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Tutto o niente, guerra o pace, bianco o nero. Ok, sarebbe meglio giallorosso. Eusebio Di Francesco si gioca la Roma seguendo l’indole e non la ragion di stato: se davvero escluderà Schick, come è sembrato di capire, manderà in panchina contemporaneamente i 42 milioni del centravanti che non c’è, i 25 di Pastore, i 15 abbondanti di Karsdorp. Paradossalmente, si tratta delle principali scommesse di Monchi che ieri ha definito «il suo primo referente». Ma contro il Genoa conta solo il risultato di tappa. E Di Francesco prova a vincere con i calciatori che garantiscano le migliori condizioni, sia atletiche che mentali.

SENZA PAURA. E’ una svolta gestionale e pure tattica, perché se le indiscrezioni delle ultime ore saranno confermate Di Francesco affronterà il Genoa con la difesa a tre. L’aveva utilizzata lo scorso anno per sorprendere il Barcellona all’Olimpico, gli era servita meno a San Siro contro il Milan. «Da allora – racconta sarcastico – sono in discussione. Nel nostro lavoro è così che va, quando i risultati non arrivano». Ma siccome questo, per usare le sue parole, dev’essere «un nuovo inizio», Di Francesco non può permettersi di aspettare nessuno. Oltre a Schick che l’ha deluso profondamente nelle sei partite di fila – diciamo cinque, perché la prima volta ha segnato – Di Francesco è orientato a cambiare altri 4 uomini rispetto alla figuraccia di Plzen: fuori anche Mirante, Santon, Marcano e Pastore. E’ il solito turnover, la solita regola del cinque, ma con presupposti molto più incisivi sull’anima della squadra. Ed è significativa anche la rinuncia a Luca Pellegrini, colpevole mercoledì di un’assurda espulsione e di una reazione scomposta: non è stato convocato dopo due giorni di “influenza”, come ha comunicato la società. Certi comportamenti indisciplinati non possono più essere tollerati.

Ecco una breve lista che potrebbe risultare utile ai fini delle ricerche:

  1. Portogallo con Rádio e Televisão de Portugal;
  2. Svizzera con Schweizer Radio und Fernsehen;
  3. Turchia con Turkish Radio and Television Corporation;
  4. Serbia con Radio-televizija Srbije;
  5. Paesi Bassi con Sanoma Media Netherlands;
  6. Paraguay con Sistema Nacional De Television;
  7. Slovacchia con Slovenská Televízia;
  8. Suriname con Surinaamse Televisie Stichting;
  9. Repubblica Ceca con Ceská Televize;
  10. Svezia con Modern Times Group.

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IL CAPITANO. In questo quadro di tensioni e di incertezza, il ritorno di Daniele De Rossi è una vera benedizione. Di Francesco si porta in panchina un capitano non giocatore, ma sempre un capitano, che può trasmettere la giusta carica ai compagni nella serata delle scelte dirimenti. De Rossi giocherà probabilmente con la Juve, se il ginocchio gli darà risposte incoraggianti, ma la sua sola presenza è un segnale di solidarietà verso l’allenatore. De Rossi si era speso per Di Francesco nel momento di maggiore difficoltà, a settembre dopo la pessima partita di Bologna, sia in pubblico che in privato, sia in campo che fuori. Ed è disposto a farlo ancora, perché è il primo a riconoscere che non tutte le deviazioni dal percorso sono state generate da errori del pilota.

BLOCCO. De Rossi, Totti, Monchi, Massara. C’è una corrente di pensiero molto forte che sostiene Di Francesco, a prescindere dalle decisioni che verranno prese a Boston la prossima settimana. Di Francesco, che ha chiesto alla squadra più grinta e coraggio, è sicuro di poter riprendere per il bavero la stagione quando riavrà a disposizione i giocatori migliori, con il necessario bonus del mercato di gennaio che lo aiuterebbe a migliorare la rosa. Non si sente all’ultima tappa del percorso: ha studiato meticolosamente il Genoa e le novità fresche introdotte da Prandelli, cercando il modo migliore per disinnescare Piatek e (soprattutto) Kouamé. Anche da qui nasce il proposito di schierare tre difensori centrali, in una Roma che ha dimostrato deficit di equilibrio: non a caso a Plzen aveva lasciato a riposo sia Fazio che Juan Jesus.

