Come vedere Juventus – Cagliari Streaming Gratis Diretta Live Tv Web Link

In attesa di arrivare a giocarselo, perché quello è il suo futuro, Nicolò Barella con lo scudetto ha in comune le pretendenti: Juventus, Inter, Napoli e Roma. In più, per lui stanno cominciando a muoversi anche le big straniere, Liverpool in primis, attirate dalle ottime prestazioni in maglia azzurra che hanno permesso al ventunenne centrocampista cagliaritano di mettersi in mostra anche a livello internazionale. Per il momento, però, sono le grandi italiane le favorite ad accaparrarsi il gioiello del settore giovanile rossoblù, capace due stagioni fa di conquistarsi un posto da titolare in Serie A a 19 anni, per poi conscrarsi l’anno scorso con 34 presenze e 6 gol. «Mi piace, è giovane e bravo – lo ha elogiato Allegri ieri – anche se i giocatori vanno allenati per conoscerli. E’ uno dei giovani, con Bernardeschi, Chiesa, Rugani, Romagnoli e altri, che saranno il futuro della Nazionale».

Primi tentativi si potrebbero fare con:

  1. Paesi Bassi con l’emittente Sanoma Media Netherlands;
  2. Turchia con l’emittente Turkish Radio and Television Corporation;
  3. Svizzera con l’emittente Schweizer Radio und Fernsehen;
  4. Serbia con l’emittente Radio-televizija Srbije;
  5. Repubblica Ceca con l’emittente Ceca Ceská Televize;
  6. Paraguay con l’emittente Sistema Nacional De Television;
  7. Portogallo con l’emittente Rádio e Televisão de Portugal;
  8. Suriname con l’emittente Surinaamse Televisie Stichting;
  9. Svezia con l’emittente Modern Times Group;
  10. Slovacchia con l’emittente Slovenská Televízia.

Vuole un Cagliari coraggioso e sfacciato Rolando Maran che forse per la prima volta da quando siede sulla panchina della compagine rossoblù, ha sentito sulla sua pelle la spinta di tutta la Sardegna per andare a caccia dell’impresa. «Sento uno stimolo particolare non solo per il valore del nostro avversario ma anche per quello che ci sta trasmettendo la nostra gente perché loro credono in noi e questa convinzione dobbiamo portarcela a Torino».

CONTRO IL PRONOSTICO. Per valori in campo, classifica e condizioni ambientali, non ci dovrebbe essere partita tra Juventus e Cagliari ma la squadra isolana non andrà certo in Piemonte a fare una passeggiata e, anzi, sgomberato subito il campo dai cattivi pensieri («risparmiare qualcuno in vista della gara successiva a Ferrara? Non ci penso nemmeno») l’allenatore cagliaritano ha suonato la carica ieri pomeriggio prima di partire per Torino. «Abbiamo lavorato tutta la settimana con la carica giusta, sapendo che per fare risultato sul loro campo, dobbiamo fare la partita perfetta, limitando la loro di partita perfetta. Sarà una gara stimolante che ci permetterà di tirare fuori una prestazione sopra le righe». L’aspetto psicologico, dopo i tre risultati utili di fila e il buon posizionamento in classifica, sembra aver ridato linfa ad un Cagliari che fino a qualche settimana fa andava ancora a singhiozzo. «Abbiamo voglia di fermare la Juventus, siamo animati da questa spinta e dobbiamo avere la giusta ferocia e la sfacciataggine di chi ha coraggio perché in caso contrario diventa troppo difficile».

