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Niscemi, si sapeva da 230 anni che costruire lì era rischioso: nel 1997 pezzi del paese si staccarono. «La terra sembrava sollevarsi da sola»



La storia di Niscemi è costellata di ripetuti allarmi sul dissesto del territorio, ignorati fino ai danni del 1997 e oltre. Costruire sulla collina è stato considerato un errore fin dal Settecento.



La collina argillosa su cui sorge Niscemi, dominando la pianura verso Gela, ha da sempre rappresentato un terreno insidioso. Già alla fine del XVIII secolo, studiosi e osservatori locali avevano messo in guardia sul rischio intrinseco di edificare lì, ma quelle avvertenze sono rimaste per lo più inascoltate fino ai drammi recenti. La storia locale della cittadina siciliana è segnata da frane e segnali premonitori che si ripetono nel tempo, in una sorta di monito storico che per troppo tempo è stato ignorato dalle autorità e dalla comunità.

Il primo esempio documentato di dissesto significativo risale al 19 marzo 1790, come emerge dalla «Relazione Della Rivoluzione Accaduta in Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto», opera dell’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava. In quel periodo, secondo il testo, «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Per otto giorni il terreno si è mosso in modo apocalittico, creando nuove superfici e modificando la conformazione della collina. Nonostante l’entità del fenomeno, la lentezza dello scivolamento evitò una strage, ma il messaggio restò: costruire in quell’area era un rischio enorme.

Questo insegnamento, però, è stato ripetutamente dimenticato. Un secolo e mezzo dopo, il 12 ottobre 1997, gli abitanti dei quartieri Sante Croci e Santa Maria di Niscemi furono testimoni di un nuovo episodio di dissesto. Come ricostruito dallo studioso Giuseppe Caridi, molti residenti iniziarono a percepire «scricchiolii sinistri provenire dalle pareti delle proprie abitazioni». Le crepe, inizialmente sottili, cominciarono ad allargarsi rapidamente sotto la pressione di un terreno saturo d’acqua. La situazione degenerò gradualmente e, pezzo dopo pezzo, porzioni di paese si staccarono dai pendii, scivolando in direzioni diverse.

I mezzi di comunicazione dell’epoca, come l’agenzia Ansa, titolarono: «Danni ingenti e mille persone evacuate per frana nel nisseno». Un agricoltore, Giosuè Allia, fornì una testimonianza eloquente e drammatica: «la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli». Per fortuna, anche in questa occasione non si registrarono vittime, ma la situazione fece comprendere chiaramente quanto fosse fragile quella parte di Niscemi.

Sul posto intervenne anche Tuccio D’Urso, allora responsabile della protezione civile siciliana. Egli ricordò l’episodio come un punto di svolta: «Fu subito chiarissimo che il paese era stato costruito nel posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza». Tra le misure indicate da D’Urso vi erano lo sgombero delle aree più esposte e la costruzione di un sistema di drenaggio per evitare l’infiltrazione delle acque piovane, responsabili dell’aumento della pressione nel terreno argilloso.

Nonostante questi ammonimenti, però, una volta passata l’emergenza mediatica, molte delle promesse di intervento non si sono trasformate in fatti. Come ricordato dal cronista Salvatore Federico, all’epoca de Il Giornale di Sicilia, «alla fine non fu fatto praticamente niente. Solo delle caditoie per far confluire un po’ di acqua nel torrente Benefizio». I progetti più strutturali, come sistemi di drenaggio adeguati o piani di trasferimento delle comunità, sono rimasti per lo più sulla carta, vittime di polemiche, ritardi e, secondo molti, di inefficienze burocratiche.

Secondo gli studiosi del dissesto idrogeologico, la tendenza a dimenticare le lezioni del passato non è un fenomeno isolato. Come spiegano Gianluca Valensise ed Emanuela Guidoboni in opere dedicate ai disastri naturali in Italia, la memoria collettiva degli eventi catastrofici tende a sbiadire rapidamente. «Se la memoria dei terremoti si perde in meno di due generazioni, quella delle alluvioni, purtroppo, si perde in pochi mesi», osservano i due autori, sottolineando come questa peculiarità culturale contribuisca al ripetersi di tragedie evitabili.

Il caso di Niscemi si inserisce in un quadro più ampio di fragilità del territorio italiano. Secondo studi citati anche dall’archivio Ansa, l’Italia è il paese europeo con il maggior numero di frane. Il numero di frane gravi registrate è aumentato significativamente nel tempo, passando da 162 nella seconda metà dell’Ottocento a oltre 2.200 nel periodo dal 1950 al 2008, come evidenziato nello studio Societal landslide and flood risk in Italy di Bianchi, Guzzetti, Rossi e Salvati. Anche altre aree d’Italia, come Sarno, hanno sperimentato un aumento drammatico delle frane nel corso del Novecento, specialmente nel secondo dopoguerra.

A fronte di questi numeri e di centinaia di anni di avvertimenti, resta la domanda se la società italiana abbia imparato davvero qualcosa dalla storia. L’esperienza di Niscemi invita a riflettere sulla necessità di politiche di prevenzione più efficaci, sulla gestione del territorio e sulla capacità di non ripetere gli errori del passato. Solo così, forse, si potrà evitare che fenomeni prevedibili si trasformino in tragedie ricorrenti.



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