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“Ho capito cosa vuol dire nascere”: perché Maria Rita Parsi non ha voluto figli



Ha dedicato l’intera esistenza ai bambini, ai loro traumi, alla tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Eppure Maria Rita Parsi, scomparsa il 2 febbraio 2026 all’età di 78 anni, aveva compiuto una scelta personale netta e mai rinnegata: quella di non diventare madre. Una decisione che la psicologa e psicoterapeuta aveva affrontato pubblicamente solo in rare occasioni, mantenendo sempre un profilo estremamente riservato sulla propria vita privata.



Nel corso della sua lunga carriera, Maria Rita Parsi non aveva mai alimentato curiosità sulla sua sfera sentimentale. Non sono mai emerse informazioni su un eventuale marito o su relazioni stabili, un silenzio che non è stato frutto di dimenticanza mediatica, ma di una precisa volontà. La psicoterapeuta ha sempre difeso con fermezza il confine tra il proprio lavoro pubblico e la dimensione più intima, considerata non rilevante rispetto alla missione che aveva scelto di portare avanti.

Proprio in una delle sue ultime interviste, rilasciata lo scorso ottobre al quotidiano Il Centro, Maria Rita Parsi aveva però deciso di spiegare apertamente le ragioni della sua scelta di non avere figli. Le sue parole avevano colpito per la loro lucidità e per la distanza da qualsiasi retorica consolatoria legata alla maternità. “A me nessuno ha chiesto di venire al mondo e, se per tanti versi è stato interessante, per altri è stato disgustoso”, aveva dichiarato, chiarendo come per lei la nascita non fosse un evento automaticamente positivo o da considerare un dono incondizionato.

Secondo Maria Rita Parsi, la decisione di non diventare madre non derivava da una mancanza di istinto materno, ma da un senso profondo di responsabilità nei confronti della vita stessa. La psicoterapeuta aveva spiegato di non considerare l’esistenza come qualcosa da offrire senza interrogarsi sulle condizioni in cui quella vita sarebbe potuta crescere. “È una grossa fortuna se capiti bene, ma è una grossa sfortuna se capiti male. Basta pensare a chi nasce dalla parte sbagliata del mondo, nelle famiglie disastrate, a chi è vittima di abusi”, aveva affermato, collegando il tema della genitorialità alle profonde disuguaglianze sociali e alle violenze che segnano l’infanzia di milioni di persone.

In questa visione, la maternità appariva a Maria Rita Parsi come un atto che richiedeva una responsabilità assoluta, non solo affettiva ma anche etica. Da qui la scelta di declinare la propria capacità generativa in un altro modo, che considerava altrettanto concreto e necessario. Aveva infatti deciso di concentrare tutte le sue energie nello studio, nella scrittura e nell’educazione, mettendo le proprie competenze al servizio di bambini e ragazzi che nel mondo c’erano già, spesso portando sulle spalle ferite profonde.

Il suo impegno professionale è stato per decenni orientato alla cura del trauma infantile, alla prevenzione della violenza e alla promozione dei diritti dei minori. In questa prospettiva, Maria Rita Parsi ha spesso spiegato di sentirsi madre in un senso più ampio e simbolico, attraverso il lavoro quotidiano con chi aveva bisogno di ascolto e protezione. Una scelta coerente con la sua visione della vita, che non prevedeva scorciatoie emotive o rassicurazioni personali.

Il riserbo mantenuto sulla sua vita privata ha contribuito a rafforzare l’immagine di una donna libera e intellettualmente indipendente. Anche il tema della solitudine, spesso evocato come timore legato alla mancata genitorialità, era stato affrontato senza esitazioni. “Non ho paura di morire da sola”, aveva dichiarato nella stessa intervista, prendendo le distanze dall’idea che avere figli rappresenti una sorta di garanzia contro l’abbandono o l’isolamento nella vecchiaia.



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