OSSERVATO SPECIALE. Inevitabile che il pericolo numero uno sia CR7 ma la formazione isolana dovrà prestare massima attenzione a tutta la corazzata bianconera. «I numeri di Ronaldo dicono che limitarlo è molto difficile ma noi ci proveremo accorciando gli spazi e cercando di non fargli arrivare palloni puliti. Ma dobbiamo preoccuparci della Juventus nel suo complesso che, così come a Empoli, può anche sembrare in difficoltà ma è sempre lei a controllare la gara. E il fatto che abbiano trascorso una settimana tipo, senza appuntamenti tra le due gare di campionato, rende ancora più alto il coefficiente a nostro sfavore». Il turno di Champions in programma la prossima settimana non sarà un elemento di disturbo per i bianconeri che hanno già messo gli occhi sui tre punti da ottenere contro i sardi. «Solo con un’ottima prestazione puoi pensare di realizzare un’impresa e per far punti a Torino devi essere il Cagliari» però è il pensiero di Rolando Maran che proverà a rallentare la marcia della capolista. «Ci sarà da soffrire e dovremmo farlo da squadra, ma arriveranno anche i momenti della partita durante i quali saremmo noi a provare a farli soffrire».

Forse anche il futuro della Juventus, che però diversemente da quanto sta accadendo nella corsa scudetto, non già un netto vantaggio e non è strafavorita. E’ una delle favorite, questo sì, ma l’Inter è sulla stessa fila e Milan, Napoli e Roma poco dietro. La sfida tra bianconeri e nerazzurri ne racchiude in sé anche un’altra molto speciale. A seguire i progressi di Barella e a tenersi informato con il Cagliari sulla sua situazione, fino a poche settimane fa era stato ovviamente anche Giuseppe Marotta. Che presto ricomincerà a farlo, ma dalla sede dell’Inter e non da quella della Juventus, aiutando il ds nerazzurro Piero Ausilio, a sua volta da tempo impegnato sul fronte Barella, a battere la concorrenza bianconera. Per il cagliaritano andrà dunque in scena anche un derby tra Marotta e FabioParatici, una sfida tra maestro e allievo (fu l’ex ad bianconero ad assumere alla Sampdoria Paratici, al primo incarico dirigenziale dopo il ritiro da calciatore), destinata a ripetersi almeno su altri due fronti. Uno coinvolge proprio la società blucerchiata, che dopo Skriniar sta lanciando un altro difensore centrale: il ventiduenne danese Joachim Andersen, per il quale Juventus e Inter devono però guardarsi dalla concorrenza del Tottenham. L’altro è quello di Federico Chiesa, 21 anni come Barella e già conteso la scorsa estate: la Fiorentina aveva rifiutato tutte le offerte, ma è probabile che nella prossima l’epilogo sia diverso.

Tornando a Barella, ma il discorso vale anche per Andersen e Chiesa, la situazione è ancora molto fluida. Il Cagliari non ha alcuna intenzione di cederlo a gennaio, ma in estate il presidente Giulini non si opporrà alla naturale evoluzione della carriera dell’azzurro. Evoluzione da cui comunque entreranno nelle casse rossoblù decine di milioni: il club sardo ne avrebbe già rifiutati 30 dal Napoli e al momento la quotazione oscilla sui 40. Cifra che da qui a giugno potrà anche aumentare, a seconda di rendimento e inserimenti dall’estero, specialmente dalla Premier. Sia la Juventus che l’Inter hanno ottimi rapporti con il Cagliari e alla fine saranno decisive l’entità dell’investimento che saranno disposte a fare e la capacità di convincere il giocatore (che ha lo stesso agente di Nainggolan, Alessandro Beltrami): la Juventus ha un appeal unico in Italia e con pochissimi eguali in Europa, l’Inter e le altre pretendenti rose ottime ma in cui la concorrenza sarebbe più morbida rispetto a quella che esiste nel centrocampo bianconero (dove per giunta potrebbe aggiungersi Paul Pogba).

