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La difesa è preventiva, «non per giustificare ma perché mi piace spiegare». Eusebio Di Francesco entra nella sala conferenze di Trigoria con 8 minuti di ritardo, per niente distratto dai flash che cercano incuriositi di carpirne la tensione, e si lascia accompagnare da una serie di dati che ha scritti con sé su qualche foglietto: «Oggi sono a parlare di numeri» racconta alla vigilia della partita contro l’Inter, che ne può orientare il destino da allenatore della Roma al di là dell’esonero immediato che Pallotta e Monchi vogliono evitare.

INCIDENTI. Il tema principale è legato ai tanti infortuni che obbligano Di Francesco a sfidare Spalletti in una situazione di palese difficoltà: «Non ho tante scelte purtroppo. Ma se guardiamo gli studi Uefa (Uefa Elite Club Injury Study) ci rendiamo conto che l’incidenza degli infortuni sulle squadre impegnate nelle coppe europee è più alta nei mesi di ottobre e novembre». In effetti l’ultimo report disponibile, relativo alla stagione 2016/17, racconta questo: «Vale per tutti, non solo per la Roma. Solo che a noi sono capitati problemi muscolari tutti nello stesso periodo».

IPERSFRUTTAMENTO. Di Francesco si sofferma su Dzeko ed El Shaarawy, lasciando intendere che la rosa non gli abbia permesso, per un motivo o per un altro, di ruotare in modo funzionale i giocatori: «Purtroppo avendo alcuni ragazzi non prontissimi, ho dovuto utilizzare di più alcuni elementi correndo un rischio. Di Edin mi chiedevate il motivo per cui non avesse giocato a Udine. E ora lo abbiamo visto: lo perderemo per diverse partite. Come El Shaarawy: leggo qui sui miei numeri che ha giocato circa 300 minuti in più rispetto alla scorsa stagione. Evidentemente non è abituato a gestire così tante partite ravvicinate». Non è un’accusa alle strategie di mercato di Monchi, con il quale anzi Di Francesco si è confrontato anche in questi giorni in prospettiva dei rinforzi di gennaio. È solo una constatazione della realtà: in diverse caselle dell’organico, non esistono ricambi che non facciano rimpiangere i titolari.

COSCIENZA. Da allenatore, sente di aver fatto il massimo: «Non devo chiedere scusa a nessuno perché ho fatto il mio lavoro al meglio, nell’interesse della Roma. Ora non posso dire di essere sereno, sono anzi molto arrabbiato per come stanno andando le cose, ma il mio obiettivo resta sempre lo stesso: dare delle soddisfazioni ai tifosi. Siamo in debito con loro, dobbiamo riportarli dalla nostra parte». Quanto alle voci di addio, con i nomi tirati in ballo di Paulo Sousa, di Montella, addirittura di Antonio Conte che martedì era in tribuna d’onore all’Olimpico per Roma-Real Madrid, Di Francesco sposta il mirino: «A volte con i giocatori bisogna comportarsi come un padre fa con i figli. A forza di incazzature, con il tempo i risultati arrivano. Ma mi rendo conto che nel calcio il tempo è poco». Sembra un testamento sportivo, anche se poi il segnale inviato alla squadra è totalmente diverso: «Voglio una Roma che giochi con il sangue agli occhi. Sono sicuro che basti una scintilla per cambiare il passo di questa stagione. Fin qui dobbiamo riconoscere che l’Inter è stata superiore a noi, specialmente in campionato, e che Spalletti ha fatto un ottimo lavoro. Ricordiamoci però che loro erano già forti e hanno aggiunto altri giocatori forti alla rosa». Nella Roma non è stato possibile.

BATTUTA. Per sdrammatizzare, dopo aver elogiato il prodotto romanista Politano che ha valorizzato al Sassuolo e oggi ritrova da avversario, Di Francesco chiude con un messaggio di ottimismo: «La mia Roma ha dimostrato di saper fare di tutto. Anche di farsi gol da sola, come contro il Real Madrid. Magari stavolta è in grado di segnare agli avversari. Ci proveremo fino alla fine, per non rimproverarci nulla».

Ecco una breve lista che potrebbe risultare utile ai fini delle ricerche:

  1. Portogallo con Rádio e Televisão de Portugal;
  2. Svizzera con Schweizer Radio und Fernsehen;
  3. Turchia con Turkish Radio and Television Corporation;
  4. Serbia con Radio-televizija Srbije;
  5. Paesi Bassi con Sanoma Media Netherlands;
  6. Paraguay con Sistema Nacional De Television;
  7. Slovacchia con Slovenská Televízia;
  8. Suriname con Surinaamse Televisie Stichting;
  9. Repubblica Ceca con Ceská Televize;
  10. Svezia con Modern Times Group.

DOVE VEDERE ROMA INTER IN TV

Per vedere Roma Inter in TV hai bisogno di un abbonamento Sky con il pacchetto Sky Calcio. Se soddisfi questo requisito, la gara sarà visibile con ampio pre partita e post partita su Sky Sport HD e Sky Sport Serie A, canale 202.

Nel caso in cui non fossi un abbonato Sky purtroppo non potrai vedere la partita in TV ma puoi sempre usufruire di alcuni servizi alternativi per vedere Roma Inter in streaming. Altrimenti puoi approfittare dell’occasione per sottoscrivere un abbonamento Sky.

DOVE VEDERE ROMA INTER IN STREAMING

Il match Roma Inter sarà trasmesso anche in streaming su diverse piattaforme, tutte rigorosamente di Sky. Anche qui se avete un abbonamento Sky potete utilizzare l’applicazione SkyGo (gratuita) che permette la visione del match anche in streaming. SkyGo infatti permette di vedere su PC, Smartphone, Tablet e non solo tutti i programmi Sky sfruttando il proprio abbonamento di casa.

