​​


Renzi rideva per gli 80mila euro da Travaglio. Ma l’Appello ribalta: dovrà restituire tutto, con gli interessi



Si ricorda la sentenza di primo grado emessa nel 2023 da un giudice civile di Firenze, che ha condannato Il Fatto Quotidiano e l’autore a risarcire Matteo Renzi per oltre 80.000 euro a titolo di risarcimento danni per diffamazione. La sentenza si basava, tra l’altro, sull’eccessivo utilizzo del termine “bullo” nei confronti di Renzi, ritenuto oltre la soglia annua consentita dal giudice.



Si ricorda inoltre che Renzi, in diverse occasioni pubbliche, tra cui trasmissioni televisive e comizi, ha dichiarato di aver utilizzato i fondi dell’autore per il pagamento delle rate del mutuo della sua residenza e per l’organizzazione di feste di compleanno.

Con la sentenza odierna, la Corte d’Appello di Firenze ha accolto il ricorso presentato dall’autore, respingendo quello di Renzi, che richiedeva un ulteriore risarcimento. La Corte ha annullato la condanna di primo grado e ha condannato Renzi a restituire l’importo del risarcimento danni, maggiorato degli interessi, pari a 103.000 euro, nonché a rimborsare le spese processuali sostenute dall’autore in entrambi i gradi di giudizio, pari a 121.000 euro.

L’importo complessivo dovuto da Renzi ammonta a 224.000 euro.

Nel contesto della motivazione, si riporta un estratto rilevante: “L’attore (Renzi, ndr) ha lamentato anche l’uso eccessivo di appellativi quali ‘il Bullo di Ostia’, ‘il poveretto’, ‘il disperato’, valutazione condivisa dal tribunale. 

Tali epiteti devono essere considerati nell’ambito del contenuto complessivo dell’articolo e delle sue finalità, al fine di determinare se tale registro espressivo sia stato gratuito, costituendo un’aggressione immotivata e distruttiva dell’onore e della reputazione del destinatario, oppure funzionale ad una denuncia sociale o politica (cfr. Cassazione 21235/2013). 

Le espressioni in questione sono contenute nella sezione dell’editoriale in cui il direttore, nell’esercizio delle sue funzioni, difende la testata giornalistica, riconoscendo le numerose querele ricevute da Matteo Renzi, e formulando una critica sarcastica e pungente a tale condotta, percepita come intimidatoria (da qui ‘Bullo di Ostia’) nei confronti di una stampa non allineata con le sue posizioni e indipendente, diretta quindi a limitare la libertà di espressione. Gli appellativi sono chiaramente finalizzati a esprimere dissenso e a trasmettere un messaggio di resilienza, se si vuole anche ‘guascona’, da parte del quotidiano, per cui ‘disperato’, ‘poveretto’ sono utilizzati per sminuire l’avversario e indicare che il Fatto non si sarebbe lasciato intimidire dalle querele ricevute e dall’entità dei risarcimenti richiesti in suo danno, senza tuttavia superare il limite della continenza verbale nell’esercizio del diritto di critica e di satira politica”.



Add comment