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Piqué e Messi, unici reduci della notte del 20 aprile 2010, sarà venuta un po’ di orticaria ripensando a quel 3-1 subìto in rimonta dalla Banda guidata da José Mourinho che lì avrebbe messo il primo chiodo sul Triplete. Quella fu una delle sconfitte più brucianti per il guardiolismo, anche per l’eterno conflitto con il portoghese, emblema di un calcio basato sulla garra e la capacità di rendere i giocatori simili a soldati pronti a tutto per arrivare all’impresa. Stasera nella bolgia di San Siro, Inter-Barcellona si muoverà su binari simili. Perché Ernesto Valverde (non a caso fu il primo nome suggerito da Pep come suo successore) è erede naturale di quella scuola, mentre Luciano Spalletti – anche se (giustamente) in questi giorni ha voluto smarcare la sua squadra da scomodi paragoni con quei totem dell’interismo – è senza dubbio l’allenatore più carismatico che l’Inter abbia avuto da quegli anni.

Da allora (il ciclo finì con le vittorie ottenute da Leonardo nella stagione successiva) l’Inter non ha più avuto una squadra tanto profonda e completa in tutti i reparti mentre l’apporto del popolo tifoso è sempre stato encomiabile anche quando la Champions era affare per altri. Stasera San Siro per questo sarà un fattore: saranno 73mila gli interisti a spingere Icardi e compagni all’impresa ricreando quella magia che aveva favorito la rimonta sul Tottenham. Era il 18 settembre e in pochi si sarebbero immaginati di ritrovarsi 49 giorni dopo con una squadra capace di infilare sette vittorie consecutive in campionato, per di più offrendo un calcio sublime (come accaduto a Roma con la Lazio e con il Genoa, complice pure la mollezza dell’avversario). D’accordo, c’è stata pure la sconfitta – inappellabile – di Barcellona, però il Camp Nou è una tassa per tutti: pure nell’epica semifinale della mancata Remuntada l’Inter venne sconfitta per 1-0.

Il Barcellona è però di tutt’altra pasta quando varca gli italici confini, come provano gli scontri con le nostre squadre nell’ultimo decennio, in cui i Marziani non sono poi sembrati tali: il bilancio, 4 sconfitte, 5 pareggi e appena 1 vittoria dimostra come un risultato utile sia stasera alla portata dell’Inter. Questo – a prescindere dalla classifica (un pareggio, accoppiato dal successo del Tottenham con il Psv, lascerebbe comunque decisiva la sfida di Wembley) – darebbe all’Inter un’iniezione di autostima formidabile anche per il campionato, visto che ormai si staglia all’orizzonte lo scontro con la Juve allo Stadium del 7 dicembre. Una gara, quella col Barça, che Spalletti vuole fortissimamente affrontare con Radja Nainggolan nel motore, anche se il belga non è al top e per questo Borja Valero spera ancora in una maglia. È il Ninja l’uomo che dovrà azzannare le caviglie blaugrana. Il che – shakerato con l’effetto San Siro – potrebbe partorire una notte da Grande Inter.

Il divario di gioco all’andata è stato disarmante, ma stavolta a San Siro possiamo giocarcela alla pari: la squadra è galvanizzata, c’è grande fiducia, l’Inter adesso è davvero più solida. Sarà una partita bellissima ma il provvidenziale pareggio negli ultimi minuti tra Psv e Tottenham ha fatto sì che non sia decisiva. Decisivo per me era il derby vinto, importantissimi
erano anche i 3 punti contro con la Lazio». Gad Lerner è tifosissimo dell’Inter e ha l’abbonamento al primo anello del Meazza da una vita, ma contro il Barga stasera non riuscirà ad essere allo stadio: «Però vedrò la partita – precisa il giornalista -: e la vedrò con serenità anche riconoscendo la loro superiorità. All’andata è stata dura, ho guardato la partita avendo bene in mente la semifinale eroica giocata al Camp Nou nel 2010, con Chivu distrutto e Julio Cesar che faceva miracoli. Peccato avere visto giocare Rafinha in quel modo: mi consolo perché era davvero inevitabile non riuscire a tenerlo con noi. Oggi credo molto in Mauro leardi. Ha dimostrato grande maturità rimanendo a Milano: è un vero capitano, un uomo solido. Sono contento della resurrezione di Brozovic e della fantasia italiana portata da Politano, dell’eleganza di Skriniar e De Vrij. Questa è una squadra di cui ci si può davvero innamorare. E dobbiamo ancora godere del miglior Nainggolan, il grande colpo del mercato: Radja non è al massimo ma deve essere preservato perché è una risorsa fondamentale per il futuro nerazzurro».