Sarà perché all’Olimpico ha fatto il suo esordio in Serie A (26 settembre 2012 con la maglia della Sampdoria), sarà perché lui sa esaltarsi là dove si respira alta tensione intorno all’Inter, fatto sta che a Roma Mauro Icardi sta più comodo che nell’attico con vista a San Siro dove vive con la moglie Wanda e i cinque figli, tre dei quali avuti dalla signora con Maxi Lopez. Tra Roma e Lazio, Maurito ha segnato 5 gol nelle ultime 3 partite giocate nell’impianto di proprietà del Coni, reti che hanno portato ad altrettante vittorie. Icardi che, tra l’altro, nelle ultime tre trasferte ha rispettato la regola del cinque grazie alle doppiette segnate con Spal e Lazio a cui va aggiunto il rigore di Bergamo.

Con l’Atalanta è stata una mattanza e dal ricordo di quella imbarcata l’Inter deve ripartire per invertire la rotta. Anche in quel caso si arrivava da una battaglia di Champions – a San Siro con il Barcellona – ma quella era pure l’ultima gara prima della sosta e qualcuno tra gli interisti probabilmente pensava di essere già in vacanza. Da Bergamo riparte pure Maurito, considerato che con il Frosinone aveva fatto da comparsa per lasciare spazio a Lautaro Martinez a cui sta sempre più stretto il ruolo di vice Icardi. Le parole in libertà del signor Mario, papà di Lautaro, magari non incrineranno l’amicizia tra i due ma certamente hanno fatto molto arrabbiare Luciano Spalletti e non soltanto perché l’allenatore era il bersaglio delle critiche: «Io della famiglia di Lautaro conosco solo il giocatore – ha detto l’uomo di Certaldo – Quello che è importante è che lui si renda conto che suo papà tentando di attaccare me in realtà attacca l’Inter e crea problemi a Lautaro stesso, perché finisce per danneggiare la sua immagine e il suo rapporto coi compagni di squadra.

Senza dimenticare che per diventare un top player al giorno d’oggi devi gestire te stesso, ma anche chi ti sta intorno. I grandi club a livello europeo spesso stanno attenti a non avere situazioni imbarazzanti come queste da gestire. Il ragazzo non ha bisogno della difesa di nessuno. E’ un uomo, non un bambino: io faccio questo lavoro da qualche anno, non do peso a queste cose ma poi in un gruppo bisogna parlarne». Già e stasera – a meno di sorpresissime – papà Martinez dovrà ingoiare l’ennesima panchina per Lautaro: al momento il progetto di una coesistenza con Icardi non è contemplato nei piani di Spalletti anche perché il Toro deve ancora mandare a memoria i movimenti per la fase difensiva necessari per gli equilibri di squadra. All’Olimpico toccherà a Keita (o Perisic) e Politano affiancare Icardi con Martinez jolly da utilizzare nel caso in cui le cose non dovessero andare per il verso giusto. Questo però all’Inter non se lo augura nessuno.

Di Francesco dovrebbe schierare il solito 4-2-3-1, magari un po’ differente rispetto le ultime uscite. L’idea di alzare Florenzi e spostare Under a sinistra nel tridente, è quella più accreditata. A patto che il turco, non al massimo, sia della gara. In pre-allarme Kluivert. Spazio quindi ai tre ex interisti. Due di questi, Santon e Juan Jesus, andranno a completare un reparto difensivo orfano di Fazio, che si accomoderà in panchina. L’altro, Zaniolo, sarà il trequartista. Negativo il provino per Lorenzo Pellegrini: rientro rinviato alla trasferta di Cagliari. Vista l’emergenza (out, oltre a Pellegrini, De Rossi, Karsdorp, Coric, Dzeko e El Shaarawy), Di Francesco convoca anche due Primavera: Riccardi e Celar.

Da quando l’ha lasciata, Roma è città aperta per Luciano Spalletti. Con l’Inter ci ha vinto tre volte su tre, segnando in totale nove gol ai giallorossi e alla Lazio, già sconfitta 3-0 in questo campionato. Precedenti che, uniti ai guai di Eusebio Di Francesco, fanno dell’Inter la naturale favorita nella gara di stasera. Pronostico urticante per l’uomo di Certaldo che, dopo aver visto cadere la sua squadra a Bergamo nell’ultima gara seguita alla Champions, sente aria di trappolone: «La Roma negli ultimi due campionati è arrivata seconda e terza, ha fatto quasi una finale di Champions League e il proprio record di punti: se adesso noi dobbiamo andare obbligatoriamente a vincere a casa loro, vuol dire che siamo cresciuti e che di strada ne abbiamo fatta tanta…». Convinzione che non viene minimamente incrinata quando viene ricordato all’allenatore che Di Francesco faticherà a mandare una squadra in campo, visti i problemi che stanno martoriando la rosa della Roma a livello di infortuni: «Fino a che ne hanno quattordici certe squadre hanno giocatori dal livello tale da poter vincere qualsiasi partita.

Poi, comunque vada, non sarà decisiva perché la Roma è una di quelle squadre che può inanellare risultati importanti mettendo a posto tante cose». Spalletti sa che non verrà accolto da mazzi di fiori ma, rispetto a un campionato fa, l’avvicinamento alla partita è stato alquanto soft («Torno a Roma con lo stato d’animo di quelli che mi piacciono, lì ho allenato e vissuto per molti anni e mi fa piacere che si vada a giocare questa partita con tranquillità»), questo perché molte delle energie sono state bruciate a Londra («Per quanto mi riguarda la squadra ha giocato bene ed è stata meglio in campo rispetto all’andata»). Spalletti giustamente ha cercato di abbassare i giri del motore anche perché il rischio è di fondere come accaduto a Bergamo: «tentate di metterci delle pressioni ma noi ce le mettiamo da noi, ci fa piacere che ci vogliate tenere svegli ma non ne abbiamo bisogno: siamo ancora dentro alla possibilità di qualificarci in Champions e abbiamo una classifica abbastanza buona, però non siamo appagati.

