Il silenzio che è calato sul corridoio stretto era pesante come una lastra di piombo. Le parole della signora Dupuis sono rimaste sospese nell’aria carica di odore di muffa e detersivo a basso costo. Ho fatto un passo avanti, superando la spalla curva di Ian-Miles che sembrava essersi pietrificato all’improvviso, con la mano destra nascosta dentro la tasca profonda del suo giaccone.
«Quale finta nipote?», ho chiesto, guardando dritto negli occhi l’anziana proprietaria. La voce mi usciva ferma, sostenuta da una rabbia fredda che non sapevo nemmeno di possedere. La signora Dupuis ha inforcato gli occhiali da lettura con un gesto lento, squadrandomi dalla testa ai piedi. «Tu saresti Elodie, immagino. La ragazza che studia legge all’università.
Sul contratto che Ian-Miles ha depositato presso la mia agenzia a settembre c’è scritto chiaramente che sei sua nipote, figlia di sua sorella defunta a Namur. Ha dichiarato che vivevi con lui per motivi di tutela e assistenza familiare per ottenere la riduzione dell’imposta di registro e il canone calmierato per alloggi protetti.» Ho sentito lo stomaco chiudersi in una morsa d’acciaio.
«Io non sono sua nipote. Non l’ho mai visto prima dell’agosto scorso, quando ho risposto a un annuncio su una bacheca per studenti vicino alla stazione di Liegi-Guillemins. Pago quattrocentocinquanta euro al mese in contanti, ogni primo del mese, direttamente nelle sue mani. Ho tutte le ricevute firmate su un taccuino nella mia borsa.» Ian-Miles ha fatto un movimento brusco con il collo, girandosi verso di me con gli occhi dilatati dalla furia.
«Stai zitta, Elodie. Torna dentro la tua stanza e non immischiarti negli affari dei contratti. Non sai quello che dici, sei una ragazzina confusa, hai le tue solite crisi isteriche.» Ha allungato il braccio sinistro per spingermi verso il corridoio, ma ho scansato il colpo con un movimento netto della spalla, arretrando verso il pianerottolo dove la proprietaria teneva il piede fermo a bloccare il battente dell’ingresso.
«Non mi toccare mai più, Ian-Miles», ho detto ad alta voce, tirando fuori lo smartphone e puntandoglielo contro la faccia come uno scudo. «Guardi qui, signora Dupuis. Guardi cosa fa il suo inquilino modello mentre io sono a lezione all’università.» Ho fatto partire il filmato registrato meno di un’ora prima. Sullo schermo luminoso è apparsa la sagoma inequivocabile di Ian-Miles, con lo stesso maglione sformato che indossava in quel preciso istante, chino sulla mia porta con il coltellaccio
da cucina in pugno mentre cercava disperatamente di far saltare il perno di chiusura. La signora Dupuis ha guardato il video per sei secondi, poi ha distolto lo sguardo con un’espressione di disgusto profondo. Ha aperto la cartella rigida, estraendo un foglio stampato con i tabulati delle connessioni di rete dello stabile. «Questo spiega molte cose.
Ieri mattina i tecnici della compagnia telefonica sono venuti a controllare la centralina del palazzo perché c’era un sovraccarico anomalo di banda in uscita. Hanno trovato tre ponti radio non autorizzati collegati all’indirizzo IP di questo appartamento. Ian-Miles non trasmetteva solo le riprese all’interno della casa per la sua sicurezza personale. Stava trasmettendo flussi video crittografati a pagamento verso un server registrato nell’Europa dell’Est.»
Il sangue mi si è gelato nelle vene. Tutto ha assunto una nitidezza mostruosa e immediata: la scusa dei quadri di valore che non valevano nemmeno venti euro ai mercatini dell’usato, l’insistenza per tenere accese le telecamere del soggiorno a tutte le ore della notte, la rabbia sproporzionata ogni volta che mettevo un maglione sopra l’obiettivo delle scale per poter andare in bagno in pigiama senza sentirmi gli occhi addosso, e quel foro praticato nel muro della mia
camera da letto, perfettamente orientato sul mio letto. «Sei un animale», ho mormorato, sentendo le lacrime che premevano dietro gli occhi ma rifiutandomi categoricamente di piangere davanti a lui. «C’era una telecamera dietro la griglia dell’aria. Mi guardavi mentre dormivo. Trasmettevi la mia stanza su internet.» Ian-Miles ha smesso di fingere. La postura ricurva e dimessa è svanita in un istante, sostituita da una rigidità tesa e velenosa.