È un moto che viene da dentro. «Non sono solo l’allenatore della Roma, sono anche DiFra». Si definisce un amico, un fratello, un compagno Eusebio Di Francesco alla vigilia della partita che può deciderne il destino professionale: se vince è salvo, almeno per un po’, altrimenti con ogni probabilità sarà esonerato lunedì a Boston, durante il meeting tra Monchi e Pallotta. E allora la conferenza a Trigoria diventa un insieme di puntualizzazioni, per chiarire senza mediazioni il suo modo di pensare davanti alla gente: «Chi è tifoso vero ci sosterrà contro il Genoa. Con me lo ha fatto anche in privato, perché tutti sanno cosa rappresenti per la Roma e cosa la Roma rappresenti per me. Nessuno può essere soddisfatto di come stiano andando le cose ma io sono abituato ad affrontare le cose e a non scappare. Io voglio e devo dare ancora tanto a questa squadra».

Il messaggio indirizzato alla società è evidente: qualunque cosa accada stasera, non si dimetterà. Dovrà essere la Roma in caso a mandarlo via. Da lontano, negli Stati Uniti: «Il fatto che Pallotta sia lontano non è una novità di questi giorni difficili. Bisognerebbe parlarne anche quando le cose vanno bene. La società è strutturata così e io ho i miei referenti, in primis Monchi». Anche l’ultima precisazione non è casuale: Di Francesco sa che il suo scudo è Monchi. Non fosse stato per la tenacia del direttore sportivo, Pallotta (e non solo) gli avrebbe già indicato l’uscita.

Nel discorso chiama a raccolta i giocatori della Roma. Anche quelli che lo hanno deluso a Plzen: «Io non intendo puntare il dito contro nessuno. Quando qualcuno sbaglia lo dico solo per analizzare gli errori con voi e per aiutare i ragazzi a crescere. Ma il responsabile principale delle difficoltà della squadra è sempre l’allenatore». Meglio quindi andare oltre agli errori di atteggiamento che si sono visti mercoledì sera: «C’è la carica giusta per cancellare la brutta partita di Champions. Io non credo che i giocatori non mi seguano. A volte capita di non riuscire a esprimere il massimo. Vale per tutti i lavori». Per giovani e meno giovani. E qui scatta un’altra precisazione: «Non ho mai detto che se non vinciamo la colpa è dei giovani. Mai. A Cagliari prendiamo il 2-2 con una difesa che non è composta da ragazzini. Ma i giovani vanno inseriti con i tempi giusti. Ogni Paese ha la propria cultura e le proprie abitudini: noi stiamo facendo dei passi in avanti in questo senso ma non siamo l’Ajax, che alleva i giovani e li lancia».

Il Genoa è un refolo denso di odori domestici. Nicolò Zaniolo dovrà comprimerli dentro di sé. Non è il momento di essere romantici, di pensare all’infanzia e ai nonni paterni, di ricordare ciò che poteva essere e non è stato, perché la professione che ha scelto gli consegna una grande responsabilità: salvare la Roma di Eusebio Di Francesco, allenatore a cui deve moltissimo.
BAMBINO. Ha mosso i primi passi proprio nel Genoa, al campo di Bolzaneto, pochi chilometri a sud dal Ponte Morandi e ancora meno strada rispetto a dove spesso passava le giornate, la casa dei genitori di Igor, cioè suo padre, genovese che inseguiva i gol in provincia. Igor era un centravanti di lotta, all’inglese» che ha giocato in Serie B, Nicolò lo ha già superato in pochi mesi alla Roma assaggiando la Champions League. Dal Genoa si è separato presto, correndo dietro al sogno Fiorentina, ma di quell’esperienza imberbe gli restano i ricordi palpitanti, le partite viste al Luigi Ferraris con De Rossi già leader della Roma, i panini mangiati al volo tra la scuola delle suore e il campo di allenamento.

