La creatura si è voltata lentamente verso di me. Non aveva una faccia definita, ma una massa di tessuto che cercava disperatamente di imitare i miei lineamenti da adulto. Emanava un odore di terra bagnata e metallo arrugginito.
«Vedi?» ha sussurrato la voce deforme. «Lei ti ha lasciato i biglietti perché sapeva che saresti tornato. Voleva che vedessi quanto sono stata brava a essere te. Ma la recita è finita, Julian. Ho bisogno della tua pelle originale per restare solida».
La creatura si è lanciata su di me. Non è stata una lotta epica, ma un abbraccio viscido e freddo. Sentivo i suoi ricordi artificiali — i pranzi domenicali, i baci della buonanotte di Martha, le lauree — cercare di soffocare i miei veri ricordi di buio e radici.
Ho afferrato una manciata di quel sale misto a ferro e l’ho spinta con tutta la forza che avevo dentro quella fessura pulsante che fungeva da bocca.
Il grido che ne è seguito non era umano. È stato il suono di una foresta che schianta sotto un uragano.
La creatura ha iniziato a sciogliersi, la sua struttura instabile che collassava a contatto con il sale benedetto di mia madre. Si è trasformata in un liquido nero e denso che ha macchiato il tappeto del salotto, lasciando dietro di sé solo le scarpe di mio padre e la mia vecchia giacca rossa a vento, quella con la manica strappata.
Le conseguenze
La polizia è arrivata all’alba. Mi hanno trovato seduto sul pavimento della cucina, coperto di quel fango nero inclassificabile. Non sono riusciti a dare una spiegazione scientifica a quella sostanza, e il caso è stato archiviato come “incidente chimico domestico”.
Ho venduto la casa di Martha. Non potevo più restare in Oregon. Mi sono trasferito in Arizona, dove il deserto è vasto e gli alberi sono troppo rari per nascondere segreti. Ho usato i risparmi di mia madre per pagarmi anni di terapia.
Il finale
Oggi ho trentadue anni. Lavoro come archivista in una biblioteca pubblica. Mi piacciono i fatti, le date, le cose che non cambiano mai. Non vado mai nei parchi dopo il tramonto.
Ieri è stato il mio compleanno. Ho ricevuto un solo biglietto. Non aveva francobollo, era stato infilato sotto la porta del mio appartamento. Sulla busta c’era solo un numero scritto con la grafia di mia madre: “33”.
Ho aperto il biglietto con le mani gelate. All’interno, c’era una dedica scritta da una mano che non era quella di Martha.
«Hai dimenticato una cosa nel bosco, Julian. La giacca rossa non era l’unica cosa che avevamo in comune. Ricordi il cane? Buster non è morto nel vialetto. Buster è con me.»
Ho guardato fuori dalla finestra. Nel riverbero del calore del deserto, appena oltre il parcheggio, c’era una sagoma alta. Accanto a lei, un Golden Retriever grigiastro la guardava con devozione.
La sagoma ha sollevato una mano e mi ha salutato. Nello stesso istante, nello specchio dell’ingresso, ho visto il mio riflesso sorridere.
Non ho sbattuto le palpebre. Proprio come scriveva mia madre.
La storia non è finita. È solo l’inizio di una nuova evoluzione. Perché il vuoto non può essere distrutto. Può solo imparare a camminare tra noi.



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