Ha tirato fuori la mano dalla tasca: tra le dita stringeva il trinciante da cucina con il manico di plastica nera consumata, la stessa lama che avevo visto muoversi nello schermo pochi minuti prima. «Pensi davvero che qualcuno ti creda, ragazzina?», ha ringhiato a denti stretti, avanzando di un passo verso la soglia. «Sei entrata qui dentro senza garanzie, senza un garante solvibile, senza niente.
Ti ho dato un tetto sulla testa. Quella telecamera nella parete c’era già prima che tu arrivassi, serve per il monitoraggio della condensa strutturale, l’ha messa il perito assicurativo tre anni fa!» «Il perito non usa microcamere wireless con alimentazione a dodici volt e slot di memoria da centoventotto gigabyte, Ian-Miles», è intervenuta una terza voce, profonda e asciutta, proveniente dalle scale sottostanti.
Due agenti della Police Locale de Liège stavano salendo i gradini a due a due, con le fondine già sbottonate e i taccuini in mano. La signora Dupuis non era venuta da sola; aveva fatto aspettare la pattuglia nell’androne del condominio prima di salire a verificare la situazione contrattuale. Alla vista delle divise blu con le bande riflettenti, Ian-Miles ha avuto un attimo di esitazione impercettibile.
Ha cercato di far scivolare il coltello dietro il mobiletto dell’ingresso, tra un mucchio di vecchie riviste di giardinaggio e una scatola di scarpe impolverata, ma il rumore secco del metallo contro il legno ha tradito il suo gesto. Uno dei due poliziotti, un uomo sui quarant’anni con la barba rada e l’aria stanca, ha bloccato la porta con lo scarpone d’ordinanza e gli ha intimato di mettere le mani in vista sul muro del corridoio.
«Metta le mani dove posso vederle, signor Vaneck», ha ordinato l’agente con voce perentoria. «E stacchi immediatamente quel ripetitore che ha fissato abusivamente alla canalina comune del vano scale. Abbiamo un mandato di comparizione urgente firmato dal procuratore di turno per perquisizione informatica e violazione aggravata del domicilio.» Ian-Miles non ha opposto resistenza fisica, ma mentre il poliziotto gli bloccava i polsi con le fascette di sicurezza in plastica, continuava a fissarmi attraverso lo specchio dell’armadio a muro.
Quel sorriso sottile, malato, non se n’era andato dalla sua bocca. «Non troverete niente sui computer», ha bisbigliato guardandomi con una calma agghiacciante. «Tutto quello che è passato da quella stanza è già archiviato su server cloud che non potete nemmeno localizzare. Ogni singola notte degli ultimi sette mesi. Ti sentivi osservata, vero Elodie? Avevi ragione.
Centinaia di persone pagavano per guardare la studentessa perbene che non si accorgeva di niente.» Uno spasmo di nausea mi ha piegata in due per un secondo, costringendomi ad appoggiarmi alla ringhiera in ferro battuto delle scale. Ma mentre l’agente più giovane entrava nell’appartamento per mettere in sicurezza la cucina e sequestrare i dispositivi elettronici visibili sul tavolo, ho tirato fuori dalla tasca della giacca la piccola scheda microSD che avevo estratto dalla telecamera della mia camera da
letto prima di uscire dalla stanza. «Non ha salvato tutto solo sul cloud, agente», ho detto con la voce che mi usciva roca ma perfettamente comprensibile, porgendo il minuscolo rettangolo di plastica nera al poliziotto rimasto sul pianerottolo. «Questa l’ho tolta venti minuti fa dalla telecamera spia che ha installato illegalmente dietro la mia presa d’aria.
Ha registrato il momento esatto in cui ha montato il dispositivo, e prima di uscire ho controllato la cartella dei log: c’è l’indirizzo MAC del suo computer portatile e le credenziali di accesso del router di casa con il suo account personale salvato in chiaro.» Il volto di Ian-Miles ha perso finalmente quella patina di sicurezza viscida che aveva mantenuto fino a quel momento.