Senza Schick, che probabilmente partirà dalla panchina, Zaniolo potrà dare la caccia al primo gol in Serie A ma anche innescare la velocità di Ünder e Kluivert, gli altri componenti dell’attacco baby che ha preso forma negli ultimi test a Trigoria. L’anziano del terzetto è Ünder, che ha 21 anni. Ma sull’argomento ieri Di Francesco è stato abbastanza chiaro: chi è giovane e bravo, chi entra in campo con l’atteggiamento giusto merita di giocare a prescindere dalla carta d’identità.

FINE EMERGENZA. Sarebbe una bocciatura per Schick, che nelle ultime settimane è sembrato molto a disagio, ma anche per Pastore, che a Plzen ha confermato di essere ancora lontano dalla migliore condizione. Se non altro però dovrebbe essere l’ultima partita di emergenze. Lo stesso Perotti si è allenato bene negli ultimi giorni e stasera potrebbe garantire una mezz’ora finale di discreto livello. E contro la Juventus dovrebbe rientrare Dzeko, almeno part-time, come rinforzo dell’attacco. Con lui e De Rossi sarà un’altra Roma.

RISONANZA OK. Buone notizie anche da Lorenzo Pellegrini: ieri ha fatto una risonanza di controllo che ha dato esiti confortanti. La lesione con ricaduta si è rimarginata. Ora comincia il percorso di riatletizzazione, che potrebbe permettergli di essere disponibile per la partita del 26 dicembre contro i vecchi amici del Sassuolo. Con lui dovrebbe rientrare anche El Shaarawy.

Roma sa essere madre affettuosa e al tempo stesso sposa passionale. Roma è un “Amor” letto al contrario che ti resta dentro per sempre, anche se l’hai vissuta di sfuggita. Cesare Prandelli non troverà mai il suo nome su un tabellino negli almanacchi giallorossi, non ricorderà mai un gol sotto la Sud della sua squadra. Eppure il nuovo allenatore del Genoa (con un nome da imperatore, all’anagrafe, come “Cesare Claudio” Prandelli) ha ancora gli occhi lucidi quando ripesa a quei 58 giorni nella Capitale. «Due mesi indimenticabili». Dentro queste parole, pronunciate alla vigilia di Roma-Genoa, c’è il ricordo di un periodo sospeso tra la voglia di cogliere un’occasione di crescita professionale e il dramma per la scoperta della malattia di sua moglie Manuela, deceduta tre anni dopo. Andò via da Roma in punta di piedi. E mise da parte il lavoro per dedicare anima e cuore agli affetti più cari.

 Arrivato il 2 giugno del 2004 dopo gli exploit di Verona e Parma (riportò l’Hellas in A e gli emiliani per due volte in Europa) e con un passato da grande calciatore, il mondo del pallone aveva imparato ad apprezzare Prandelli anche per le sue doti da stratega in panchina. La chiamata dei Sensi arrivava dunque al momento giusto. Le sue dimissioni – su cui pesò anche un rapporto complicato con Cassano che poi sarebbe diventato la stella della sua Nazionale a Euro 2012 – furono il principio di una delle peggiori stagioni della storia recente romanista. Dopo di lui arrivarono altri 4 allenatori (Voeller, Sella, Delneri e Conti) e la Roma si salvò alla penultima giornata. «Mi stupisce il clamore che ho suscitato facendo una cosa normale che chiunque avrebbe fatto. Evidentemente la normalità spaventa nel mondo del calcio» disse qualche mese dopo l’addio. Quando decise di fermarsi era il 26 agosto. Solo Roma l’ha compreso e ha capito davvero che prima del tecnico contava l’uomo. La sua partenza seguiva il “tradimento” di Fabio Capello, passato sulla panchina della Juventus qualche settimana prima dopo aver promesso fedeltà ai colori giallorossi. Ma fu accolta con rispetto e vissuta dall’ambiente con tutt’altro spirito. Cesare salutò tra gli applausi, prima di iniziare un ciclo meraviglioso a Firenze che poi l’ha condotto sulla panchina degli azzurri nel 2010.

