Chi non ha mai provato quella strana sensazione di sentirsi svuotato dopo aver passato del tempo con certi familiari o conoscenti?
Magari non è successo nulla di clamoroso. Solo una battuta pungente. Un silenzio carico di giudizio. Un commento che, sotto forma di “consiglio”, ti ha fatto sentire piccolo. Eppure, uscendo da quell’incontro, ti senti stanco, irritato, quasi colpevole — senza sapere esattamente perché.
Il celebre psichiatra svizzero Carl Gustav Jung ha studiato a fondo le dinamiche psicologiche che si attivano nelle relazioni difficili. Le sue riflessioni offrono ancora oggi strumenti preziosi per proteggere il proprio equilibrio interiore senza cadere nell’aggressività o nel vittimismo.
Ecco cinque strategie ispirate al suo pensiero.
1. Capire che spesso non è qualcosa di personale
Una delle intuizioni più importanti di Jung riguarda il meccanismo della proiezione. Ognuno di noi, più o meno inconsapevolmente, tende a riversare sugli altri parti irrisolte di sé.
Chi ti critica continuamente potrebbe, in realtà, combattere con le proprie insicurezze. Chi ti accusa di egoismo potrebbe sentirsi frustrato o inadeguato nella propria vita.
Questo non giustifica il comportamento, ma cambia la prospettiva.
Se smetti di prendere tutto sul personale, recuperi potere emotivo. In molti casi, le parole dell’altro parlano più del suo conflitto interiore che dei tuoi reali difetti.
2. Distinguere tra un momento difficile e una vera tossicità
Non tutte le persone che ci fanno stare male sono “tossiche”. A volte attraversano semplicemente un periodo complicato.
Il problema nasce quando il comportamento è sistematico.
Se, dopo ogni incontro:
- dubiti di te stesso,
- ti senti in colpa senza motivo,
- le tue conquiste vengono minimizzate,
- ogni discussione si conclude con te in torto,
allora non si tratta più di un episodio isolato, ma di una dinamica ripetitiva.
Riconoscerla è il primo passo per interromperla.
3. Stabilire confini chiari senza sentirsi in colpa
Per Jung, il processo di crescita personale — che lui chiamava individuazione — implica imparare a definire i propri confini.
Dire “no” non è un atto di guerra. È un atto di consapevolezza.
Frasi semplici possono fare la differenza:
- «Non voglio parlare di questo argomento.»
- «Rispetto la tua opinione, ma la mia resta diversa.»
- «Questa conversazione non mi fa stare bene.»
Non serve spiegarsi per mezz’ora. Non serve giustificarsi.
Un limite espresso con calma è molto più potente di una lunga discussione difensiva.
Mettere confini non ti rende freddo. Ti rende responsabile del tuo spazio mentale.
4. Coltivare il distacco emotivo
Jung parlava della capacità di “prendere quota” rispetto alle situazioni cariche di emozione.
In pratica, significa osservare ciò che accade con un piccolo passo indietro.
Quando la tensione sale, prova a immaginarti spettatore della scena. Guarda il dialogo come se fosse un film. Spesso, questo semplice esercizio riduce l’intensità emotiva e ti impedisce di reagire d’impulso.
Non è indifferenza. È lucidità.
Il distacco ti permette di scegliere la risposta invece di essere trascinato dalla reazione.
5. Sapere quando allontanarsi
Jung era anche molto realistico: non tutte le relazioni si possono salvare.
Se i tuoi tentativi di dialogo falliscono continuamente, se i confini non vengono rispettati, se la tua serenità viene costantemente compromessa, allora la distanza diventa una forma di igiene psicologica.
Allontanarsi non significa odiare.
Significa proteggere la propria energia.
Non puoi cambiare gli altri, ma puoi decidere quanto spazio occupano nella tua vita.
La lezione più importante
La visione di Jung è chiara: sei responsabile solo del tuo percorso di crescita.
Non puoi controllare le parole o il comportamento altrui.
Puoi però controllare la tua reazione, i tuoi limiti, le tue scelte.
Ed è proprio lì che si trova la vera libertà emotiva.
Alla fine, non si tratta di vincere discussioni o dimostrare di avere ragione. Si tratta di preservare la propria dignità interiore.
Perché meriti relazioni in cui il rispetto è reciproco — non un privilegio, ma la base.



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