La squadra sta facendo quello che deve fare ma dobbiamo drizzare ancor di più le antenne». Altrettanto lucida l’analisi dei pericoli che presenta il menu della serata: «La Roma ha un modo di fare ben delineato e preciso: vogliono venire a impostare nella tua metà campo, a riconquistare palla il più alto possibile, a costruire il gioco sempre dal basso». Se sarà turnover, sarà mirato: «Dobbiamo tener conto del fatto che ci sono dei giocatori riposati che potranno dare un contributo». In tal senso potrebbero venir buoni alla causa Miranda (per De Vrij, uscito da Wembley con i crampi), Joao Mario e forse pure Keita che può sfilare una maglia a Perisic. Non è stato invece nemmeno convocato Radja Nainggolan per cui ora verranno osservati scrupolosamente i tempi di recupero, visto che un Ninja a mezzo servizio non serve all’Inter: «Lui ha avuto quell’infortunio in ritiro, ha saltato un po’ di preparazione e ha avuto un paio di fastidi che possono somigliare a ricadute, cose che possono succedere. Bisogna forse prendere tempistiche più comode per rimettere a posto i problemini che ha». Infatti tornerà soltanto quando sarà effettivamente al 100% anche perché sulla strada Spalletti ha ritrovato Joao Mario, mentre Borja Valero pare tornato ai livelli della Fiorentina. L’uomo di Certaldo ha pure spiegato la ricetta per battere la Roma: «E’ essenziale giocare nel modo giusto queste partite, cercando di mettere in pratica i criteri impostati in allenamento». Proprio quanto la squadra non è riuscita a fare a Wembley.

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Inutile girarci intorno. Di Francesco è consapevole dell’importanza della gara di questa sera. Per la Roma e per lui: «Se sono sereno per il mio futuro? Lo sono, anche se la serenità forse non è lo stato emotivo corretto per descrivere ciò che sto vivendo. Nel senso che mi girano tanto per il momento della squadra, ma per il mio futuro sì, sono sereno. So anche però che la sfida con l’Inter è determinante per cambiare passo e mi auguro che succeda». Anche perché un nuovo ko potrebbe essergli fatale. Avversaria, l’Inter di Spalletti: «Sarà una partita in cui dovremo avere il sangue agli occhi, in chi dovremo dare tutto, senza doverci rimproverare nulla – spiega il tecnico – Questa volta conta vincere, anche più del giocare bene. E probabilmente vincerà chi sbaglierà di meno. Mi andrebbe bene anche vincere come hanno fatto loro la scorsa stagione, quando l’Inter vinse una gara che meritavamo di portare a casa noi. I nerazzurri sono sicuramente cresciuti, hanno più aggressività, sulla carta dovevano essere l’anti-Juve. Di certo finora ha dimostrato di essere più forti di noi».

Schietto e sincero come al solito. Come quando gli chiedono conto dei numerosi infortunati: «Ci siamo interrogati, ovvio, ma ci sono anche studi Uefa che dicono come gli infortuni siano cresciuti nelle squadre che giocano tanto. Il problema è che noi li abbiamo avuti concentrati tutti insieme». Ora, spera di aver già pagato il conto. Intanto recupera, almeno per la panchina Perotti e Pastore: «Ma non partiranno dal via – precisa – Sono stati fuori troppo tempo. Ritrovare uno come Diego è fondamentale, aumenta le nostre soluzioni offensive». E a proposito di attacco, con Dzeko fuori sino a Natale, ora Schick non ha più alibi: «Deve dare qualcosa in più e mettere determinazione in tutto. Deve credere di più nei suoi mezzi. L’aspetto mentale è predominante per la prestazione e lui qui deve sicuramente migliorare. Anche Under deve crescere come selezione delle scelte, ma è uno di quelli che ha sempre voglia di far male all’avversario, prende sempre l’iniziativa». Lo farà anche questa sera, a patto recuperi.

Luciano Spalletti attacca il padre di Lautaro Martinez, ma non la sua squadra. Anzi, per l’Inter sconfitta mercoledì dal Tottenham il tecnico di Certaldo ha speso solo parole dolci, sottolineando quanti progressi abbia fatto e quanto sia stato ridotto il gap rispetto a una Roma che stasera i nerazzurri sfideranno guardandola dall’alto in basso. Per Lucio sarà una notte speciale e il fatto di poter decretare la fine dell’avventura sulla panchina giallorossa di Di Francesco, suo ex team manager proprio nella Capitale, non lo condizionerà. «Vado a Roma – ha iniziato – con lo stato d’animo che mi piace: lì ho allenato, ho vissuto per anni e ho legami bellissimi con tante persone. Ho anche sbagliato, ma sempre nel tentativo di fare il bene del club. Volete sapere se saluterò Totti? Se lo incontrerò, sì. Purtroppo non ho ancora avuto tempo di leggere il suo libro con calma, ma da quello che ho visto sui giornali, ci saranno delle precisazioni da fare».

PRESSIONI E LONDRA. Spalletti non ha gradito le critiche dopo la sconfitta di Wembley. In altre occasioni sarebbe andato allo scontro frontale con i media e magari la tentazione l’ha avuta anche ieri, ma siccome sa che i prossimi 10 giorni sono ricchi di partite importanti per il futuro, ha preferito non alzare i toni, pur non potendo evitare di fare qualche ironica puntualizzazione. «In questi giorni ci hanno voluto mettere della pressione addosso, ma noi la pressione ce la mettiamo da soli. Ci fa piacere che ci sia chi vuole tenerci svegli, ma abbiamo ancora la possibilità di qualificarci in Champions League in uno dei gironi più duri e in campionato la classifica è abbastanza importante. Noi dobbiamo essere quelli che vincono in casa della Roma per forza? Negli ultimi anni loro sono arrivati una volta secondi e una volta terzi, hanno sfiorato la finale di Champions e hanno fatto il record di punti della storia del club. Quando sono venuto all’Inter, avevano conquistato 30 punti più di noi in classifica… Però se dite che dobbiamo vincere a tutti i costi, ci prendiamo questo complimento perché vuol dire che abbiamo fatto tanta strada nell’ultimo anno e mezzo». Poi la difesa dell’operato dei suoi contro gli Spurs: «La squadra sta facendo ciò che deve e il nostro percorso finora è più roseo di quello che potevamo immaginarci. Poi se dall’esterno si vogliono creare delle “attenzioni particolari” su questo gruppo, siamo pronti a prenderle e a drizzare ancora di più le antenne nel tentativo di anticipare i rischi. Abbiamo giocato una gara sotto livello a Bergamo, ma a parte quell’occasione, dire qualcosa ai miei calciatori è dura: sono professionisti di grande livello e lo stanno dimostrando. A Londra la prestazione è stata buonissima e ho visto un’Inter equilibrata, che ha preso gol nel momento migliore, dopo che aveva creato delle occasioni. Contro il Tottenham i ragazzi mi sono piaciuti più a Wembley che a San Siro per continuità, equilibrio e gestione del match. Questo non vuol dire che intendiamo accontentarci perché il nostro obiettivo è andare sempre oltre».