Ieri in conferenza ha ricordato il suo periodo nella Capitale: «Il mio periodo a Roma è stato intenso e caloroso per quanto sia durato un paio di mesi». Oggi tornerà all’Olimpico, che alla fine non è mai stato realmente suo, ma che ha sempre avuto un posto speciale nel cuore. «Sarei potuto tornare – ha detto qualche settimana fa – ma nei giorni in cui la Roma mi cercò avevo già preso la parola con la Federcalcio». Avrebbe detto “no” alla Nazionale per riabbracciare la Città Eterna, ma Prandelli è uomo d’altri tempi, è signore della parola. E lo è al punto da esserla presa parecchio con Lotito per quella stretta di mano nell’estate del 2016 (fu a un passo dalla Lazio) a cui poi non ha fatto seguito un vero contratto. Ma questa è un’altra storia…

Corre, lotta, macina palloni e sprizza temperamento da tutti i pori, fino ad esagerare. È calda la pista che porta la Roma sulle tracce di Sekou Sanogo, centrocampista dello Young Boys. Ventinove anni, ivoriano, gioca in terra elvetica dal 2011: Thun, Losanna, e ancora Thun, prima dell’approdo, nel 2014, al club di Berna, che nella scorsa stagione ha vinto il titolo dopo 32 anni e in questa sta uccidendo il campionato. Monchi vorrebbe portarlo via con cinque milioni, magari ci vorrà qualcosa in più. La Roma è vicina alla stretta finale, ma qualche disturbo potrebbe venire dal Monaco. Fuori gioco invece l’Hannover che lo ha cercato con insistenza la scorsa estate. Il via libera è atteso domani, nel corso dell’incontro a Boston fra il diesse e Pallotta.

POSIZIONE. Nel suo club Sanogo è uno dei due centrali di centrocampo. Usa preferibilmente il sinistro, contrasta a manetta e quando deve impostare non di rado ha buone idee. Il suo compito è proteggere e ripartire, ma talvolta riesce a inserirsi e concludere: undici i gol in campionato in 98 presenze con lo Young Boys. Gioca con il fuoco dentro, il che lo rende vulnerabile al cartellino giallo: dodici l’anno passato in 26 partite. Mercoledì scorso ha saltato il match di Champions con la Juventus per squalifica: due turni prima, a Valencia, aveva “gambizzato” un avversario con una plateale entrata a tacchetti spianati. La sua importanza nel club bernese è testimoniata da due adeguamenti contrattuali a distanza di un anno e mezzo (l’accordo attuale scadrà nel 2021). «Abbiamo bisogno del suo fisico, della sua mentalità e della sua determinazione», ha detto Christoph Spycher, diesse dello Young Boys, in occasione dell’ultimo rinnovo. Con l’arrivo a Roma, Sanogo coronerebbe uno dei suoi sogni: «Vorrei giocare in uno dei campionati top europei», disse arrivando in Europa. Aggiungendo: «E vorrei giocare una finale di Champions League». E qui le cose si complicano un pochino.

LE ALTERNATIVE. Sanogo è l’obiettivo più vicino, ma esistono alternative. Uno riguarda Weigl, centrocampista anche lui ma diverso nel profilo rispetto all’ivoriano: 23 anni, tecnica elevata e calcio pulito, gioca nel Borussia Dortmund, anzi giocava, perché quest’anno, con l’arrivo del tecnico Favre, si è trovato ai margini: 3 partite e un gol finora in Bundesliga. Potrebbe costare troppo, così come un altro talento in cerca di rilancio accostato alla Roma, il blaugrana Denis Suarez. In attacco si fa strada l’ipotesi Kouame, talento genoano con cui questa sera bisognerà fare i conti: anche se Preziosi preferirà parlarne a giugno e a cifre considerevoli. Di Francesco gli ha dedicato parole al miele: «È un giocatore molto interessante (caricando il tono sul “molto”), un giovane di grandi prospettive».