Ecco da dove si può iniziare con le ricerche:

  1. Australia Special Broadcasting Service;
  2. Austria Österreichischer Rundfunk;
  3. Georgia Georgia Public Broadcasting;
  4. Cipro Cyprus Broadcasting Corporation;
  5. Lussemburgo Radio Television Luxembourg;
  6. Indonesia Rajawali Citra Televisi Indonesia;
  7. Honduras Televicentro;
  8. Grecia Ellinikí Radiofonía Tileórasi;
  9. Irlanda Raidió Teilifís Éireann;
  10. Bosnia ed Erzegovina Radiotelevizija Bosne i Hercegovine;
  11. Birmania Myanmar National TV;
  12. Croazia Hrvatska radiotelevizija;
  13. Finlandia Yleisradio Oy;
  14. Kosovo Radio Television of Kosovo;
  15. Cina China Central Television;
  16. Ecuador RedTeleSistema;
  17. Colombia Radio Cadena Nacional;
  18. Germania Zweites Deutsches Fernsehen.

Pensi al Barcellona e inevitabilmente ti viene un sorriso. Perché il tifoso interista sa bene che quella sera del 2010 fu al Camp Nou che l’Inter vinse la Champions. Anche se era soltanto la semifinale. Lo ammette anche Francesco Molinari, il primo italiano nella storia del golf a vincere un torneo Major lo scorso 22 luglio. «In effetti i ricordi sono legati soprattutto a quella partita e alla sofferenza di quella serata — racconta Molinari — però dopo il 3-1 dell’andata ricordo la fiducia che avevo nel pensare “forse ce la possiamo fare”». Fare un salto a San Siro non è proprio agevole in questo momento: «Purtroppo non potrò esserci, sono a casa a Londra a preparare l’ultimo torneo della stagione e quindi soffrirò davanti alla tv».
IMPRESA Pensiero comunque è che per battere il Barcellona servirà un’impresa e Francesco – che di imprese se ne intende – sa che sarà fondamentale dare il mille per cento e non commettere errori. Perché alla prima distrazione, il Barga ti punisce: «Mi aspetto un’Inter simile a quella vista nelle ultime uscite. Certo, magari un po’ più difensiva perché è l’avversario che te lo impone, però che cerchi di fare male al Barcellona appena ne avrà l’opportunità. Ecco, penso ci voglia la partita perfetta o quasi. E anche un pizzico di fortuna». Magari con un gol di leardi nel finale, come al derby: «Mauro può essere l’uomo decisivo, ma serve una prova perfetta di tutta la squadra».

Ogni minimo segnale viene analizzato con la massima attenzione per cercare di rispondere all’unica vera domanda della vigilia di Inter-Barcellona: «Messi gioca o non gioca?», è il quesito che aleggia intorno ai catalani. Tutti i gesti di Messi entrano nella valutazione. Il sorriso di Leo al momento di salire e scendere dal pullman della squadra all’aeroporto e in hotel (compiendo la stessa operazione, davanti all’albergo a Milano, Piqué ha picchiato una testata contro lo specchietto).

Oppure la fluidità dei movimenti dell’argentino durante il torello sul prato di San Siro nel corso del quale si è toccato più volte il braccio destro. Valverde cerca di nascondere la decisione finale che sarà presa questa mattina dopo un consulto tra giocatore, allenatore e staff medico. Al momento sembra probabile che il numero 10 parta dalla panchina per entrare nel secondo tempo solo se lo richiederà l’andamento della partita. La sensazione, tra gli addetti ai lavori blaugrana, è che Messi abbia voglia di giocare, come sempre. Ma Valverde invita alla prudenza (la tempistica del recupero inizialmente era fissata per domenica prossima): «Aspettiamo di vedere come va l’allenamento – dice l’allenatore blaugrana – Leo è arrivato al punto di essere disponibile. Ma ovviamente deve giocare solo con la sicurezza di non correre rischi di farsi nuovamente male. Non vogliamo correre pericoli.