CARO LAUTARO. Per il papà dell’argentino invece è arrivata una bastonata: «Io della famiglia Martinez parlo solo con il Toro. Nel tentativo di attaccare me, suo padre ha attaccato l’Inter e così facendo ha creato dei problemi al calciatore stesso visto che ha danneggiato la sua immagine e il suo rapporto con i compagni. Per diventare un top player devi gestire anche quelli che ti stanno intorno: se ti creano dei problemi è giusto tu ti faccia sentire. Nei grandi club europei stanno attenti a non dover gestire situazioni imbarazzanti come queste. Lautaro è uno forte, dentro e fuori dal campo, e non ha bisogno di essere difeso da gente esterna».

La loro estate l’hanno vissuta entrambi sull’asse Milano-Roma, ma facendo percorsi inversi. Uno, Nicolò Zaniolo, è partito dall’Inter e ha firmato per il club giallorosso dopo essere stato inserito, insieme a Santon, nell’affare Nainggolan. L’altro, Matteo Politano, nella Capitale si è sposato con Silvia e poi è arrivato nella grande squadra tanto sognata. Stasera i due, che negli scorsi mesi non si sono incrociati neppure in Nazionale (il giallorosso è stato convocato da Mancini a settembre, il nerazzurro a novembre), si sfideranno nella gara dell’Olimpico e dalle loro giocate potrebbe essere deciso un incontro che in chiave Champions magari avrà un grande peso. Soprattutto per la Roma che, sprofondando a -12 dall’Inter, sarebbe in una brutta posizione.

ZANIOLO. Il figlio d’arte a Milano non ha esordito in prima squadra, ma in compenso ha mostrato il suo potenziale in Primavera, dove ha vinto il tricolore, e poi ha portato in dote una plusvalenza da 2,6 milioni. In corso Vittorio Emanuele il rimpianto per la rinuncia a un giovane considerato di grande talento c’è, ma Monchi ha posto il suo passaggio nella Capitale come un punto fermo per far partire il Ninja e alla fine l’Inter ha ceduto. Se non fosse andato alla Roma probabilmente adesso sarebbe nel giro della prima squadra di Spalletti ed invece stasera Nicolò, all’esordio da titolare in A all’Olimpico, per giunta nel ruolo che è stato di Nainggolan, avrà grandi stimoli e cercherà di dimostrare il suo valore sia a Di Francesco, che lo ha lodato per la prova con il Real, sia a chi lo ha venduto.

POLITANO. L’esterno ex Sassuolo con la maglia della Roma in prima squadra non ha mai debuttato, esattamente come Zaniolo nell’Inter, ma Matteo nel settore giovanile giallorosso non è stato di passaggio bensì ha fatto tutta la trafila, durata dal 2004 al 2012, prima di andare in prestito al Perugia, al Pescara e al Sassuolo. Ironia della sorte, fu proprio Di Francesco, quando guidava i neroverdi, a suggerire al club il suo riscatto dalla Roma e, se quell’operazione si è rivelata un grande affare per Squinzi, stasera “Poli” potrebbe complicare la vita al tecnico abruzzese. Il calcio a volte sa essere strano.

Avanza Florenzi. Materialmente. L’idea, che non è una certezza, è emersa durante l’allenamento di rifinitura, in cui Di Francesco ha promosso Santon nella veste di terzino destro e provato il capitano della serata come ala, alla vecchia maniera. Può essere questa la variante della Roma che affronterà l’Inter, in nome di un maggiore equilibrio e anche per cercare più esperienza possibile in una squadra molto giovane.

DUBBIO. L’incognita è Cengiz Ünder. Già di suo non attraversa un periodo di forma memorabile, come dimostra l’incredibile gol fallito contro il Madrid. Ma ieri, dopo che Di Francesco ne aveva annunciato in conferenza il rilancio contro Spalletti, ha avuto un risentimento muscolare che ne mette in dubbio la presenza. Sarebbe un’altra picconata di sfortuna in una settimana già molto difficile, tra gli infortuni di Dzeko ed El Shaarawy e i recuperi timidi di Pastore e Perotti che stasera andranno in panchina. In pratica Di Francesco rischia di giocare la partita più importante per il suo futuro senza i quattro titolari dell’attacco, compreso Lorenzo Pellegrini che dovrebbe tornare disponibile per la trasferta di sabato prossimo a Cagliari. Ünder farà un test stamattina altrimenti dentro Kluivert.

In settimana però Di Francesco ha immaginato anche altre soluzioni, altre risorse tipo la difesa a tre. Ma sembra una carta da utilizzare eventualmente in corsa, sfruttando l’abbondanza di difensori centrali. Al 4-2-3-1 di Spalletti, che punta molto sugli esterni, la Roma dovrebbe presentarsi al via con un modulo speculare. Ünder, se recuperato, dovrebbe finire a sinistra come accadde a Genova lo scorso anno contro la Sampdoria. Di sicuro ci sono soltanto il centravanti, Schick, alla quarta di fila dal primo minuto, e il baby Zaniolo, che si è meritato con i fatti la conferma.

ALTRO. Anche in difesa la rifinitura si è conclusa con un’incertezza, cioè il nome del centrale che affiancherà Manolas: dovrebbe prevalere Juan Jesus sia per una questione di turnover, sia per il momento negativo di Fazio. Nell’ultima partitella, addirittura, Di Francesco ha cominciato con Jesus e concluso con Marcano come opzione bis, tenendo sempre Fazio al largo dalla squadra-base. Ma può essere un trucco, pure questo.