Presentarsi all’Allianz Stadium da protagonista e da obiettivo di tutte le grandi, Juventus compresa, è motivo d’orgoglio per Nicolò Barella. Prodotto del vivaio rossoblù, con prima esperienza alla Scuola Calcio diretta da Gigi Riva, il centrocampista rossoblù ha bruciato le tappe. Carattere esuberante, poco propenso a subire angherie di avversari molto più scafati, fino a qualche tempo fa non riusciva a controllare la propria indole e le sue ammonizioni erano divenute una sorta di tormentone per il tecnico di turno. La “cura-Maran” ha cominciato però a sortire qualche effetto. Quasi sicuramente il tecnico trentino, arrivato quest’anno alla guida della squadra cagliaritana, ha preso da parte il buon Nicolò per fargli capire quelle che sono le aspettative della società nei suoi confronti e gli ha consegnato un modello comportamentale. Il giovane virgulto cagliaritano pare aver recepito. È oramai oggetto del desiderio di tanti, in Italia ed all’estero, per cui è auspicabile un salto di qualità in tutte le componenti nel breve periodo, in modo da raggiungere quel grado di maturità che gli consenta di esibirsi a livelli eccelsi per il prossimo decennio. Barella è una sorta di predestinato: ha giocato in tutte le rappresentative Nazionali giovanili, a partire dall’Under 15 sino a quella maggiore dove è stato utilizzato dal ct Roberto Mancini anche in Nations League (con la Polonia). Precedentemente, nell’ottobre 2017, Giampiero Ventura lo chiamò per sostituire Verratti, ma lo lasciò in disparte. Barella ha sempre affermato: «In Nazionale non sento la pressione» e forse per questo ha confermato le aspettative. Per 2 anni consecutivi (2012 e 2013) è stato premiato come miglior centrocampista italiano del ‘97. Un riconoscimento che comunque non lo ha mai fatto esaltare: ha proseguito col costante lavoro giornaliero, che lo ha portato ai livelli attuali. Per la società cagliaritana un investimento non di poco conto, che difficilmente frutterà a gennaio. Troppo importante nello scacchiere rossoblù per raggiungere prima possibile la tanto agognata salvezza.

La Juventus è una famiglia, per me. Un club cui sono grato, perché mi ha fatto crescere come calciatore. Lì conservo ancora tanti amici, con i quali mi sento spesso», Paul Pogba dixit. Ed è proprio questo rapporto di amicizia e stima reciproca che può avvicinare sempre di più il francese a un ritorno in maglia bianconera, in tempi non troppo lontani peraltro.
Anche perché c’è un altro rapporto amichevole e di stima reciproca che può rendere le cose ancora più semplici, nell’ottica dei campioni d’Italia: quello, cioè, che intercorre tra il procuratore di Pogba, Mino Raiola, e il vicepresidente bianconero Pavel Nedved, che di Raiola è stato assistito finché è stato un calciatore (partita d’addio il 31 maggio 2009).
Ebbene, è chiaro che innanzitutto al bene di Pogba dovrà guardare Raiola. Ma è chiaro altresì che in questi casi amicizia e feeling tra interlocutori, non guastano di certo. Anche perché da una parte – sponda United – c’è un ambiente piuttosto ostile, nei confronti di Raiola e in verità anche e soprattutto di Pogba, che alcuni cominciano a considerare più un problema che una soluzione. Dall’altra – sponda Juventus – paiono invece esserci tutti gli ingranaggi pronti ad incastrarsi: dalla nostalgia di Pogba figlia dei rapporti eccellenti con allenatore (Allegri ieri: «E’ giovane e ha ancora grandi margini di miglioramento, ora è un giocatore del Manchester e purtroppo mercoledì lo dobbiamo incontrare, se non venisse sarebbe meglio») al rapporto consolidato tra procuratore e dirigenti. Per non parlare dell’effetto Ronaldo, delle accattivanti ambizioni societari (persino José Mourinho s’è sperticato in lodi verso il presidente Andrea Agnelli e soci).
In tutto questo il peso specifico di Nedved – dicevamo – può esser fondamentale sia per far leva su Raiola sia per far leva sullo stesso Pogba, che in Nedved vede un punto di riferimento mica da poco. Un punto di riferimento che, proprio alla Juventus, ha vinto un Pallone d’Oro: proprio quello che potrebbe e vorrebbe fare Pogba, nel giro di qualche anno.
C’è poi un ulteriore elemento da non sottovalutare analizzando la situazione di Pogba e il fattore Nedved: il vicepresidente e il direttore sportivo Fabio Paratici (appena diventato capo dell’area sportiva) sono chiamati a dimostrare che anche senza Beppe Marotta – il cui rapporto con la Juventus, suo malgrado, s’è appena concluso – gli standard non si abbassano, anzi continuano a crescere. L’acquisto di Pogba, in questo senso, sarebbe un trailer parecchio accattivante del film che sta per andare in onda.