Leo deve conoscere le sue sensazioni e capire che livello di sicurezza ha». Una domanda dopo l’altra, Valverde si trincera nel lapalissiano: «Messi può giocare dal primo minuto, andare in panchina ed entrare, entrare in panchina e non entrare, oppure finire in tribuna. Vediamo. Davvero mi chiedete se è necessario recuperare Messi? Sul serio? Certo che lo è. Quantomeno per essere uno in più».

Al momento sono favoriti in attacco i due ex interisti Rafinha e Coutinho nel tridente con Suarez centravanti. Dubbio più consistete: il ballottaggio tra Arthur e Vidal per un posto a centrocampo. C’è anche una minima possibilità di vedere il cileno al posto di Rafinha in attacco, ma sono nettamente in vantaggio le azioni di Rafinha che torna a San Siro da apprezzato ex. Valverde immagina una partita molto aperta: «Noi e l’Inter preferiamo dominare il gioco. Mi immagino che l’Inter possa essere più aggressiva rispetto al Camp Nou perché davanti al proprio pubblico può avere maggiore identità, come ogni squadra. Sarà importate fermare Icardi e Nainggolan che tira, si inserisce e pressa molto. Ma ripeto che la partita sarà decisa da chi riuscirà a controllare il gioco al di là delle individualità». Serafico Valverde quando gli viene riportata la frase di Spalletti che invidia il Barcellona, capace di vincere le partite senza ritiri e con appena 10 minuti di riscaldamento: «Se bastasse questo, potrebbe farlo anche lui. Scherzi a parte, ogni squadra ha la sua routine. Mi piace molto l’atteggiamento dell’Inter. Noi vogliamo vincere senza fare troppi ragionamenti su primo o secondo posto nel girone perché non ci sono ancora squadre qualificate. Di sicuro è una buona situazione arrivare alla quarta partita del girone con una classifica così».

L’unico elemento in grado di rubare un po’ la scena a Messi in conferenza stampa è stata l’iguana di Icardi. Ne ha parlato Sergi Roberto, compagno di appartamento di Maurito ai tempi della cantera blaugrana. Il calciatore del Barcellona ha confermato che l’attaccate argentino teneva un’iguana in casa. Particolare che ovviamente faceva molto ridere nello spogliatoio delle giovanili a La Masia: «Per fortuna l’iguana era molto tranquilla. E Mauro la teneva in una teca senza liberarla mai», racconta divertito Sergi Roberto (adesso il capitano interista sta pensando a uno squalo per l’acquario di casa). Questa sera invece gli occhi saranno tutti per la Pulce più famosa del mondo: «Siamo contenti che Leo sia con noi», dice Sergi Roberto. Appuntamento alle 21 per capire con quale opzione tra campo, panchina o tribuna.

Uno è toscano di scoglio, l’altro di collina. A quelle latitudini si vive di punzecchiature, battutine e ironia. Così, nella coda di un’affollatissima conferenza stampa, Luciano da Certaldo fa l’occhio furbo quando gli viene chiesto cosa pensasse delle esternazioni di Massimiliano Allegri. Il quale, per chi se ne fosse dimenticato, aveva detto che il Barcellona è favorito per la Champions mentre l’Inter è fatta e costruita per vincere lo scudetto. «Un giochino che si fa in questa professione è tentare di creare più attenzione possibile verso gli altri – ha sorriso Spalletti – Loro sono più forti di tutti e probabilmente il campionato lo rivinceranno, a meno che non trovino una squadra che fa cose incredibili. Per quanto riguarda la Champions, sono d’accordo: la Juve ha delle potenzialità, ma il Barça è fortissimo».