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Non è uno scherzo invece il nuovo infortunio di Karsdorp, rientrato martedì nel secondo tempo contro il Real. Non è stato convocato per una diagnosi grottesca: «infiammazione di una vecchia cicatrice». Senza pace.

Una vecchia regola da scuola calcio insegna: inquadra la porta, intanto, così hai più possibilità di segnare. Eppure nel caso della Roma la logica appare logica improduttiva. Non è la precisione che fin qui è mancata alla squadra ma l’incisività delle conclusioni, con risvolti di inquietante sterilità in partita. Lo dimostra lo studio Opta che pubblichiamo a fianco: Dzeko e gli altri hanno la peggiore efficacia realizzativa delle prime 13 giornate di campionato, con un indice di un gol ogni 3,9 tiri dentro allo specchio della porta.

Di Francesco chiama spesso in causa l’aspetto mentale per analizzare gli errori, ricordando che anche a Udine la squadra ha dominato (oltre il 75 per cento di possesso palla) senza però riuscire a concretizzare la supremazia davanti al portiere avversario. Non è stata la prima volta, però. Ed è curioso che soltanto una squadra di Serie A sia stata fin qui peggiore della Roma in questa classifica: proprio l’Udinese che nell’ultimo sabato di novembre ha invece massimizzato il raccolto con la prima semina, lo slalom vincente di De Paul.

TIMORE. Il dato è piuttosto significativo perché rivela, a dispetto della padronanza della partita, una certa difficoltà nella ricerca delle giuste soluzioni. I 22 gol segnati su 85 conclusioni indirizzate verso il bersaglio buono sono l’alert di molti tiri scagliati senza grande convinzione o grande aspettativa, con parate semplici dei portieri: non solo a Udine, dove l’occasione principale è capitata a Nzonzi che ha sbagliato la mira. E infatti la Roma ha perso tre delle quattro di campionato restando senza gol all’attivo.

LA SFIDA. Ma siccome il calcio deve il suo fascino all’imponderabile, è tutta da seguire la partita di stasera all’Olimpico: perché se la Roma è penultima in termini di efficacia dei tiri, l’Inter è al primo posto. Segna un gol ogni 2,7 conclusioni nello specchio. Di Francesco ha l’opportunità di ricordare che la statistica è una scienza quasi esatta. Solo quasi.

Nel Barcellona, dopo due stagioni promettenti, sembra finito ai margini: zero minuti in campionato, una partita in Copa del Rey e una comparsata mercoledì scorso in Champions, a Eindhoven. Tanto talento in naftalina ha attirato sul ventiquattrenne Denis Suarez l’attenzione della Roma. Monchi conosce perfettamente il ragazzo, lo ha avuto a Siviglia nel 2014/15, stagione baciata da 31 presenze e 2 reti in Liga e dal trionfo in Europa League. Il giocatore vuole rivedere il campo, per questo è disposto a trasferirsi già a gennaio e il Barça potrebbe agevolarlo. Si tratta però di un centrocampista offensivo, utilizzato come trequartista centrale o esterno. Non proprio il profilo che serve nell’immediato a Di Francesco, che ha l’esigenza, considerati anche i malanni di De Rossi, di rimpolpare il parco dei mediani centrali. Rabiot sarebbe l’ideale, o forse è meglio dire sarebbe stato, visto che il centrocampista del Psg, secondo indicrezioni filtrate dalla stampa spagnola, è dato a un passo dall’accordo con il Barcellona. Concreto invece l’interesse per Hector Herrera: la Roma lo segue da tempo, bisogna però vedere se l’affare è possibile per gennaio. Il giocatore è in rottura con il Porto, ma potrebbe reputare più conveniente far scadere il contratto il prossimo giugno e mettersi sul mercato a parametro zero. Un’altra pista porta a Diadie Samassekou, ventiduenne maliano del Salisburgo. Già in estate era nel mirino di Monchi, come alternativa all’acquisto di Nzonzi. Non è un mistero, infine, che tra gli obiettivi giallorossi ci sia il gioiellino del Brescia Tonali, classe 2000. Ma non è una trattativa che possa concretizzarsi a gennaio.

Si lavora anche per un rinforzo difensivo, stante la probabilissima partenza di Marcano e i tormenti attuali di Fazio. I contatti per Rugani non sono in prospettiva immediata, spiragli potrebbero aprirsi per Nastasic dello Schalke 04 e Iago Maidana dell’Atletico Mineiro (in prestito dal San Paolo). Nel settore offensivo, da valutare la posizione di Perotti. Una sua eventuale partenza potrebbe rendere possibile un’operazione in entrata, ma le priorità attuali sono altre.

Dopo la partita di martedì scorso contro il Real Madrid è successo qualcosa. Nell’umor nero che aleggiava nell’universo giallorosso, un pensiero positivo ha cominciato a prendere corpo, come fosse una vela al vento. Il senso era questo: «Vuoi vedere che cedendo Nainggolan all’Inter e prendendo Nicolò Zaniolo l’affare l’abbiamo fatto noi?». Viste le qualità e la testa del ragazzo, in prospettiva i dubbi erano pochi. Quello che ha sorpreso è stato che il 19enne di Massa non rappresenta il futuro, ma il presente. «Pensavamo di dover aspettare sei mesi e invece può giocare da subito», ha detto il d.s. Monchi, che in estate lo ha fortemente voluto, vincendo la difesa del- l’Inter, che non voleva mettere lui sul piatto per avere Nainggolan. Ma la valutazione di 4,5 milioni è stata sufficiente per accontentare l’Inter.