Più che un tabù, sembra proprio una maledizione: allo stadio Olimpico, in casa della Roma, il Genoa non ha mai vinto. Dal lontano 1953, anno in cui venne inaugurato rimpianto capitolino, i rossoblù non sono mai riusciti a battere la squadra giallorossa. L’ultimo successo in casa della Roma risale al 17 gennaio 1990, ma quel giorno si giocava allo stadio Flaminio per i lavori di ristrutturazione deU’Olimpico in vista dei Mondiali. Decise una rete di Pato Agui- lera dopo 15’. Da allora, solo 2 pareggi nelle stagioni 91/92 e 93/94 e ben 12 sconfitte, di cui 11 consecutive dal ritorno del Genoa in A nel 2007. Con nessuna big il Grifone ha un ruolino così negativo.

PRANDELLI Per sfatare la male­dizione dell’Olimpico, ci si può aggrappare alla legge dei gran­di numeri (prima o poi arriverà un risultato positivo…) oppure alla voglia di rivincita di quat­tro ex giallorossi: Cesare Pran- delli, Ervin Zukanovic, Nicolas Spolli e Luca Mazzitelli. Il tec­nico di Orzinuovi è stato allena­tore della Roma per pochi mesi: il 25 agosto 2004, dopo l’ami­chevole persa contro il Perugia, Prandelli si dimise per «seri motivi personali». Si parlò di un furibondo litigio con Antonio Cassano a fine partita, ma il ve­ro motivo delle dimissioni fu la volontà del tecnico di stare vici­no alla moglie Manuela, grave­mente malata. Lo stesso Pran­delli ha un bilancio negativo con la Roma: 2 vittorie, 5 pa­reggi e 11 sconfitte. Neppure lui ha mai vinto all’Olimpico da allenatore. Al massimo ci ha pa­reggiato, una volta, il 27 no­vembre 2005: Roma-Fiorenti- na 1-1. Avrà più di un motivo per fare bene contro la sua ex squadra.

ZUKANOVIC Dei tre ex giallo­rossi, il difensore bosniaco è l’unico sicuro di giocare doma­ni sera. Contro la Roma man­cherà Criscito per squalifica. Il suo sostituto naturale è proprio Zukanovic che non gioca da ti­tolare dal 31 ottobre: Milan-Ge- noa 2-1. L’esperienza gialloros­sa del bosniaco durò appena 6 mesi, da gennaio a giugno 2016. Arrivato in prestito dalla Samp, giocò 9 partite di cam­pionato e gli ottavi di ritorno di Champions contro il Reai Ma­drid. A fine stagione passò in prestito all’Atalanta. Da ex gial­lorosso ha un bilancio di parità: una vittoria, un pareggio e una sconfitta di cui fu protagonista sfortunato nella scorsa stagione (2-1), quando al vantaggio di Under seguì il raddoppio grazie a un autogol dello stesso Zukanovic. «La Roma non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori, ma resta una squadra con un potenziale importante e giovani forti come Under», ha detto nei giorni scorsi il bosniaco.

SFOLLI Anche Spolli è passato da Roma solo per pochi mesi: da febbraio a giugno 2015. Arrivato in prestito dal Catania, il difensore argentino ha giocato una sola partita, l’ultima di campionato col Palermo, persa 2-1 dalla Roma in casa. E a fine stagione ha fatto ritorno al Catania. Sarà difficile, però, che domani riesca a prendersi una rivincita: al massimo andrà in panchina, essendo rientrato in gruppo da pochi giorni.

MAZZITELLI Degli ex, Luca Mazzitelli è l’unico nato a Roma e cresciuto nelle giovanili. Ironia della sorte, ha fatto l’esordio in A proprio contro il Genoa a Marassi, il 18 maggio 2014, a 18 anni. Garcia lo mandò in campo a mezzora dalla fine al posto di Ricci. Finora nel Genoa non ha avuto molta fortuna: solo 2 partite da titolare. Domani non ci sarà per infortunio.