Barcellona che stasera dovrà far fronte all’urlo dei 73.500 di San Siro: «Questa è l’occasione per vedere se possiamo davvero giocare contro chiunque: quando si parla di Barcellona, si parla di livello più alto di difficoltà che si può avere quando si va a fare questo gioco. Questa è una partita che ti dà il lasciapassare per andare a confrontarti con tutte. E un’Inter al 100% basta per batterli». In tal senso, la lezione dell’andata può essere utile: «Non dobbiamo ammucchiarci davanti all’area perché, per uscirne, dovremmo avere giocatori con la gamba per fare cento metri. Gli spazi poi saranno stretti e i tempi di ragionamento corti anche perché sappiamo che loro, quando la palla l’avremo noi, verranno ad aggredirci: lì c’è da esibire personalità e qualità. La qualificazione ce la dobbiamo ancora guadagnare tutta e abbiamo di fronte partite difficilissime. Però ora dipende da noi e questo deve darci il massimo della tensione».

João Mario è rinato. O forse è ancora presto per dirlo. Di sicuro deve ancora dimostrare di valere quanto l’Inter investì su lui due anni fa, i famosi 45 milioni. Dall’estate ha cambiato atteggiamento, ha lasciato Kia Joorabchian, ha instaurato un migliore rapporto con Luciano Spalletti e adesso sembra sulla strada giusta per brillare nell’Inter. «Sono molto felice, dopo tanto tempo senza giocare è una bella sensazione tornare a San Siro e sentire il calore del pubblico», afferma il portoghese raggiante a fine partita, tra selfie e autografi con i tifosi dell’Inter che lo aspettavano.

La storia della rinascita comincia il giorno dopo il mondiale. João giocò sottotono col Portogallo, spesso sostituito a gara in corso e criticato in patria, dove aveva sempre ricevuto il massimo sostegno. La fama dell’Euro 2016, quando fu uno degli eroi del titolo, era decisamente appannata e il calciatore capì che doveva dare una svolta alla sua carriera. La chiamata di un top club inglese in cui tanto credeva non è mai arrivata, e Kia non fu capace di portarlo al West Ham o all’Everton, club che si erano interessati a inizio mercato. Perché? Un po’ per le ovvie richieste economiche dell’Inter, ma la sensazione reale è che l’agente possa avere spinto di più per il trasferimento di altri suoi giocatori. Da luglio, i due non si sentono più regolarmente e il contratto, scaduto a settembre, non è mai stato rinnovato. Il telefono però ha continuato a squillarle per tutta l’estate. Intermediari con proposte per il giocatore dell’Inter, ma solo i club turchi erano disposti a soddisfare le pretese dei nerazzurri. E nonostante offerte di stipendio ben superiori, il portoghese ha cortesemente rifiutato. Troppo rischioso scendere così di livello, ma rimanere all’Inter poteva significare non vedere mai il campo. João Mario sapeva di rischiare comunque, ma ha deciso di riprovare con il nerazzurro.

Lasciato l’albergo dove passò l’estate, cambia quartiere e va a vivere in centro, zona Porta Nuova, vicino a Miranda e tanti altri nerazzurri. Si vede soprattutto con i brasiliani Miranda e Dalbert. A casa la compagnia dell’amico di sempre (Jean) serve a stemperare la saudade. Intanto i collaboratori di Kia non lo visitano più come prima e João ha smesso di rispondere alle chiamate di tutti gli agenti con proposte per gennaio. «Dal momento che il mercato s’è chiuso, non ho voluto più distrazioni, ho deciso di rimanere qui al 100% e di dedicarmi solo all’Inter. Non mi pento di essere rimasto anche se per tanto tempo non ho giocato, ora sono felice». E il destinatario della dedica con cuore dopo il gol siglato al Genoa «è una persona speciale, tutto qui». Chissà pure lei non abbia avuto una influenza positiva nella rinascita.

