All’inizio della mia carriera giornalistica, a metà degli anni ’80, la censura era pressoché inesistente. Ogni testata editoriale seguiva la propria linea editoriale, ma vantava collaboratori di tale autorevolezza e prestigio che nessuno osava imporre loro limiti o direttive. Queste figure di spicco rappresentavano non solo un modello di riferimento, ma anche una protezione per noi giornalisti alle prime armi. Oggi, l’Italia, così come l’intero Occidente, anziché progredire verso una maggiore libertà, si presenta come un repertorio inesauribile di censure, autocensure, restrizioni, divieti e limitazioni, sempre più simili a quelle dei regimi autoritari.
Siamo giunti a questo punto attraverso un processo graduale, quasi impercettibile, rinunciando quotidianamente a piccole porzioni di libertà in nome di diverse emergenze o minacce, reali o presunte. Il terrorismo islamico, il Covid-19, i populisti, i sovranisti, la Russia: l’invito a tacere è costante. L’Unione Europea oscura i media russi, trattandoci come individui incapaci di discernere. Allo stesso modo, se l’Ambasciatrice Albanese documenta per le Nazioni Unite i crimini commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, viene sanzionata dagli Stati Uniti e privata persino della possibilità di avere un conto bancario.
Si potrebbe attribuire la responsabilità a Trump. Forse, ma è altrettanto vero che l’Unione Europea adotta misure simili contro giornalisti e analisti che esprimono opinioni divergenti sulla guerra in Ucraina, come il colonnello svizzero Baud. Se un professore universitario illustra le conseguenze negative della riforma Nordio, qualsiasi individuo, anche privo di competenze specifiche, può richiedere la rimozione del suo video dai social media di Meta. Questo accade da venti mesi a coloro che pubblicano video sui presunti crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza e non si avvalgono della piattaforma X di Elon Musk.
Siamo ora giunti al caso di Fabrizio Corona. Corona non è un giornalista, ma un ex detenuto, non adotta le cautele tipiche del giornalismo e avrebbe bisogno di un consulente legale per evitare di commettere errori. Nonostante ciò, con il suo linguaggio volgare, sta rivelando alcune pratiche discutibili del mondo Signorini-Mediaset. Se ha diffamato o violato la privacy di qualcuno, la questione dovrebbe essere affrontata attraverso un procedimento legale, con la presentazione di una denuncia per diffamazione e violazione della privacy, in attesa della sentenza del giudice.
È singolare che inizialmente venisse sanzionato per l’utilizzo improprio dei suoi scoop, impiegandoli per scopi di ricatto, e che ora venga penalizzato per la loro pubblicazione, suscitando l’ira di individui disposti a pagare cifre considerevoli per evitarne la diffusione. Un giudice civile di Milano ha recentemente emesso un’ordinanza che gli impone di rimuovere tutti i contenuti relativi a Signorini e di astenersi dalla loro ulteriore diffusione. Tale provvedimento non si fonda su reati già commessi, bensì su potenziali illeciti futuri. In sostanza, Signorini e Mediaset hanno richiesto che venga impedito a Corona di parlare di loro. Questa richiesta, seppur audace, costituisce un caso di censura preventiva. Si potrebbe obiettare che Corona non sia un giornalista. Tuttavia, non esiste alcuna normativa che limiti la discussione su Mediaset e Signorini all’interno del contesto globale dei social media esclusivamente ai giornalisti.



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