87 GIORNI La scienza di chi fa mercato, d’altronde, ha bisogno di prove, ma nessuno si aspettava che in 87 giorni Zaniolo cambiasse la sua vita. Il 9 giugno, infatti, ha giocato la finale Primavera con l’Inter,il 25 giugno ha fatto le visite mediche con la Roma, il 29 luglio ha giocato la finale di un Europeo Under 19, il 1° settembre ha ricevuto la sua prima chiamata in Nazionale maggiore, senza aver giocato neanche un minuto in Serie A e il 19 settembre debutta titolare al Bernabeu col Reai. In meno di 3 mesi sembra nata una stella. Il tempo, d’altronde, è una variabile strana. Per esempio, dopo 7 anni nelle giovanili della Fiorentina, nel 2016, all’ultimo giorno di mercato, fu tagliato e si accasò all’Entella. Scherzi del destino, dopo poco giocò la finale di Coppa Italia Primavera proprio contro la Roma, che scatenò un’asta attorno a lui. Lo volevano Sassuolo, Colonia, Tottenham, Juve e la stessa Roma, ma alla fine Nicolò sceglie l’Inter. «Pensavo che fosse il progetto giusto per me», ha raccontato Zaniolo. Vero, ma solo fino all’estate scorsa.

LUI E KAKÀ Eppure in nerazzurro l’allenatore Vecchi gli aveva pronosticato un futuro alla Gerrard o alla Lampard: qualità, quantità e tanti gol, ma il giocatore preferito di Nicolò da bambino era un altro: Kakà. «Aveva una potenza e una tecnica fuori dal normale». Di se stesso, invece, pensa che al momento abbia più fisico che tecnica. Difficile non crederlo, visto il fisico da bodyguard che lo aiuta ad essere un prototipo del calcio moderno. Da trequarti- sta oggi, magari da mezzala in futuro («È il ruolo dove mi vedo meglio). Anche grazie a lui stasera l’età media della Roma scenderà dai 29,4 dell’ultimo derby a 25,6. Quasi una generazione calcistica. «Per questo devo lavorare e restare coi piedi per terra»

LUI E LA FAMIGLIA Nicolò però, grazie alla famiglia, non si scompone. Suo padre Igor, mamma Francesca e sua sorella Benedetta sono il punto di riferimento della vita. Col papà, poi, il feeling è anche «lavorativo», visto che in 16 stagioni di calcio giocato (120 presenze e 26 gol in B) in piazza anche nobili come Genoa, Cosenza e Messina, mastica di calcio come pochi. Diverse telefonate al giorno e tanti consigli. Evidentemente quelli giusti, perché il tempo di Zaniolo è già cominciato

Buenos Aires, notte scorsa italiana: cena presidenziale al G20 fra Donald Trump e Xi Jinping. L’esito dell’incontro può cambiare l’economia globale. Roma, meno di un giorno dopo: match fra giallorossi made in Usa e nerazzurri targati Cina. L’esito dell’incontro può condizionare la lotta per la Champions, e quindi l’economia dei due club. Punto centrale del vertice argentino: i dazi. Obiettivo centrale di Roma e Inter: uno dei 4 posti per la prossima coppa.

I piani di grandezza e i conti delle proprietà statunitensi e cinesi passano di lì.

FUGA DAL FFP Entrambe, peraltro, si sono messe alle spalle, o stanno per farlo, le limitazioni imposte dal fair play economico. La Roma è uscita dal settlement la scorsa primavera, l’Inter lo farà in questa. I giallorossi hanno risposto alle richieste di Nyon cedendo più di un big, i nerazzurri hanno cercato vie alternative: crescita delle sponsorizzazioni, per lo più dalla «casa madre», e plusvalenze con le cessioni dei giovani, protagonisti e vincenti in Primavera. Per l’Inter far saltare quelle catene può essere l’inizio di una nuova fase. I piani del giovane Zhang, neo-presidente oggi, primo referente di papà prima, sono di grandeur. Steven ha studiato alla Wharton School (Università della Pennsylvania) come Trump: il progetto «Make Inter great again» passa da una crescita costante, nei fatturati e nei risultati. Nel primo scontro con club americano la famiglia Zhang ha tenuto a distanza il Mi- lan di Elliott, ora può allungare sulla rivale giallorossa. Steven sarà in tribuna all’Olimpico, forse per dare ragione a Nainggolan, che in una intervista alla Gazzetta disse: «Lui sì che è vicino alla squadra, Pallotta non c’era mai». James non ci sarà, ma allora replicò: «Lavoro ogni giorno per la Roma da qui. Da lontano le cose si vedono meglio».

AMORE CELTICS Di sicuro il presidente – il cui nome rivela le chiare radici italiane – non perde di vista quello che è sempre stato la stella polare del progetto: lo stadio di proprietà. Argomento che lo avvicina, ovviamente, anche i signori cinesi del calcio interista, che però hanno già la base di San Siro su cui muoversi. Pai- lotta invece è partito da zero e, se tutto filerà liscio, dal 2022 la Roma potrebbe avere una nuova casa grazie a cui sognare di scalare il cielo. Il presidente, d’altronde, ama vincere. In finanza con la Raptor, con cui si è costruito la fama di re degli «hedge fund», e nello sport con i Boston Celtics, la squadra più vittoriosa del basket Nba, di cui è coproprietario. Proprio come Xi Jiping e Trump, i modi tra Zhang e Pallotta non potrebbero essere più differenti. Felpato il cinese, estroverso lo statunitense. Le sue esternazioni negli ultimi anni sono state spesso urticanti, così come i suoi modi di fare che, a dispetto dei 60 anni, appaiono sempre giovanili. Basta ricordare il suo tuffo in piscina a Trigona, a gennaio, in uno dei primi incontri con la squadra, come il bagno dello scorso aprile nella fontana di piazza del Popolo dopo la vittoria col Barena. Con mega-assegno staccato subito dopo per la multa (d’obbligo) e il restauro della fontana (facoltativo). Impressioni? Se stasera la Roma batterà l’Inter, la gioia di Pallotta potrebbe tornare a essere quella dei giorni belli. Zhang perdonerà.

Chi crede nei segni aveva già capito tutto sin dal suo primo giorno alla Roma. La storia racconta che a volerlo a Trigoria, infatti, sia stato proprio Bruno Conti, un monumento vivente che in giallorosso ha scritto pagine di storia prima da giocatore e poi da responsabile del vivaio. Matteo Politano giocava nella Polisportiva Selva Candida e le serpentine in dribbling avevano attirato l’attenzione di Conti, che magari in quel bimbo gracilino tutto sinistro e fantasia aveva rivisto qualcosa di se stesso, quando ancora cullava un sogno. Aveva appena undici anni Matteo quando per la prima volta si presentò a frigoria, emozionato e con un futuro tutto da scrivere, magari con la maglia giallorossa addosso. Ma la storia è fatta di imprevisti, di scelte, di attimi, di bivi. Politano nelle giovanili della Roma vince lo scudetto Allievi con Stramaccioni e quello Primavera con Alberto De Rossi, ma sul più bello le strade tra lui e la Roma si dividono.