Intanto, l’Inter parte male in campionato, ma si riprende e Spalletti sa che con gli impegni di Champions, uno come João Mario può essere utile. Il club prepara il ritorno, cercando di rimediare la famosa intervista polemica dell’estate, allorquando lui affermò di non volere mai più tornare all’Inter. Intervistato da Sky ammette l’errore. E’ un deciso passo indietro del giocatore e la strategia è chiara: presto tornerà in campo. Il rapporto con Spalletti continua a migliorare, i due si parlano e si confrontano sempre di più su tattiche e posizioni in campo. Nelle partite è spesso chiamato a fare riscaldamento, ma non entra mai. Non s’arrabbia, testa bassa e lavoro. Aspetta il giorno dell’esordio ufficiale in questa stagione, che arriva a Roma, contro la Lazio, quasi dieci mesi dopo l’ultima volta con l’Inter (il 5 gennaio a Firenze). Contro il Genoa con due assist e mezzo oltre al gol, gioca la sua migliore partita in nerazzurro. Gioca con intelligenza, perde poche palle e lancia l’attacco dell’Inter in diverse occasioni. Adesso non è solo un’alternativa, ma è pronto a mettere Spalletti in difficoltà. In Nazionale sarà probabilmente convocato per le sfide con Italia e Polonia, però non cede a facili entusiasmi. «So bene che il calcio vive di momenti, sono contento per gli applausi dei tifosi, ma per ora non penso a niente, penso solo a continuare a lavorare e lottare per giocare di più». Stasera sarà un “semplice” spettatore di Inter-Barça, ma intanto si è ripreso l’Inter. A volta, la pazienza è il migliore alleato.

Se il match del Camp Nou gli è servito per togliersi di dosso quel briciolo di tensione che inevitabilmente doveva avere al primo incrocio con la sua ex squadra, quella di stasera a San Siro ancora contro il Barcellona deve essere “la” gara di Mauro Icardi. Insieme a Napoli-Psg è la partitissima del martedì di Champions e, con Messi in panchina, tutti avranno occhi per Mauro Icardi, atteso del duello a distanza con il “Pistolero” Suarez e più in generale con un Barça che di esperienza a certi livelli ne ha infinitamente di più rispetto a lui e all’Inter. Tra le due società non c’è confronto neppure a livello di fatturati, di trofei vinti, di valore della rosa e di monte ingaggi, ma su alcuni aspetti prettamente numerici Maurito e i nerazzurri possono guardare i blaugrana dritti negli occhi, senza avere paura. Anzi, forti di un rendimento finora migliore. Ecco perché nello spogliatoio l’idea di provare la grande impresa è forte. Non si tratta di presunzione, ma della consapevolezza di avere buone carte da giocare, abbinata con semplici calcoli di classifica: l’unico modo per poter andare a Londra, dopo la prossima sosta, e sfidare il Tottenham con la mente libera (ovvero potendosi permettere anche di perdere), è conquistare i tre punti stasera. Una situazione che farebbe molto comodo in un momento cruciale della stagione, siamo in pieno tour de force.

MARCATORI DIVERSI. Il Barcellona nel suo dna ha l’essere una macchina da reti e anche in questo inizio di stagione non si è smentito. Nei 16 incontri ufficiali disputati, gli uomini di Valverde hanno realizzato 43 gol, ben 18 in più rispetto all’Inter (che ha giocato 2 match in meno), ma hanno trovato la porta con 11 diversi marcatori contro i 12 nerazzurri. Spalletti, dunque, ha un numero maggiore di bomber anche se stasera gliene mancheranno 2: Joao Mario e Gagliardini fuori dalla lista Champions. Da una parte il miglior realizzatore è Leo Messi, già a quota 12 centri stagionali a dispetto della frattura al radio che gli ha fatto saltare gli ultimi 4 incontri. Icardi è a 8 e lui, stavolta per scelta tecnica, non ha preso parte alla goleada di sabato contro il Genoa. Entrambi di Rosario, entrambi accomunati dall’esperienza in Catalogna (fu Leo a convincere Mauro a dire di sì al Barça con una cartolina da lui firmata che conteneva l’invito a raggiungerlo), hanno condiviso poche esperienze in nazionale perché dopo il Mondiale la Pulce non ha più fatto parte dei convocati. E siccome inizialmente il fuoriclasse del Barcellona partirà in panchina, il derby sarà magari rimandato alla ripresa. Diverso il discorso con Suarez che però ha molta più conoscenza di Champions di Mauro: il confronto a distanza con il centravanti dell’Uruguay, che sabato ha segnato nella Liga e che nel turno precedente aveva steso con una tripletta il Real Madrid, potrebbe stimolare non poco il numero 9 nerazzurro che in tribuna come al solito avrà a tifare per lui la moglie-agente Wanda Nara.

