Il confronto tra Antonio Di Pietro, ex pm del pool di Mani Pulite, e Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, mette in luce due figure professionali con stili e filosofie molto diverse. In un’intervista a Ginevra Leganza per Il Foglio, Di Pietro esamina le dichiarazioni di Gratteri, che spesso generano polemiche e discussioni, in particolare quelle relative al referendum di marzo sulla Giustizia. Gratteri ha recentemente affermato che chi voterà Sì non sarebbe una persona perbene, una frase che ha suscitato un acceso dibattito.
Secondo Di Pietro, le affermazioni di Gratteri non sono mai casuali, ma mirate a suscitare reazioni forti. “La sua logica è: purché se ne parli, a prescindere dal merito”, spiega l’ex magistrato, sottolineando che l’obiettivo del procuratore è amplificare l’effetto delle sue parole. Di Pietro osserva che non intende entrare in conflitto con Gratteri, poiché non vede motivo di aumentare la visibilità di qualcuno che utilizza una strategia comunicativa così provocatoria, specialmente su un tema delicato come il referendum.
Di Pietro non crede che Gratteri abbia ambizioni politiche, poiché un magistrato, a suo avviso, ha più potere di qualsiasi politico. L’ex pm riconosce la determinazione di Gratteri e la sua convinzione nelle affermazioni che fa, ma non manca di esprimere una critica: “La sua è stata una pesca a strascico che ha tirato dentro tanti innocenti”. Questo riferimento indica la sua preoccupazione per i metodi utilizzati dal procuratore, che non sempre rispettano i principi di giustizia.
Un altro punto controverso sollevato da Di Pietro riguarda una gaffe di Gratteri riguardo a un’intervista di Giovanni Falcone. “Lui non butta la palla a caso, ma in mezzo al campo. Di modo che tutti, poi, ci corrano su a giocare”, osserva, descrivendo Gratteri come un uomo molto intelligente e strategico nelle sue comunicazioni.
Quando Leganza chiede a Di Pietro se considera Gratteri privo di vergogna, l’ex pm risponde che la questione non è tanto la vergogna, quanto il fatto che Gratteri ha raggiunto uno stato di grazia, simile a quello che lui stesso ha vissuto durante il periodo di Mani Pulite. “Non c’entra la vergogna”, afferma Di Pietro, chiarendo che Gratteri non prova vergogna per ciò che dice, anche quando le sue affermazioni possono risultare false, perché sa di essere creduto.
Il confronto tra i due magistrati si estende oltre le loro tecniche comunicative. Di Pietro sottolinea che, mentre Gratteri adotta un approccio più spettacolare e diretto, lui stesso ha sempre preferito un metodo più lento e meticoloso, paragonando il suo lavoro a quello di una formica rispetto a quello del procuratore, descritto come un formichiere. “Dopodiché sarà la storia a giudicare se sia stato meglio il lavoro da formichino che ho fatto io, lento lento e meticoloso, o il lavoro da formichiere che fa lui”, afferma.
In conclusione, Di Pietro riconosce che le differenze nei metodi di lavoro e comunicazione tra lui e Gratteri sono sottili ma significative. “Lui è un protagonista, indubbiamente. Ma si ammanta anche di protagonismo, per far parlare di sé”, commenta, evidenziando che la sua analisi è influenzata dalla sua storia personale. Infine, Di Pietro lascia il giudizio su Gratteri ai posteri, sottolineando che è l’ultimo a poter criticare severamente il procuratore, data la sua esperienza nel campo della giustizia.



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