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Tommaso Cerno rinfresca la memoria alle zecche criminali e alla feccia rossa che attacca il governo sugli impuniti



Gli attacchi subiti da quel poliziotto rappresentano un grave colpo inferto ai principi democratici. Tutti gli italiani, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, si sono sentiti solidali con lui. Tale comprensione è stata immediatamente manifestata dai leader dell’opposizione, che hanno condannato l’assalto alle istituzioni.



Per un breve periodo, si è percepita un’unità nazionale. Tuttavia, nutro forti riserve in merito alla durata di questa coesione. Prevedo che la sinistra rivedrà presto la propria posizione. Non appena si attenuerà l’ondata di indignazione popolare, che, sebbene ci porti a processare le forze dell’ordine e a difendere i criminali, per qualche ora non è stato possibile esprimere apertamente, assisteremo a un ritorno alla normalità democratica. Tale normalità, tuttavia, è destinata ad essere di breve durata.

I primi distinguo, in realtà, sono già emersi e si moltiplicheranno. Si attribuirà la responsabilità al governo, in particolare alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Si accuserà il governo di essere responsabile degli atti dei nuovi brigatisti dei centri sociali, che si mescolano alle milizie siriane e agli anarchici, e che decidono di mettere a ferro e fuoco il Paese.

Si denuncerà l’immunità concessa alle forze dell’ordine come una legge fascista. Si accuserà il governo di utilizzare quelle immagini per militarizzare lo Stato. Si tratta di una menzogna necessaria, poiché la sinistra ha da tempo stretto un patto politico con tali ambienti. In questo momento, tuttavia, non dobbiamo cedere.

Assoluzioni, archiviazioni e la ricerca di tecnicismi giuridici. La clemenza nei confronti dei violenti. I numerosi processi ai responsabili dei centri sociali e ai facinorosi che si sono conclusi con un nulla di fatto.

di Luca Fazzo per Il Giornale

In risposta alle immagini scioccanti dei pestaggi di poliziotti da parte dei militanti di Askatasuna e dei loro complici, la Procura generale di Torino ha immediatamente richiesto che nei confronti dei responsabili del centro sociale venga riconosciuto il reato di associazione a delinquere, che in primo grado, nel marzo dello scorso anno, era stato annullato dal tribunale del capoluogo piemontese.

La Procura Generale Lucia Musto ha reso nota la decisione durante il suo discorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario, mentre le vie cittadine venivano devastate dai black bloc. Nel suo intervento, la Musto ha criticato l’”area grigia di matrice colta e borghese” che mostra eccessiva benevolenza nei confronti delle violenze perpetrate dai centri sociali. È importante sottolineare che anche la magistratura, in diverse occasioni, si è dimostrata indulgente nei confronti delle imprese del movimento antagonista in tutta Italia.

L’elenco dei processi conclusi con condanne di entità simbolica è considerevole, e i violenti che hanno scontato pene detentive sono un numero esiguo.

La sentenza del 31 marzo scorso ha assolto i capi di Askatasuna dall’accusa di associazione a delinquere, smantellando quasi completamente le restanti accuse. Dei 88 anni di carcere complessivamente richiesti dai Pubblici Ministeri, ne sono stati inflitti solo 21. La lettura del verdetto è stata accolta in aula con cori e abbracci.

Un ulteriore reato che i tribunali sono riluttanti ad attribuire ai soggetti coinvolti in atti di violenza è quello di devastazione. Il primo Maggio 2015, in occasione dell’inaugurazione dell’Expo, Milano è stata oggetto di gravi danni da parte dei centri sociali. Al termine del processo, gli imputati sono stati assolti dall’accusa di devastazione e condannati a pene lievi per gli altri reati. Anche il militante ritratto mentre aggrediva un funzionario di polizia, come avvenuto recentemente a Torino, ha ricevuto una condanna a due anni di pena, senza l’applicazione della misura detentiva.

A Torino, il 22 febbraio 2018, si è verificato un episodio di violenza nei confronti delle forze dell’ordine che presidiavano un hotel in cui era riunita Casapound. Cinque individui affiliati a gruppi ultrà sono stati sottoposti a processo, ma sono stati tutti assolti. L’unica persona ad essere punita è stata una maestra, immortalata mentre insultava gli agenti di polizia, che ha subito il licenziamento. Sempre a Torino, nel 2021, si è tenuto il processo ai due leader di Askatasuna, Andrea Bonanno e Giorgio Rossetto, per gli scontri avvenuti nel 2017 in via Po. Entrambi sono stati assolti, mentre alcuni loro compagni sono stati condannati con pene lievi, la più alta delle quali è stata di un anno di reclusione. Nel 2023, i militanti di Ksa, l’organizzazione studentesca affiliata ad Askatasuna, hanno ricevuto pene detentive di pochi mesi.

Nel 2019, a Genova, il tribunale ha assolto in blocco gli imputati dall’accusa di resistenza per gli scontri avvenuti tre anni prima. A Brescia, nel 2020, quattordici individui sono stati giudicati per gli attacchi alla polizia durante le commemorazioni per piazza della Loggia. Nessuno di loro è stato condannato, anche a causa della prescrizione dei reati, avvenuta otto anni dopo i fatti. Questo caso non è isolato: la giustizia nei confronti degli antagonisti si è dimostrata non solo blanda, ma anche estremamente lenta. A Firenze, il processo per l’assalto alla polizia del 2014 si è tenuto otto anni dopo l’accaduto, con conseguenti prescrizioni e pene miti. Per l’attacco antagonista a Genova a un comizio di Matteo Salvini, il processo si è celebrato addirittura nove anni dopo, con assoluzioni o prescrizioni per tutti gli imputati. Si tratta di una lunga serie di sentenze che, in alcuni casi, negano l’esistenza stessa delle violenze, in altri l’effettiva partecipazione degli imputati.



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