. È alto, sui cinquant’anni. Si muove come se la schiena pesasse troppo. I capelli grigi sparati in tutte le direzioni, il volto scavato da anni che non sono stati gentili. Un cappotto logoro gli pende addosso senza forma.
I suoi occhi brillano, ma non è felicità.
Lo fisso senza riconoscerlo. Nessun nome affiora.
Urlo prima ancora di pensare:
«Non un passo avanti!»
Lui risponde piano:
«Devo trovare mio figlio».
A metà strada tra il marciapiede e l’ingresso si blocca. Ha gli occhi pieni d’acqua. Allunga un braccio verso di me. Le dita vibrano come se avessero freddo.
La bocca emette un suono flebile:
«Mamma…»
Ogni sillaba pesa come piombo.
«Sono qua davanti a te. Proprio io. Il tuo Giulio.»
Tutto smette di muoversi.
Fisso l’uomo che non conosco. I solchi sul suo viso attirano lo sguardo. Nei peli della barba, il grigio spicca. Che senso hanno le sue parole?
Mio figlio ha quattro anni.
Con le dita appiccicate di confettura.
Ride a bocca aperta.
Puzza di latte versato, mai di schiuma da barba o sigarette.
«No…»
Arretro, urto un contenitore.
Lui non è Giulio.
Guardo i palmi. E allora succede.
Non sono mani giovani. Macchie scure ovunque. La pelle sottile, fragile. Le vene blu si torcono sotto la superficie. Su un dito storto per l’artrosi, una fede matrimoniale gira piano.
Guardo giù.
Non indosso jeans né maglia. Ma un lungo cappotto di lana, da persona avanti con gli anni. Scarpe pensate per piedi malati.
Alzo lo sguardo verso il vetro della cabina di sicurezza.
Nessuna trentenne riflessa.
Solo una vecchia dai capelli sciolti, lo sguardo pieno di paura, che grida per un bimbo ormai adulto.
La paura di aver perso mio figlio si dissolve.
Al suo posto arriva qualcosa di peggiore.
Un buco nero.
Cinquant’anni spariti in un istante.
Lui — quel Giulio anziano — mi stringe forte. Il suo pianto scivola sulla mia pelle, sul collo.
«Tutto ok, mamma. Ancora una volta ti sei confusa. Ora torniamo indietro. I piselli li ho presi io. Si va a casa.»
La spinta del momento mi trascina fuori. Prima di uscire, lancio uno sguardo al banco dei surgelati.
Per poco più di un respiro vedo un bimbo dai capelli scuri arricciati agitare le dita verso di me. Poi sparisce come fumo.
Parlo al silenzio:
«Ciao Giulio».
L’uomo accanto a me stringe il mio braccio.
«Eccomi, mamma.»
Rispondo piano:
«Ti ho visto.»
Anche se non è vero.
Quello vero si è fermato in un mese dell’anno settantotto, mentre io cammino ancora avanti dentro una pelle estranea.
Agata è il mio nome. Forse.
A giudicare da come quest’uomo mi guarda per strada, potrebbe anche non esserlo.
Cammina al mio fianco senza fretta. Uno sconosciuto che singhiozza piano, mentre io tengo tra le braccia un bimbo caldo e sveglio.
Lui dice che è morto.
Io sento il suo respiro sulla pelle.



Add comment