E’ l’attaccante che negli ultimi 60 anni di Juventus con i suoi 7 gol in 10 giornate ha segnato di più nell’avvio della stagione. Nonostante ciò Cristiano Ronaldo non ha ancora avuto il piacere di salire in cima alla classifica marcatori della Serie A: tra lui e l’agognato primo posto c’è il genoano Krzysztof Piatek, che lo guarda dall’alto delle sue 9 reti. Ma non è certo un dettaglio come questo che ferma CR7, anzi. Animale da competizione, il portoghese ha sempre dato dimostrazione di come la gara lo esalti e di come l’odore di un nuovo traguardo, un nuovo record, un nuovo obiettivo da raggiungere scatenino il suo istinto competitivo e lo spronino a fare ancora meglio. Qualcuno si chiede “Ma Ronaldo non riposa mai?”. Impossibile riposare con un traguardo in vista: il fenomeno evidentemente non ne ha bisogno, almeno non in questa fase. In fondo, ci sarà tempo per farlo, e non è certo questo il momento giusto. Ci sono record da raggiungere e classifiche a cui non è stato ancora apposto il sigillo di CR7 da scalare.

L’occasione per il bomber bianconero di diventare per la prima volta il numero uno della classifica italiana dei marcatori arriva già questa sera allo Stadium contro il Cagliari. Se il genoano Piatek, impegnato nel pomeriggio contro l’Inter, non dovesse segnare, Ronaldo con una doppietta andrebbe a condividere con lui la vetta. E dato che ultimamente a segnare due reti a partita sembra averci preso gusto (è successo a Empoli la scorsa settimana e prima ancora in casa contro il Sassuolo), non è certo un’ipotesi da scartare. Senza contare poi che, usando un’espressione trita e ritrita ma che calza a pennello, “l’appetito vien mangiando”: e allora chi potrebbe mai escludere a priori una bella tripletta con tanto di pallone portato a casa da regalare a Cristiano Junior che lo aspetta da tanto? Il fenomeno però dovrà anche guardarsi le spalle. Lorenzo Insigne con lo splendido gol all’Empoli lo ha raggiunto a 7 e a quota 6 ci sono Mauro Icardi, che oggi se la vedrà faccia a faccia con Piatek (a meno che Spalletti non lo faccia riposare) e Ciro Immobile. Gli ultimi due sognano di raggiungere per la terza volta il titolo di capocannoniere. Uno stimolo in più per il bianconero, che sembra nato per competere.

Certo è che, a dispetto dei titoli già vinti due volte da Icardi e Immobile, i bookmakers stanno dalla parte del bianconero: il più quotato per vincere questo titolo infatti è proprio CR7, forte anche delle sue medie stellari (come ad esempio i 311 gol in 292 partite di campionato con il Real Madrid), del titolo di capocannoniere della Premier a 22 anni, dei suoi 3 titoli di Pichichi nella Liga spagnola, dei 7 titoli come miglior marcatore della Champions League e dell’avvio super nel campionato italiano. C’è da ricordare che ha 33 anni ed è nuovo alla Serie A: ma il processo di adattamento sta andando a gonfie vele, come Cristiano dimostra ogni volta che scende in campo (suoi anche 5 assist) e più gioca più migliora. Senza contare che sono addirittura 72 i tiri che Ronaldo ha tentato in questa stagione: di questi, 31 sono finiti nello specchio, il che significa che ogni 4,42 tiri il fenomeno portoghese segna. Numeri da capogiro che, se ovviamente non possono essere una certezza sul raggiungimento della vetta oggi, piazzano comunque una seria ipoteca.
E chissà che l’accelerata che Ronaldo ha dato in campionato possa essere di buon auspicio e, perché no, anche propedeutica per la Champions League. In Europa l’asso portoghese non ha ancora avuto modo di festeggiare un gol con indosso la maglia bianconera, ma non è detto che non succeda presto. Magari già mercoledì sera allo Stadium contro il “suo” Manchester United: un gol che avrebbe un significato davvero speciale.

