In tasca teneva la mano, ne ha estratta una pistola puntandomela contro. Proprio mentre mi preparavo ad avanzare, ho preso l’arma e sparato. A raccontarlo oggi, nel corso dell’interrogatorio tenutosi martedì 27 gennaio, è l’agente che ieri ha ucciso con un colpo alla testa un ventottenne armato di replica a Rogoredò. L’uomo, ora sotto inchiesta per omicidio volontario, aggiunge di averla vista chiaramente quella faccia: già noto in questura come “Zack”.
Dalla sparatoria alle indagini
Fuori dalla stazione di Rogoredo, verso le sei del pomeriggio di ieri, in via Impastato, è scoppiata una colluttazione armata. L’episodio si inserisce nell’ambito di controlli contro lo spaccio attorno al bosco indicato come zona critica per il consumo. Gli agenti erano sul posto per monitorare movimenti sospetti tra gli alberi vicino ai binari. Un confronto rapido ha preceduto lo scambio di colpi. Nella confusione nessuno dei presenti sembrava preparato a quel rumore secco. Il tutto accadde mentre alcuni passavano in bicicletta poco distante.
Fu in quel momento, secondo quanto racconta la polizia, che Abderrahrim Mansouri, ventottenne marocchino già segnalato per spaccio, aggressioni e furti, si mosse verso gli agenti mentre ne bloccavano uno sospettato. A parlare fu un funzionario del Commissariato Mecenate interrogato dal sostituto procuratore Giovanni Tarzia. Si trovava a una ventina di metri quando l’uomo rallentò fino a fermarsi. Dissero chi erano gridando: «Fermo, polizia». Il piano era inseguirlo; succede quasi ogni volta così. Stava per scattare lui stesso, col collega subito alle sue spalle. Ma quello teneva una mano dentro il giubbotto. Poi estrasse l’arma. E mirò dritto addosso. Presa la pistola, una pallottola fu sparata. Quel proiettile raggiunse la testa di Mansouri, togliendogli la vita.
Fuori dalla stazione, uno schiocco ha squarciato il silenzio. Un uomo di ventotto anni non si è più alzato. Dopo poco, qualcuno ha visto l’agente con la pistola ancora calda in mano. Una donna che passava ha raccontato di due colpi netti nell’aria. La gente accorreva mentre lui giaceva immobile sul marciapiede. Nessun altro rumore, nessuna seconda esplosione. Tra le piastrelle grigie, soltanto un bossolo vuoto rifletteva la luce fioca
Quel giorno, l’uomo in divisa non indossava uniforme. Dalle verifiche è emerso che il giovane stringeva una copia di pistola Beretta per sceneggiati teatrali. A chiarirlo dopo fu lo stesso agente: disse che nell’oscurità, stando a circa venti passi, non aveva visto bene l’oggetto tra le mani del ragazzo. Disse pure di essersi mosso per proteggersi. Avvicinandosi al corpo colpito, vide l’arnese caduto poco oltre la destra della persona ferita – appena quindici centimetri via. Notò anche che la sicura era disinserita, così decise di spostarlo. Una donna presente raccontò a Fanpage.it di aver udito diversi colpi, ma vicino ai piedi dell’agente c’era soltanto un bossolo spento – quello uscito dalla sua arma regolamentare, oggi trattenuta.
Intanto, a occuparsi della vicenda è stato il fratello del giovane, nominato parte lesa grazie al supporto dell’avvocata Debora Piazza. Secondo fonti familiari, qualcosa nella ricostruzione dei fatti non torna: l’agente parla di una pistola puntata addosso, uno sparo partito per legittima difesa. Questa narrazione lascia parecchi dubbi. Ora, entrando ufficialmente nel processo, il parente potrà essere informato passo dopo passo sull’esito delle attività investigative. Tra queste, esame cadaverico e studi sui proiettili saranno monitorati anche tramite esperti scelti direttamente da lui.



Add comment