Finisce la libertà dell’ultimo padrino di Newyork

alla fine, come spesso accade, il grande criminale, che grande lo è diventato anche sfuggendo per decenni alla giustizia, scivola sulla classica buccia di banana e va in carcere per un reato minore, la “bravata” di chi ormai si considera intoccabile e, giunto a una certa età, compie il peccato di presunzione e abbassa di un niente la guardia. Un niente che gli costa tutto.
Così finisce la libera circolazione di Vincent Asaro detto Vinny, 82 anni, storico boss della mafia newyorchese, capoclan dei Bonanno, già ispiratore dei film di Scorsese, gran corruttore di giudici e sterminatore implacabile di avversari e gente riluttante a versargli il pizzo. Stavolta non ha retto all’affronto di un malcapitato che gli ha tagliato la strada in macchina, cinque anni fa, nel suo quartiere, il Queens, senza neppure scusarsi.

Asaro lo ha inseguito, ha preso il numero di targa, è risalito al proprietario, ha incaricato due suoi uomini di rintracciare l’auto e di darle fuoco. Per un uomo coi suoi trascorsi, una reazione perfino contenuta e a suo modo tranquilla. Però altamente plateale e inutilmente rischiosa, anche perché Asaro l’incarico punitivo non lo affida a due uomini qualsiasi, ma al nipote di John Gotti, lo storico capo dei Gambino, e a Matthew Rullan, altro mafioso di lungo corso.

La giudice Allyne Ross, che da anni tiene d’occhio il boss e non aspetta altro che un passo falso per incastrarlo, prende nota e indaga con pazienza, lontano dai riflettori, un tassellino alla volta. E finalmente riesce là dove i colleghi avevano sempre fallito o scelto di fallire, per paura o per soldi. Porta alla sbarra Asaro, lo processa e lo inchioda. Il boss quasi non crede ai suoi occhi e ai suoi orecchi e poco prima della sentenza rivolge alla sua accusatrice un appello che fa quasi tenerezza: «Ho fatto una cosa stupida, mi dispiace terribilmente, stavo tornando a casa, la situazione mi è sfuggita di mano».

Per tutta risposta la condanna raggiunge i 96 mesi di reclusione (pari a otto anni) e i 21 mila dollari di danno per l’auto data alle fiamme. Un verdetto che Asaro ascolta e accoglie impassibile, a testa alta, mascella volitiva, sguardo fiero, sibilando solo le poche, seguenti parole: «Non mi importa di quel che succederà». Di certo non vorremmo essere nei panni della sua avvocatessa, Elizabeth Macedonio, che ha parlato di «vendetta giudiziaria». E per certi versi, guardando al fatto in sé, gli otto anni inflitti potrebbero sembrare esagerati.

La memoria, però, corre alle clamorose assoluzioni inanellate in passato da questo boss che di sconti, nella sua vita, ne ha sempre fatti ben pochi a chi gli si è parato davanti. A partire da Paul Katz, che nel lontano 1969 fu strangolato con la catena del cane da guardia, reo di aver rivelato alla polizia l’indirizzo di un capannone pieno di merce rubata dai Bonanno. Secondo l’Fbi, a farlo fuori fu lo stesso Asaro, ma il boss uscì dalla vicenda giudiziaria immacolato. Proprio come in molti altri casi, compresa la famosa rapina al cargo Lufthansa dell’aeroporto
JFK nel 1978, immortalata dal regista Martin Scorsese nel film Goodfellas. A indagare su quei fatti fu la stessa giudice che oggi ha mandato dietro le sbarre il capoclan mafioso e che non ha mai digerito quella sconfitta in aula: «I giurati ci hanno dato torto, ma noi dell’accusa avevamo raccolto prove più che sufficienti», ha sempre detto senza timori.

Oggi è riuscita a inguaiare il nemico giurato di tutta una vita e può cantare vittoria. Asaro potrebbe davvero finire i suoi giorni in cella e con lui tramonta una carriera di crimini violenti che hanno segnato e insanguinato un’intera epoca. Proprio come ha detto la stessa procuratrice federale Bridget Rohde: «La condanna odierna ritiene Asaro responsabile non solo di aver fatto uso del suo potere di membro di un’associazione criminale per vendicare una presunta mancanza di rispetto ricevuta da un automobilista, ma per una vita intera di attività violente».

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