«Quando si è in tanti a essere bravi sui calci piazzati bisogna mettersi un po’ d’accordo in campo. E’ successo anche a me quando giocavo con Seedorf, Ronaldinho, Beckham. I problemi sono più per i portieri avversari che non sanno mai che punizione aspettarsi». Parola di Andrea Pirlo, che del genere è uno dei massimi esperti (20 reti dal 2004-05), molto più che un professore di Harvard. La Juventus ha tre specialisti mondiali delle punizioni (Cristiano Ronaldo, Dybala e Pjanic sono ai primi posti delle classifiche degli ultimi anni assieme a Messi): eppure da fermo non ha ancora segnato un gol. Ecco perché Massimiliano Allegri, che a partire dal Cagliari vuole invertire la rotta sulle palle inattive («Se creaiamo di più e facciamo meno gol rispetto allo scorso anno è perché abbiamo un deficit nelle situazioni da fermo»), ha deciso di cambiare strategia e spartire le punizioni, finora quasi sembre cannibalizzate da CR7. Il “Conte Max” non avrà bisogno di attaccare alle pareti dello spogliatoio un campetto con la divisione delle mattonelle, un po’ come succede per le mansioni sui calci piazzati a sfavore, ma la suddivisione sarà chiarissisma: «Da lontano – ha spiegato Allegri – è più facile che tiri Ronaldo; da vicino Dybala e Pjanic sono più pericolosi. Le divisioni sono ben precise. Cristiano è un ragazzo intelligente e sa che Pjanic e Dybala tirano bene e abbiamo deciso che quando le punizioni sono vicine le tirano loro. Poi magari tirerà qualche volta anche lui, dipende, ma bisogna sfruttare tutti i calcianti che abbiamo e ne abbiamo tanti». Se il cinque volte pallone d’oro si concentrerà su quelle dalla lunga distanza, il numero dieci argentino e il regista bosniaco torneranno alle vecchie abitudini: il primo (9 gol in carriera, dati Opta) è un mancino naturale e tirerà da destra; mentre il secondo (15 reti), che è di piede opposto, si concentrerà su quelle da sinistra.

Il coretto, simpatico: «Che ci frega di Ronaldo noi abbiamo Padoin. Padoin. Padoin».  E’ sgorgato spontaneo più volte dalla curva bianconera, allo Stadium. Quantomeno fino alla primavera 2016, quando cioè il centrocampista – dopo quattro stagioni e mezzo di Juventus (e cinque scudetti vinti; più due Coppe Italia e 3 Supercoppe Italiane) – è stato ceduto.
Quel coro da un lato stava a significare la sincera ammirazione per un giocatore che, pur non essendo esattamente un fenomeno di tecnica, aveva comunque conquistato i tifosi per la sua devozione alla causa, per la sua duttilità, per il suo spirito di sacrificio. «Tuttofare Padoin», lo aveva soprannominato Gigi Buffon. Mentre Antonio Conte (che Padoin aveva già avuto modo di allenare a Bergamo nel 2009-10) si era speso personalmente con la società per poter avere a disposizione un “jolly da battaglia”. E dall’altro lato, quel coro, stava anche a sottintendere la pacifica rassegnazione di chi considerava decisamente inimmaginabile la possibilità che un campione (il giocatore più forte del mondo) come Cristiano Ronaldo, potesse vestire la maglia bianconera.