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SCALATA Va in prestito a Perugia (2012-13) dove al primo anno in Lega Pro è già protagonista: 8 reti in 28 partite. Poi fa un primo salto, al Pescara in Serie B, dove viene ceduto in comproprietà. Dopo due anni la Roma lo riscatta dal Pescara e gli rinnova il contratto: sembra l’inizio di una nuova vita e in fondo lo è, ma non nella Capitale. Politano fa un nuovo salto, in A, nel Sassuolo: prestito con diritto di riscatto che viene esercitato per una cifra oggi quasi irrisoria di 2,2 milioni. Chissà se alla Roma qualcuno si è pentito, visti i tanti soldi spesi negli anni per ricoprire lo stesso ruolo. Politano di sicuro no, perché il suo passaggio in Emilia nell’estate 2015 si rivela presto la scelta migliore: club giovane e ambizioso, proprio come Matteo, che inizia da vice Berardi e chiude l’avventura da uomo chiave per la salvezza dello scorso campionato. E il suo valore nel frattempo è lievitato. Il Napoli a gennaio aveva pronto l’assegno da 30 milioni per regalare a Sarri la sua imprevedibilità per la volata scudetto, ma Squinzi ha rimandato l’offerta al mittente, con una promessa a lui: salvaci e in estate andrai in una big.

NUOVA VITA Detto, fatto. La chiamata più bella arriva a giugno durante il viaggio di nozze: «Andiamo all’Inter» gli dicono gli agenti. Già, proprio la squadra che ha rischiato di «eliminare» dalla corsa alla Champions con una prodezza a San Siro un mese prima. Ma il destino è così, si diverte a giocare con le emozioni. Politano alla Pinetina entra in punta di piedi perché l’acquisto a cinque stelle è Nainggolan. Meglio così, perché quando i riflettori sono puntati su altri c’è meno pressione ed è più facile volare. Matteo oggi è imprescindibile per Spalletti: unico sempre in campo in questa stagione (portiere escluso): prestazioni, gol e assist lo hanno riportato in Nazionale e il gol vittoria contro gli Usa sembra la chiusura perfetta del cerchio. Sembra, appunto. Perché la strada è ancora lunga e ricca di tappe, come quella di stasera. La notte in cui chiudere definitivamente i conti con il passato. Col sorriso e senza rancore, magari con un gol decisivo per far aumentare i rimpianti della Roma.

Le sue prime due volte contro l’Inter furono a dir poco traumatiche: due sconfitte identiche, due sberle che ad andar bene ti fanno venire un mal testa pazzesco, con quei due 7-0 incassati tra il 2013 ed il 2014 con il Sassuolo che Eusebio Di Francesco non ha mai dimenticato. Poi, però, i conti il tecnico della Roma li ha riequilibrati strada facendo, vincendo quattro delle successive sfide sette sfide contro i nerazzurri, pareggiandone una e perdendone due. Tra cui quella dell’andata della scorsa stagione airoiimpico (1-3) che ancora non gli è andata giù, tra i tre pah colpiti dai giallorossi e il rigore non concesso su Perotti. «Questa volta conta solo vincere ed allora mi andrebbe bene fare anche come l’Inter in quella partita lì, vincendo senza meritare – dice Di Francesco alla vigilia – Stasera dovremo dare tutto, senza doverci rimproverare nulla. E sarà fonda- mentale sbagliare meno dell’avversario, ora dobbiamo ridurre gli errori. Anche perché l’Inter è cresciuta, è più aggressiva del passato e finora ha dimostrato di essere più forte di noi». E perché, finora, lui in carriera non ha mai battuto Spalletti: in tutto un pareggio e 4 sconfitte.

IL FUTURO Tra l’altro, la partita di questa sera può essere anche un importante spartiacque per il suo futuro. Anche se poi Di Francesco, da questo punto di vista, si sente sufficientemente sereno.

«Mi girano tanto per molte situazioni, ma io darò sempre il massimo, a prescindere. Stasera voglio una squadra con il sangue agli occhi, perché questa è una partita che può farci cambiare passo. Quattro punti da recuperare sulla zona Champions non sono tantissimi, abbiamo tutto il tempo per recuperare. A patto però di iniziare a cambiare marcia». Ed a cambiare marcia dovrà pensare anche Schick, alla sua quarta partita consecutiva da titolare. «Deve credere di più nei suoi mezzi. L’aspetto mentale è predominante per la prestazione e lui qui deve migliorare. Anche Under deve imparare a selezionare meglio le scelte, ad esempio. Ma prende sempre l’iniziativa ed ha sempre voglia di far male aH’awersario».

I SUOI EX Intanto oggi DiFra non si troverà di fronte Naing- golan, che ha avuto nella scorsa stagione. Ci sarà invece Poli- tano, che la Roma ha lasciato andare nel 2016 e che Eusebio ha allenato al Sassuolo. «Per me Radja resta un grande calciatore, si vede che ancora non ha brillantezza a causa di una serie di infortuni che non gli hanno permesso di allenarsi con continuità. Politano, invece, sono stato io il primo a mandarlo via dalla Roma, nel senso che appena l’ho visto a Sassuolo ho chiesto subito di riscattarlo. Quando era giovane aveva delle potenzialità inespresse, nel senso che non sapeva bene chi fosse. Oggi sta facendo vedere chi è, purtroppo altrove».

UNDER Detto che in extremis Di- Fra ha perso anche Karsdorp per un’infiammazione, la speranza è di poter contare dal via su Cengiz Under. L’esterno turco, infatti, non sta benissimo. Non dovesse farcela, spazio in corsa a Kluivert. Dietro, invece, ballottaggio tra Juan Jesus e Fazio, con il brasiliano che stavolta parte favorito.

