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Ungheria, dura condanna anche per il bamboccio italiano presente a Budapest con Ilaria Salis: ma in Italia i giudici lo hanno messo al riparo



Gabriele Marchesi, un giovane di 25 anni originario di Milano, è stato condannato in contumacia a sette anni di reclusione dal Tribunale di Budapest. Questa sentenza è giunta in seguito a un processo che lo vedeva accusato di aver partecipato a un pestaggio di alcuni neonazisti il 11 febbraio 2023, in occasione del Giorno dell’onore, una manifestazione in cui gruppi di estrema destra ungherese celebrano la resistenza dei nazisti all’Armata Rossa. Oltre a lui, il tribunale ha inflitto una condanna di otto anni all’antifascista Maja T. e due anni e mezzo, con condanna sospesa, all’attivista Anna Christina Mehwald. Tutti e tre gli imputati hanno presentato ricorso, mentre la procura ha chiesto un aggravamento delle pene.



Gabriele Marchesi è stato imputato insieme all’europarlamentare Ilaria Salis. Secondo le accuse, entrambi avrebbero aggredito tre persone durante la manifestazione neonazista. Tuttavia, Marchesi era già tornato in Italia prima che venisse emesso un mandato di arresto europeo nei suoi confronti, mentre Salis è rimasta in Ungheria.

In Italia, Marchesi ha scontato 129 giorni di arresti domiciliari e nel marzo 2024 è stato rilasciato. Nonostante le ripetute richieste di consegna da parte delle autorità ungheresi, i giudici italiani hanno rinviato la decisione, in attesa di chiarimenti su diverse questioni riguardanti le condizioni detentive, lo stato di diritto e l’indipendenza della magistratura in Ungheria, sotto la guida del governo di Viktor Orbán.

Le risposte fornite dall’Ungheria sono state giudicate insufficienti dalla Corte d’Appello di Milano, in particolare riguardo alle condizioni carcerarie. Il sostituto procuratore generale di Milano, Cuno Jakob Tarfusser, ha espresso preoccupazione per le “lesioni potenzialmente letali” contestate a Marchesi, affermando che le presunte vittime in Italia sarebbero state considerate lievemente ferite, con prognosi di soli 3-5 giorni.

Nonostante queste considerazioni, il Tribunale di Budapest ha proceduto con il processo e ha emesso la condanna di sette anni per Marchesi. La Corte d’Appello di Milano aveva già negato la sua consegna all’Ungheria, citando normative e sentenze che evidenziavano le problematiche delle carceri ungheresi, come il rischio di violenza e le inadeguate condizioni igieniche. Inoltre, i giudici hanno sottolineato la complessità del caso e il rischio di violazione dei diritti fondamentali di Marchesi.

Dopo la condanna, la difesa di Marchesi, che include un legale di Budapest e gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini, ha annunciato l’intenzione di fare appello, sostenendo che non ci siano prove sufficienti a supportare le accuse formulate contro di lui. Se la sentenza dovesse diventare definitiva, l’Ungheria potrebbe emettere un nuovo mandato di arresto europeo nei confronti di Marchesi, costringendo i giudici d’Appello di Milano a riesaminare la questione riguardante i potenziali rischi legati alla sua consegna.

Questo caso evidenzia le complessità legali e diplomatiche che possono sorgere in situazioni di cooperazione giudiziaria tra paesi, specialmente quando si tratta di diritti umani e condizioni di detenzione. La questione di come i diritti degli individui siano tutelati in contesti di giustizia penale internazionale rimane centrale, mentre le autorità italiane continuano a monitorare la situazione e a prendere decisioni basate su principi di giustizia e rispetto dei diritti fondamentali.



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