Ebbene, verosimilmente (come è accaduto dal 2016 in poi ogni qualvolta Padoin è tornato a Torino con il suo Cagliari) anche stasera il coro dagli spalti sgorgherà spontaneo e darà adito a diversi spunti di riflessione. Visto che, appunto, Padoin starà dall’altra parte della barricata, mentre in campo, a disposizione di Allegri, ci sarà Cristiano Ronaldo.
Ricordiamo, per la cronaca, che nel gennaio 2012 l’allora atalantino passò alla Juventus per 5 milioni di euro, in una campagna acquisti che – considerando appunto anche la finestra invernale – era costata 76 milioni di euro, per i nuovi giocatori (escludiamo dal conteggio gli elementi già in organico, che sono stati riscattati: ad esempio Quagliarella, Pepe). Era costata, cioè, meno del solo Ronaldo (105 milioni) punta di diamante di investimenti per rafforzare la rosa arrivati in estate ad un totale di 258 milioni.

Decisamente un altro pianeta, insomma, rispetto agli inizi di quel ciclo vincente. Un “gregario” (considerando il termine con tutta la nobiltà che possiede in ambito ciclistico) alla Padoin non sarebbe contemplabile, in questa nuova Juventus che smaccatamente punta alla Champions. Ma, statistiche alla mano, è anche grazie al “Simone tuttofare” se il club ha trovato una nuova dimensione. Anche di questo, lo Stadium, renderà atto al rossoblù.

Tra un anno passerà. In realtà tra due mesi. Ma il 2018 della Juve è già da fuochi d’artificio. In campionato i bianconeri viaggiano come nessun altro in Europa. Prima della 30ª partita dell’anno solare – stasera con il Cagliari – quattro pareggi, un’unica sconfitta e poi solo vittorie. Significa 76 punti raccolti sugli 87 disponibili, ritmi che nemmeno Psg, Barcellona, Manchester City e Bayern Monaco. La crème del Continente, quella che ancora una volta contenderà la Champions ad Allegri e i suoi, non tiene il passo nei tornei di casa. Né in Francia né in Spagna, Inghilterra e Germania. La Juve è padrona di Serie A, come era facile intuire dai sette scudetti consecutivi e dall’inizio dell’attuale campionato: il dato però, a guardarlo così, impressiona comunque.

CAMMINO. L’1-1 del Genoa allo Stadium ha rotto la serie vincente di inizio stagione, quella che sembrava dover portare la Juve ai record di sempre, sia iniziali che totali. Ma ciò non toglie che oggi Maran si troverà davanti una squadra che non perde da 18 partite. Eccola lì, allora, quell’unica macchia: il colpo di testa di Koulibaly con cui ad aprile il Napoli ha portato via i tre punti da Torino. Poi i pareggi ottenuti da Spal, Crotone, Roma – tutte a casa loro – e appunto il Genoa un paio di settimane fa. Per il resto 24 successi che portano la squadra di Allegri a numeri imbarazzanti. Ora, prima della sosta per le Nazionali, si continua con Cagliari e Milan, e i messaggi del tecnico bianconero sono chiari sulle intenzioni. Rispecchiano la linea dettata dal presidente Agnelli a partire dai bambini dei Pulcini: alla Juve si deve vincere.

PRIMATI. Quando è così i traguardi vengono tagliati praticamente a giorni alterni. Tanto è vero che se la Juve batte il Cagliari arriva al suo massimo dopo 11 partite di campionato: 31 punti, uno in più del 2005-2006, quando c’era Capello al posto di Max. E c’era sempre Capello, ma alla Roma, quando la prima in classifica aveva distanziato di 6 punti le inseguitrici in sole 10 giornate. Era il 2000 e i giallorossi si avviavano al loro terzo scudetto. Allegri ha fatto lo stesso oggi, nel suo quinto avvio bianconero. Carrellate di gol, esultanze, soddisfazioni, vittorie e trofei. Perché in mezzo all’anno in questione ci sono anche il settimo tricolore e la quarta Coppa Italia delle serie in corso. Non si può dire, quindi, che in casa bianconera i protagonisti non riescano a tenere alta la concentrazione.