Cè un detto giapponese 9 che recita: «Nella vita, ciascuno ogni giorno incontra nove samurai». Ovvero problemi grandi ed affilati. Bene, visto il periodo che sta attraversando la Roma, immaginiamo che Eusebio Di Francesco e il d.s. Monchi s’imbattano ogni giorno – calcisticamente parlando, ovvio – con una cannonata di guerrieri, tutti abbastanza bellicosi.

SANOGO E WEIGL Ma la coppia giallorossa sembra corazzata a sufficienza per provare a superare anche questo momento buio, e così Monchi è concentrato parecchio sul mercato. Sul taccuino, al momento, spiccano due esigenze sicure – un centrocampista e un difensore centrale (Maidana o Nasta- sic?), se Marcano sarà ceduto a gennaio – e una possibile, cioè un attaccante, se Schick fosse ceduto in prestito (con la Sam- pdoria in prima fila). In mediana, però, un arrivo sembra certo, ed in prima fila in questo momento ci sono Sekou Sanogo, 29 anni (Young Boys) e Julian Weigl, 23 anni (Borussia Dortmund). Come si può immaginare, sono due profili abbastanza diversi. Il primo è un centrale ivoriano – all’occor- renza utilizzabile trequartista- forte fisicamente e ormai con buona esperienza (ha militato anche nel Thun e nel Losanna), anche se solo con un paio di presenze nella sua nazionale. Contro la Juventus ha giocato solo all’andata, perché al ritorno era squalificato ed il suo costo si aggira intorno ai 5 milioni. Discorso diverso per Weigl, talentuoso mediano già con 5 apparizioni nella Germania. È assai più giovane di Sanogo, ma al momento paga i non eccellenti rapporti (calcistici) con l’allenatore Lucien Favre, che ha insediato il Borussia Dortmund in testa alla classifica. Il suo valore sul mercato oscilla intorno ai 25 milioni, ma la formula del prestito (anche a 18 mesi) con diritto di riscatto potrebbe andare bene al club tedesco, che si premurerebbe con un rinnovo. In ogni caso, sia Sanogo sia Weigl hanno il contratto in scadenza nel 2021.

VERTICE CON PALLOTTA Di tutto questo, naturalmente, Monchi parlerà con Pallotta già da lunedì, visto che il d.s. – insieme a tutti i dirigenti – è atteso a Boston. La sensazione è che nessuno si aspetta colpi epocali dal prossimo mercato per due motivi: 1) il budget è stato già fissato e non si potranno fare voli pindarici; 2) tutti ritengono che la Roma abbia i mezzi tecnici per riprendersi e arrivare in zona Champions.

SMENTITA CAPELLO Al vertice negli Stati Uniti, però, il piatto forte sarà la questione allenatore. È noto che Di Francesco sarebbe quasi sicuramente accomiatato se domani non battesse il Genoa, però a Boston parleranno anche di altro. Pur in caso di vittoria, si teme che – dando al match con la Juventus una valenza differente – le partite successive contro Sassuolo e Parma potrebbero essere altrettante trappole per i giallorossi e la posizione di Di Francesco potrebbe di nuovo traballare. A quel punto, la sosta sarebbe il momento opportuno per un cambio in panchina e per questo negli Usa si studierà lo stesso a un piano B. I nomi più caldi sono Paulo Sousa e Blanc – entrambi con buona conoscenza dell’italiano e della Serie A – ma tra gli identikit ci sono anche quelli di Sampaoli – che però ha già un accordo col Santos – e di André Villas-Boas, storico assistente di Mourinho ed ex di Porto, Chelsea, Tottenham, Zenit e Shangai. Tra le ipotesi, era circolata anche quella di Capello, ma sono piovute subito smentite. Per l’estate, però, occhio anche a un altro nome, quello di Domenico Tedesco, 33 anni, allenatore di origine italiana assai emergente in Bundesliga grazie alle buone prove offerte alla guida dello Schalke. Come si vede, i samurai sulla strada di Di Francesco sono parecchi, ma la speranza di tutti è che il lieto fine sia dietro l’angolo. Magari da festeggiare con una splendida cena a base di sushi.

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