Magari un giorno Lautaro ringrazierà il papà per averlo involontariamente spinto a scoprire quel passaggio segreto che porta dal sentirsi un grande calciatore all’es- serlo davvero. Di certo c’è che Luciano Spalletti ha fissato i punti invalicabili della vicenda, di quell’antipatico «cagon» scritto in un tweet da chi pensava di proteggere il figlio da chissà quale ingiustizia. Eccolo qui, Spalletti, tono basso e concetti chiari: «Ho parlato con il ragazzo, si è scusato, cose così non possono non essere prese in considerazione, dentro un gruppo è giusto affrontarle. E importante che si renda conto che suo padre, così facendo, attacca l’Inter e non me. Così crea problemi a suo figlio stesso, danneggia la sua immagine e il rapporto coi compagni. Lautaro è un uomo, non ha bisogno di difese, non è giusto trattarlo da bambino. Per diventare un top player devi saper gestire te stesso e quelli che ti stanno intorno». Punto e a capo. Anzi no, perché il tecnico non risparmia neppure una frecciata alla società sempre a proposito di Lautaro: «I grandi club a livello europeo stanno attenti a non avere situazioni imbarazzanti come questa da gestire». Perché sono i particolari a fare la differenza. E in un periodo così non c’era certamente bisogno di alimentare polemiche.

RADJA E ROMA

Polemiche che portano dietro il nome di Radja Nainggolan. Spalletti fa: «Dicono che l’affare lo abbia fatto la Roma? Io invece credo che Nainggolan sia sempre lo stesso, di testa e di fisico. Ha avuto un infortunio durante il ritiro, poi un paio di fastidi o ricadute, conseguenza di quanto avuto in precedenza (il k.o. alla caviglia e i successivi stop, ndr). Ora lo tratteremo con tempistiche più comode per rimetterlo a posto. Lui per primo è dispiaciuto per non esser riuscito fin qui a dare il suo contributo». Basta forzature: l’obiettivo è la partita con il Psv, stasera per il suo posto è favorito Joao Mario, come pure Perisic è avanti su Reità e Miranda su De Vrij. Sistemato il punto di vista su Londra («Per me abbiamo giocato meglio rispetto all’andata»), sorvolato pure su Perisic («Dichiarazioni normali, sta molto bene all’In- ter»), la Roma dà l’occasione a Spalletti per rivendicare la bontà del suo lavoro: «Quando sono arrivato qui eravamo a 30 punti dalla Roma, ora siamo a più 9 e questa partita viene presentata con l’idea che dobbiamo vincere per forza. Bene, lo prendo come un complimento, voi dire che siamo cresciuti. Tanto le pressioni ce le cerchiamo da soli: nelle prossime tre partite puntiamo a qualcosa di importantissimo. Ma non sarà facile: la Roma ha una grande rosa e una classifica non in linea con il suo blasone». Dentro ci si può leggere una frecciata a Di Francesco, anche se del suo passato il tecnico dice: «Lì non ho solo allenato. Ho vissuto. E mi fa piacere ritrovare tanti amici». Magari non Totti: «Ma se lo incontro lo saluto. Il libro? Non l’ho ancora letto, voglio farlo con calma. Penso che mi toccherà fare un paio di precisazioni…». Precisazione che vale pure per l’Inter: «Siamo dentro il percorso più roseo che potevamo immaginarci». Chissà se papà Lautaro è d’accordo.

L’ultima volta l’aria era ancora estiva, il mercato I aperto, la gente in vacanza. Spalletti si tolse subito il dente del ritorno a casa (26 agosto), soffrì un tempo, pareggiò al 68’, fece il colpaccio nell’ultimo quarto d’ora. La scorsa stagione l’Inter passò a Roma, interrompendo una serie che durava da 8 anni, con 5 vittorie giallorosse e 3 pareggi. Crollò un tabù, restò quello di Di Francesco nei confronti di Spalletti: non lo ha mai battuto, un punto in cinque partite. Il tutto in un quarto d’ora, quello finale. Anche stavolta, c’è da stare attenti a quella fase: le due squadre segnano preferibilmente fra il 76’ e il 90’. Sei reti a testa in quell’intervallo, più che in ogni altro quarto d’ora: l’Inter poi si trascina anche oltre, con 4 reti nel recupero (contro una). Ampliando lo sguardo, 7 delle ultime 10 reti della Roma in A sono arrivate nella ripresa: e in quel secondo tempo l’Inter ha subito l’80% dei suoi gol (otto su 10). Come se i nerazzurri, dopo l’intervallo, si trasformassero in una squadra di Zeman: tanti gol fatti, tanti presi.

PROTAGONISTI

In coda ai match ha messo insieme la gran parte dei suoi minuti anche Keita Baldé: con Nainggolan fermo ai box, il più «Olimpico» degli ospiti è lui. Ha segnato due gol al Frosinone nell’ultimo turno, ha segnato due gol anche alla Roma l’ultima volta che l’ha incrociata: era il derby del 30 aprile 2017. L’ex laziale sarà tra gli osservati speciali, anche entrando a gara in corso, come gli è successo in 8 delle sue 12 presenze. L’altro sotto i riflettori è il solito, leardi: contro la Roma ha esordito in A, nelle ultime cinque sfide dirette 4 gol e un assist. La Mauro-dipendenza però non c’è più: 12 i diversi marcatoriper Spalletti, ma la banda Di Francesco fa meglio. Sono 13, più che chiunque altro in A.

TENDENZE Sarà anche il confronto fra due momenti: quello presente favorisce gli ospiti, che nelle ultime cinque hanno preso 7 punti ai giallorossi (12 contro 5), segnando più del doppio (13 a 6) e vincendo il quadruplo (4 a 1). Quello del passato prossimo invece ha vincitori diversi: dal 2011-12, dalla gestione Pallotta, la Roma ha sempre chiuso l’anno davanti all’Inter, anche con distacchi importanti +8, +25, +15, + 13, +25 e +5. Al momento siamo a +9 Inter: quasi un’ultima chiamata, per mantenere la tendenza.

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