CHIUSURA. Verso Capodanno arriva probabilmente la parte più difficile. Perché a questo punto la sfida è quella di mantenere la pazzesca media del 2018. In campionato sta per arrivare la fase da tenere sott’occhio, quella che nei giorni del sorteggio era stata indicata come complicata. Dal primo dicembre, dopo la Spal, i bianconeri dovranno vedersela con la Fiorentina in trasferta, con l’Inter, con il Torino nel derby, con la Roma, con l’Atalanta a Bergamo e infine con la Samp, chiusura di girone di andata e di anno solare. O forse di anno spaziale. Una macchina, la Juve. Era già quasi perfetta, poi è stato aggiunto anche Cristiano Ronaldo. L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Il 2018 è pieno di soddisfazioni bianconere, quasi da veglione anticipato. Ma così non è lo stile Juve. Si pensa alla partita da giocare. Oggi c’è il Cagliari, vincere significherebbe mantenere la media migliore d’Europa. E vincere, infatti, qui è l’unica cosa che conta.

Cagliari, Manchester, Milan. Non c’è di che annoiarsi prima dell’ultima sosta dell’anno per le Nazionali. Allegri naturalmente vuole che la sua Juve mantenga i giri alti ovunque, anche se ripete ancora una volta che campionato e Champions sono due cose differenti. E se una squadra va ai ritmi dei bianconeri, le analisi sono sempre ampie, comprendono il momento generale, non si limitano certo alla sola partita da giocare. Per esempio, ancor prima del Cagliari, l’Europa catalizza sempre le attenzioni: la Juve è indicata come favorita principale fin dall’inizio, con i bookies internazionali che la quotano bassa al pari del City di Guardiola. Allegri invece ha una sua teoria: «L’anno scorso, anche se era a 20 punti dal Barcellona, dissi che il Real era la favorita per la Champions, poi ho avuto fortuna… O sfortuna perché ha fatto fuori noi. Quest’anno la candidata a vincere è il Barcellona. Sono realista, non scaramantico. Perché il Barcellona? Basta vedere le partite e non guardarle…».

PADRONANZA. E’ cresciuto tanto, Allegri. Ormai domina anche la comunicazione con saggezza e simpatia, dote innata. «Non mi sento privilegiato, mi sento fortunato ad allenare in una delle società più importanti d’Europa, con una squadra che può ambire a vincere la Champions. Ma non è scontato. La Juve è tra le prime quattro candidate, però ci vorranno calma e un po’ di fortuna. Ossessione no, con due finali e due eliminazioni particolari abbiamo già avuto ottimi risultati. Lavoriamo per questo obiettivo che non siamo riusciti a raggiungere ma… Possiamo parlare del Cagliari?» Sì. Perché questa Serie A dimostra di poter raccontare storie importanti, con Inter e Napoli che inseguono fiduciose: «Ai miei – chiarisce Allegri – chiedo di vincere la partita, cosa che non sarà semplice. Quest’anno, per tutti, giocare contro la Juve vale di più, perché un risultato positivo rappresenta un traguardo importante, da ricordare. Noi dobbiamo avere grande rispetto dell’avversario, non possiamo permetterci di lasciare punti per strada perché Inter e Napoli sono lì, non possiamo sbagliare e mettere a rischio questo campionato. Il Cagliari corre più di tutti, ha tecnica, velocità e un attaccante come Pavoletti che è tra i più forti in area e nel gioco aereo».

