L’impatto della spalla di Frank Holloway contro il montante superiore del parabrezza ha fatto scattare una scarica di scintille dai circuiti della strumentazione d’emergenza. L’arma a impulsi elettrici gli è scivolata di mano, rimbalzando sul pavimento grigio della cabina prima di finire sotto i pedali del timone di coda. Holloway ha reagito con la forza cieca di un uomo braccato, afferrandomi per il bavero del maglione e spingendomi con violenza contro la console centrale, mentre l’avvisatore acustico di perdita rapida d’altitudine riempiva la stanza di un ululato assordante: «Terrain! Pull up! Pull up!»
L’aereo scendeva a capofitto attraverso una coltre densa di nubi temporalesche, scosso da scricchiolii metallici sinistri che risuonavano lungo tutta la fusoliera. Oltre la porta della cabina si udivano le grida disperate dei passeggeri e il pianto dei bambini terrorizzati dalle maschere d’ossigeno scese automaticamente dal soffitto. Tra quelle voci c’era quella di mio figlio Toby, che chiamava il mio nome senza capire dove fossi finita.
Quel pensiero ha cancellato ogni esitazione dal mio corpo: con una gomitata secca e chirurgica ho colpito Holloway alla base dello sterno, facendogli mancare il fiato e spezzando la sua presa. Prima che potesse riprendersi, ho afferrato l’estintore di sicurezza agganciato alla parete posteriore e gliel’ho abbattuto sulla clavicola, facendolo crollare svenuto sul corridoio d’accesso con la fronte schiacciata contro la soglia metallica.
«Hostess!» ho urlato affacciandomi all’ingresso della cabina con il fiato corto. Due assistenti di volo sono accorse a passo svelto, bianche come cadaveri: «Legatelo con le cinture dei carrelli e trascinatelo nella cambusa di coda! Non lasciatelo muovere per nessun motivo!»
Mi sono gettata sul sedile del primo ufficiale, scostando con delicatezza il corpo del copilota ferito e allacciando le cinghie a quattro punti con movimenti che la memoria muscolare eseguiva senza che dovessi nemmeno riflettere. Gli anni trascorsi sui simulatori e le centinaia di ore di volo sui caccia dell’Air Force sono tornati a galla all’istante, spazzando via sei anni di inattività civile.
I comandi idraulici primari erano insensibili: Holloway aveva isolato i servocomandi del timone di quota tranciando i connettori del circuito A. L’aereo viaggiava a oltre quattrocento nodi a una quota di appena sedicimila piedi, dritto verso le onde nere dell’Atlantico.
«Capitano, mi sente?» ho scosso il comandante legato accanto a me, che ha aperto gli occhi a fatica sputando un filo di sangue: «Ha… ha escluso il bus elettrico essenziale… devi passare alla modalità Direct Law manuale… bypassa la centralina col deviatore giallo sotto il sedile…»
Ho allungato il braccio nel vano inferiore, azionando la leva d’emergenza della pompa idraulica di riserva. I comandi della cloche si sono induriti di colpo, trasmettendo alle mie braccia l’enorme resistenza aerodinamica delle superfici alari. Con entrambe le mani strette sul volantino ho tirato indietro con tutto il peso del corpo, bloccando i talloni sulla pedaliera e modulando la spinta delle manette dei due motori Rolls-Royce per evitare lo stallo d’alta quota.
La fusoliera ha tremato con una vibrazione profonda e straziante, mentre l’orizzonte artificiale cominciava faticosamente a risalire verso la linea orizzontale. A diecimila piedi l’aereo ha interrotto la discesa mortale, stabilizzandosi finalmente sopra le creste tempestose dell’oceano in un volo livellato ma fragile.
Ho afferrato le cuffie con il microfono, impostando la frequenza transatlantica d’emergenza sul canale 121.5: «Mayday, Mayday, Mayday. Qui volo commerciale transatlantic 442, sono il capitano Maya Lin, ex aeronautica militare degli Stati Uniti ai comandi. Abbiamo neutralizzato un attentatore a bordo, il primo ufficiale è gravemente ferito e i sistemi di volo operano in modalità ridotta manuale. Richiediamo vettore d’emergenza immediato verso la base aerea più vicina.»
Dalle cuffie la voce concitata del centro radar oceanico di Shannon ha risposto senza indugio: «Volo 442, vi abbiamo agganciati sui monitor primari. Siete autorizzati per atterraggio prioritario d’emergenza presso la base aerea militare di Lajes, nelle Isole Azzorre, pista 33. Due caccia della NATO si stanno alzando per scortarvi all’avvicinamento.»



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