Il colorito gli è diventato improvvisamente cereo, la mascella gli è caduta verso il basso rivelando i denti inferiori storti e macchiati di fumo. Sapeva perfettamente cosa significava quella scheda: non era solo la prova del reato di violazione della privacy o del tentato scasso della mia serratura, era la traccia forense diretta che collegava il suo hardware privato alla rete di diffusione non consensuale di materiale intimo, un reato federale gravissimo che le autorità belghe perseguono con
pene detentive senza condizionale. «Questa è roba mia», ha provato a urlare mentre l’agente lo spingeva con fermezza verso la prima rampa di scale per condurlo alla volante parcheggiata davanti al portone. «Quella scheda appartiene al materiale del mio alloggio! È violazione di proprietà privata, non potete usarla come prova in tribunale!» «Spiegherà tutto al magistrato tra venti minuti, signor Vaneck», ha tagliato corto l’ufficiale, tenendogli la testa bassa mentre scendevano i gradini umidi dell’edificio.
I passi pesanti dei poliziotti sono rimbombati per qualche istante nella tromba delle scale, seguiti dal tonfo sordo del portone d’ingresso che si richiudeva dietro di loro. Sono rimasta sola sul pianerottolo con la signora Dupuis. La donna ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa, asciugandosi la fronte lucida di sudore freddo. Non mi ha chiesto scusa per aver ignorato i segnali nei mesi precedenti, non mi ha abbracciato e non ha fatto discorsi consolatori; ha semplicemente estratto
dal suo mazzo una chiave d’ottone massiccio con l’etichetta verde dell’appartamento del secondo piano, rimasto sfitto dalla fine dell’autunno. «Quel bilocale sopra è vuoto da novembre», ha detto posando la chiave sul palmo della mia mano fredda. «I serramenti sono nuovi, la porta è blindata con cilindro europeo a sei perni e l’impianto elettrico è completamente indipendente, con un contatore separato nel sottoscala.
Puoi trasferire le tue cose lì sopra stanotte stessa. Non ti chiederò un centesimo di cauzione e l’affitto rimarrà esattamente quello che pagavi a quel miserabile, con un contratto regolare registrato a tuo nome domattina alle nove.» Ho stretto il metallo freddo della nuova chiave tra le dita fino a sentire il profilo seghettato che mi si piantava nella pelle.
«Voglio entrare prima nella mia vecchia stanza a prendere i miei libri e i vestiti», ho risposto, guardando la porta sbeccata con i tre tagli profondi nello stipite chiaro. «E voglio che lei resti sulla porta mentre stacco ogni singolo cavo che attraversa quel maledetto muro divisorio.» Siamo rientrate nell’alloggio insieme. Con una pinza trovata nella cassetta degli attrezzi sotto il lavello ho tranciato il cavo coassiale nero che alimentava l’obiettivo nella condotta d’aria, tirando con forza fino
a sfilare metri di filo isolato che Ian-Miles aveva fatto passare nell’intercapedine di cartongesso. Ho raccolto i miei vestiti dall’armadio a due ante, gettandoli dentro due scatoloni di cartone senza nemmeno piegarli, mentre la signora Dupuis controllava con una torcia ogni singolo angolo del soffitto, del bagno e del corridoio per assicurarsi che non ci fossero altri fori nascosti dietro le cornici dei quadri o gli interruttori della luce.
Alle dieci di sera il trasloco improvvisato era concluso. Salendo le scale verso il secondo piano con l’ultimo scatolone pieno di dispense universitarie, mi sono fermata per un attimo davanti alla porta dell’appartamento che avevo condiviso per quasi duecento giorni. La porta era sbarrata dai sigilli rossi della polizia giudiziaria, con la striscia di nastro bicolore che copriva i tre solchi scavati dalla lama del trinciante.
Sono entrata nel mio nuovo bilocale, ho girato le mandate della serratura blindata sentendo il rumore pieno, pesante e sicuro dei perni d’acciaio che entravano nel telaio rinforzato. Ho spento la luce dell’ingresso e mi sono fermata al centro della stanza buia, guardando le pareti intonacate di fresco, lisce, senza griglie decorative, senza occhi elettronici nascosti dietro la plastica e senza nessuno dall’altra parte della parete che ascoltasse il rumore dei miei passi sul pavimento.




Add comment