DIFETTI. Stimoli? Difficile trovarne dopo percorsi molto lunghi senza cadute. Il tecnico bianconero sa come fare: «Ti devi porre degli obiettivi. Per esempio noi quest’anno abbiamo una percentuale realizzativa minore rispetto a ciò che produciamo. Significa che come fatto nella scorsa stagione dobbiamo ritrovare precisione. E poi ci servono i gol di difensori e centrocampisti, magari su palla inattiva, perché finora non abbiamo fatto un gol sui calci da fermo, a parte uno spizzato da Ronaldo su cui poi ha segnato Bonucci. Su questo bisogna migliorare. Stiamo andando forte ma dietro non mollano, ci servono più gol. E i 7 incassati in proiezione possono superare i 30, quota superata la quale lo scudetto non si vince».

SINGOLI. Infine il solito focus sui giocatori. Non per forza della Juve. «Pogba? Mercoledì dobbiamo affrontarlo, sarebbe meglio non venisse… Scherzi a parte è un grande giocatore, con margini ancora enormi. Bernardeschi? Ci vuole equilibrio. All’inizio sembrava diventato un fenomeno, poi è tornato dalla Nazionale con un problema muscolare e lo abbiamo trascinato un po’. Ora è fermo, ma è giovane e ha già fatto un salto in avanti pazzesco per merito suo. Prima di trovare la giusta maturità ci vuole un po’ di tempo. Vale per lui, per Rugani e per i tanti giovani che ci sono in Italia, dove ci facciamo prendere troppo dall’entusiasmo, come quando il ragazzino di vent’anni anni vede la prima fidanzatina… Ci vuole calma». Di questa generazione fanno parte anche Perin e Barella: «Perin è un grande portiere, ha prospettive di diventare il domani della Juventus. Barella mi piace, potrà far parte del futuro della Nazionale».

Per il resto qualche piccolo dubbio riguardo il terzo di centrocampo, ma Bentancur non dovrebbe temere la rincorsa di Cuadrado. E’ stato lo stesso Allegri a lanciare l’opzione del colombiano interno di metà campo, ma la soluzione non sembra rientrare appieno nei piani di turn over del tecnico.

GIRO DI FASCIA. Con Chiellini fuori, intanto, scatta di nuovo la caccia alla fascia di capitano. E Dybala c’entra anche in questo caso, perché a Empoli è stato lui – per la prima volta da quando è alla Juve – a prendersi i gradi. Verosimilmente stasera toccherà a Bonucci, già promosso in occasione della sfida con il Genoa. In corsa c’è stato anche Ronaldo, ma probabilmente alla Juve pensano sia meglio non affrettare i tempi in un percorso che potrebbe trovare la sua naturale conclusione più avanti, tra la fine di questa stagione e la prossima.

ASSENTE. Fuori per un problema muscolare c’è Bernardeschi. Di cui Allegri ha detto un gran bene, richiamando tutti però all’equilibrio nell’esaltare e poi mettere in ombra un ragazzo di ventiquattro anni che ha già fatto progressi enormi e ha solo un anno e poco più di Juve alle spalle.
«Il calcio per me è passione – ha detto Bernardeschi ai microfoni di Sky – quindi sono veramente fortunato perché riuscire a fare della propria passione il lavoro della vita è qualcosa di molto particolare. La Juventus è una società meravigliosa, è uno stile, la sua mentalità è la sua fortuna. Credo che un giocatore alla Juve ntus diventi qualcosa di speciale».
Gli ultimi progressi del mancino arrivato dalla Fiorentina sono arrivati con la possibilità di ricoprire più ruoli in campo: «Nel calcio moderno – commenta Bernardeschi – un calciatore deve saper fare un po’ tutto, perché questo sport è cambiato, c’è più dinamicità ed è una cosa che in campo vedi e la senti. Quando un giocatore ha la fortuna di saper ricoprire più ruoli credo diventi importante, perché dà soluzioni in più all’allenatore, alla squadra e ai compagni».
Infine CR7: «Cristiano è il numero uno, si rappresenta da solo. Nessun imbarazzo con lui, perché nonostante tutto ciò che ha vinto ha mantenuto un’integrità pazzesca. E’ un esempio».

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