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Cannabis in gravidanza:È una sostanza molto pericolosa per il nascituro

Condivido la sua preoccupazione, gentile signora, sempre più forte anche nelle società di ginecologia intemazionali. Purtroppo, esiste oggi una crescente frattura tra quello che pensano le donne su molti temi, e quello che ci dicono i dati scientifici. In particolare sul fronte dell’uso di sostanze in gravidanza, su cui esiste una banalizzazione davvero preoccupante.

Per esempio, il 70 per cento delle donne canadesi intervistate pensa che in gravidanza usare la marijuana (derivata dalla cannabis sativa) una-due volte la settimana non comporti nessun rischio per il piccolo. Nel mondo occidentale, un numero crescente di donne la usa, con un picco tra i 15 e i 34 anni, convinto della sua innocuità. Gli studi scientifici vanno in tutt’altra direzione, al punto che il 20 aprile 2018 la rigorosa Society of obstetricians and gynaeco- logists of Canada ha lanciato una campagna per informare le donne canadesi sui possibili effetti, anche molto negativi, della cannabis. Attualmente, l’uso accertato riguarda il 22,1 della popolazione e il 5-6 per cento (tanto!) delle donne gravide in Francia, ma si ritiene che il dato sia nettamente sottostimato.

Le ragioni del danno sul bambino
Il bambino in utero è in strettissimo e continuo scambio biochimico con la mamma. (Quasi) tutto quello che la mamma assume viaggia nel sangue, attraversa la placenta e
passa al piccolo, indipendentemente dalla modalità di assunzione. Il del cannabinolo (The), principale componente psicoattivo della cannabis, arriva a tutti i tessuti del piccolo, tra cui il cervello, per il quale ha particolare affinità. Le cellule nervose del feto e del neonato sono molto più vulnerabili di quelle degli adulti, perché sono in fase di attivissima moltiplicazione e crescita, fatto che le rende molto recettive a sostanze potenzialmente tossiche come la cannabis. In più, il The si accumula anche nel latte, per cui a ogni poppata il piccolo ne assume una quantità proporzionale all’uso che ne fa la mamma.

In media, al piccolo arriva il 2,5 per cento della dose che ha usato la mamma. Il modo con cui la cannabis è consumata non fa differenza. Inalata, fumata, mangiata, in pillole o in forme topiche, ha sempre effetti biologici perché comunque arriva nel sangue e poi nel cervello, di mamma e piccino.

Perché l’uso è banalizzato?

Perché oggi qualsiasi opinione soggettiva («Io penso che mi faccia bene, perché mi rilassa…») sembra avere lo stesso valore di affermazioni di segno opposto, basate su solide evidenze cliniche. Tuttavia, quando è in gioco una possibile riduzione della salute mentale del proprio figlio, il senso di responsabilità verso il piccolo che verrà dovrebbe indurre a documentarsi seriamente e, nel dubbio, evitare l’uso di sostanze
pericolose per non fargli correre rischi inutili. Infatti, il cervello del bimbo riceve comunque un imprinting, un marchio biologico da cannabis, che potrebbe poi renderlo più vulnerabile all’uso di sostanze, e più rapidamente dipendente, in senso biologico e psichico, fin dall’adolescenza.
Inoltre, è possibile che sindromi di astinenza da sostanze nel neonato possano non essere diagnosticate e trattate adeguatamente. In sintesi: poiché non esiste una soglia minima di sicurezza, sull’uso di cannabis (ma anche altre sostanze!) in gravidanza e allattamento, il messaggio forte è uno solo: non va usata. Che senso ha dire «Amo il mio bambino», e poi avvelenarlo lentamente fin dall’utero?

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