DIFESA DI FERRO. E poi c’è il discorso relativo ai gol subiti: l’Inter nei 5 principali campionati europei ha la migliore difesa insieme a quella dell’Atletico Madrid (6 reti al passivo in 11 giornate). Il Barcellona ha fatto decisamente peggio e ha concesso di più, ma i blaugrana sono comunque primi sia nella Liga sia nel girone di Champions e allora per Valverde non deve essere poi un dramma subire qualche gol di più. Anche perché in Europa due volte su tre hanno tenuto la porta inviolata, mentre l’Inter, nonostante i 6 punti conquistati, non c’è mai riuscita. «Anche se in campionato abbiamo 4 punti in meno dello scorso anno – ha detto Spalletti – avere 12 marcatori diversi e la miglior difesa del torneo testimonia che siamo in crescita in una Serie A che si è livellata verso l’alto. Stiamo proponendo un calcio migliore e stiamo lavorando bene».

Ecco la Notte che farà storia. Prima ancora di far rotolare il pallone? Sì, lo assicura il cassiere. Inter-Barcel- lona riempirà San Siro come un uovo e farà segnare il record d’incasso: 5,8 milioni. La cornice non potrebbe essere più lussuosa, aspettiamoci un quadro all’altezza. Sette vittorie di fila in campionato hanno caricato a mille l’ambiente nerazzurro. Il sacco di Roma (Lazio) e la cinquina al Genoa hanno alimentato la fede nella rivincita, perché la partita del Camp Nou è stata l’unica perla guasta della collana recente: una sconfitta che è stata una lezione di calcio; una supremazia che andava ben oltre i due gol segnati dai catalani. Ieri lo ha ricordato anche Spalletti: «A Barcellona non siamo riusciti a tenere palla a lungo quando lo riconquistavamo.

Dovremo fare meglio». Questo si aspetta anche il popolo di San Siro. Con una vittoria e un pari tra Psv e Tot- tenham gli ottavi sarebbero certi; un punto consentirebbe di gestire il vantaggio sugli Spurs. Ma l’orgoglio pretende altro: restringere la forbice che si è spalancata al Camp Nou; dimostrare di non essere troppo lontani dal cielo del Barcellona. Questo proposito condizionerà il piano tattico dell’Inter. Spalletti vuole andare a riprendersi la luna che Vaiverde gli ha nascosto in Spagna per 90’. Stavolta chiede ai suoi di non farsi strappare il giocattolo dai piedi e di divertire.

TUTTI AVANTI II tecnico del- l’Inter ieri lo ha detto chiaro: «Aspettare non mi sembra giusto. Siamo partiti un anno e mezzo fa. La direzione di lavoro è giusta». Cioè verso un calcio di aggressione e possesso, come quello che ha fruttato nel derby e contro la Lazio. «Correre in avanti – spiegava Spalletti -. Poi se la pressione è fatta male, voltare il culo e scappare indietro». Correre in avanti come fa il Barcellona da una vita. «E’ un esempio per tutti». A forza di praticare questi valori, una squadra per forza di cose cresce in personalità e coraggio. E’ questo che cerca Spalletti. Nel 2010 Mourinho non aveva osato tanto. Anche lo Speciale era stato sculacciato da un 2-0 al Camp Nou nel girone di qualificazione. Mesi dopo, alla vigilia della semifinale d’andata lo Speciale proclamò: «Loro sono bravi come prima, ma noi siamo cresciuti». E il giorno dopo a San Siro disegnò la partita perfetta e mostrò un’Inter bella come mai. Svantaggio diPedro, poi la grandinata di Sneijder, Maicon e Milito. Così bella nel ricordo da sembrare dominatrice e invece Mou ebbe solo il 30% di possesso, meno di Spalletti al Camp Nou (32,9%). Ma all’Inter bastò quel 30% di pallone tra i piedi per spendere la qualità dei suoi tanti campioni: Sneijder, Milito, Eto’o… Nel restante 70% incartò il Barga con un’organizzazione perfetta, con l’arte tattica di Thiago Motta e Cambiasso, con la disponibilità al sacrificio di Eto’o, un Re Leone in fascia. Il Barcellona tirò di più in porta, ma in una

