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Emergenza gelo, dramma invisibile dei più piccoli

C’ era una volta l’Italia delle mamme chioccia, quelle che tiravano su i loro bambini a coccole e premure, ipercoperti che il raffreddore è sempre in agguato, ipernutriti che sennò non diventi grande, ipercontrollati che mica vorrai sbucciarti un ginocchio. C’era una volta ma adesso non c’è più, e non soltanto perché i modelli delle madri italiche un po’ canzonati dalle più disinvolte genitrici europee si sono evoluti: è che il nostro Paese non sembra più capace di prendersi cura dei piccoli.

Un allarme lanciato dall’organizzazione Save the Children, che all’alba del 2018 dipinge un quadro da brividi: il 14,8 per cento delle famiglie con bambini non ha la possibilità di riscaldare adeguatamente la propria abitazione, il 20,3 per cento dei minori vive in case fradice di umidità, con la muffa alle pareti, i soffitti gocciolanti e gli infissi rotti, il 70 per cento delle esecuzioni di sfratto – aumentate dell’8 per cento nell’ultimo anno – riguardano famiglie con minori. «Abbiamo voluto questo approfondimento basato su dati ufficiali Istat ed Eurostat», ci spiega Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia Europa di Save the Children, «perché con il nostro lavoro sul campo, una rete di centri e servizi nelle zone periferiche delle grandi città, dallo Zen 2 di Palermo a Quarto Oggiaro a Milano, ci imbattiamo sempre più spesso in situazioni di gravissima emergenza abitativa, che colpiscono soprattutto le famiglie con bambini». Precisamente l’11,2 per cento delle famiglie con figli, sintetizza infatti lo studio di Save the Children, dato preoccupante eppure sottostimato, visto che tiene conto solo dei nuclei con minori
che hanno una residenza e non di chi abita, per esempio, in rifugi di fortuna.

«Sembra impossibile», continua la Milano, «ma il fatto di non potersi pagare le utenze di riscaldamento o luce, o di abitare in un appartamento che non è dotato di un impianto di riscaldamento, sono condizioni di estrema precarietà abitativa che affliggono moltissimi minori nel nostro Paese». È una delle facce di un problema più ampio, quello della povertà assoluta, che in dodici mesi è aumentata del 14 per cento, entrando nella quotidianità di 1.292.000 minori, il 12,5 per cento del totale, dei quali oltre un terzo ha meno di 6 anni. «Secondo l’Istat», precisa la Milano, «la povertà assoluta è l’impossibilità di poter accedere a un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. E la cosa che più ci ha colpito è che guardando agli anni della crisi, diciamo dal 2008 a oggi, sono le famiglie con bambini quelle che hanno subito il maggior livello di impoverimento. E dunque i più piccoli».

Al sud soprattutto, dove la povertà è cronica e a soffrire è il 13,7 dei minori, ma in misura crescente anche al nord, dove la crisi ha creato sacche di difficoltà importanti che riguardano l’11,6 per cento dei bambini. I bambini poveri appartengono soprattutto a famiglie numerose, perché il disagio cresce al crescere del numero dei figli, e non riguarda solo i disoccupati ma anche i cosiddetti working poor, letteralmente lavoratori poveri, perché anche se hanno un impiego guadagnano talmente poco da non potersi permettere un tenore di vita accettabile. «Quella della povertà estrema dei minori è un’emergenza reale del nostro Paese», commenta la Milani, «seppur quasi sconosciuta perché spesso silenziosa. E riguarda anche famiglie che fino a pochi
anni fa non avrebbero pensato di potersi trovare in condizioni del genere. Ma basta poco, la perdita del lavoro o della casa, e la vita cambia in modo inaspettato».

Cambia velocemente e non concede tanto tempo per correre ai ripari perché la povertà dei bambini è diversa da quella degli adulti. «La mancanza di cure mediche e di prevenzione, la dispersione scolastica, anche la semplice impossibilità di pagare la mensa scolastica non producono solo difficoltà nell’immediato, ma anche conseguenze di lunghissima durata che si vedranno poi nella vita adulta di questi piccoli sfortunati».

Per questo Save the Children chiede che il 2018 sia anno decisivo nel contrasto a quest’ingiustizia, cominciando con le armi che già abbiamo. «C’è un decreto legge – il 14/2017 – che dà ai sindaci la possibilità di derogare al divieto di iscrizione anagrafica per chi vive in strutture abusive, qualora si tratti di nuclei familiari dove sono presenti
dei minorenni, a tutela delle condizioni igienico-sanitarie, che chiediamo di applicare». Di fatto si tratterebbe del riconoscimento di una residenza ai soli fini anagrafici, che non implicherebbe l’accettazione dell’occupazione, ma consentirebbe a queste famiglie di poter allacciare le utenze del gas e della luce e anche di poter presentare la domanda per beneficiare di uno strumento importante contro la povertà socio-economica, il reddito d’inclusione.

Ma non può bastare. «Chiediamo anche un piano di contrasto alla povertà minorile che affronti pure il problema delle abitazioni: con contributi per l’affitto, parametri adeguati per entrare nelle graduatorie di edilizia popolare pubblica, supportando la rete dei servizi sociali che potrebbero anche intervenire sulle spese per le bollette, per esempio. Insomma, vogliamo che si mettano in campo definitivamente tutti gli strumenti perché nessun bambino si trovi a vivere in situazioni come quelle denunciate dal nostro studio». Non è una spesa a perdere, ma un investimento. «Se una parte così consistente dei propri bambini vive un’infanzia di disagio estremo, sarà il futuro del Paese a pagare il conto».

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