Mou per poter vivere d’attesa e meditare la guerriglia di una giocata. Perciò proverà ad incartare il Barcellona con il collettivo: assaltando i temutissimi terzini prima che possano fare male, braccando le linee di passaggio per non fare divampare il palleggio di Arthur&co, soffocando gli spazi con una linea difensiva alta. Impresa non facile contro animali da possesso e punte che sbranano la profondità, ma esistono imprese facili? Un bel test per la migliore difesa della serie A, una delle meno violate d’Europa. Anche senza Messi che pare destinato a restare lo spauracchio della vigilia. Spalletti dovrebbe confermate il 4-3-3 con il recuperato Nainggolan che permette ben altro pressing rispetto al Camp Nou. Ma il Ninja, convalescente, può già reggere lo sfiancante mestiere da interno? Se la risposta sarà «no», vedremo l’Inter con il 4-2-3-1 e Nainggolan trequartista spedito a sporcare l’impostazione di Busquets e ad attaccare l’area in fase di possesso. La mediana a 3 e i due esterni più stretti, come col Genoa, dovrebbero rinvigorire il palleggio striminzito visto a Barcellona e consentire a Brozovic di avere attorno a sé più opzioni di scarico. A Polita- no e Perisic, che in una cornice di lusso potrebbe finalmente risvegliarsi, il compito di armare leardi. A Vecino e Nainggolan la missione di assaltatori. A De Vrij e Skriniar quella di incursori aerei sui calci da fermo.

LATO DEBOLE In 11 partite la difesa del Barga ha subito 8 gol più dell’Inter, due anche dal Rayo Vallecano, penultimo, sconfitto solo al 90’. Anche nel Clasico, dominato, il Barcellona, sul 2-1, ha concesso un palo e 4 occasioni al Reai. Non è una squadra perfetta e la difesa è la parte più imperfetta. Per questo il piano di Spalletti di tenere palla da quelle parti, pur se audace e rischioso, ha un senso. Alla vigilia della semifinale del 2010 chiesero a Manolo Jimenez, tecnico del Siviglia, l’unico ad aver battuto Guardiola fino ad allora, come si piega il Barcellona. Rispose: «Andando oltre il limite e mostrando le 7 virtù calcistiche: talento, intensità, pazienza, impegno, organizzazione, equilibrio e solidarietà». Il consiglio resta valido. Così come la coreografia che copriva la Nord: «Madrid, andiamoci insieme».

Ci vuole coraggio e un po’ di faccia tosta per reggere il confronto contro un 4-4-2. No? Il Barcellona non gioca così? Errore: 4,4 e 2 sono i gol segnati in serie dalla squadra di Vaiverde nelle prime tre giornate di Champions, 10 totali, miglior attacco del torneo, che fanno scopa con i 31 gol della Liga, roba da tre di media poco più (in Europa) o poco meno (in Spagna). Ok, qui finisce il «giochino» – per dirla alla Spalletti – di esaltare gli altri per eventualmente accrescere i propri meriti. Giochino superfluo, perché alla difesa dell’Inter i meriti sono universalmente riconosciuti.

NUMERI Skriniar, De Vrij e Miranda sono tre killer con il piede pulito. Si sono divisi i sei gol subiti in 11 giornate di campionato, un numero che fa impressione. Tanto per capirsi: solo altre 10 volte nella sua storia l’Inter è riuscita a fare altrettanto, a subire così poco, divertendosi un mondo nel non far divertire gli altri. La tendenza si capisce meglio se allargata ai cinque campionati top d’Europa: solo Manchester City (4) e Liverpool (5) si sono arrampicati più in alto. Oggi far gol al- l’Inter è diventato difficile, materia complicata per gli avversari se la tendenza di Luciano Spalletti non è occasionale, ma racconta di sette clean sheets (ovvero di partite senza subite reti) nelle ultime 19 partite stagionali. Non tutto si può capire, ma tutto si può provare a spiegare : De Vrij, Skriniar e Miranda formano nei fatti un reparto ad altezza Champions. «Questi numeri qui – racconta Spalletti – evidenziano quanto l’Inter stia facendo meglio rispetto allo scorso campionato, che è salito di livello se paragonato al passato». Un appunto, però: in Champions i tre supereroi devono ancora entrare in scena. In Europa l’Inter non è riuscita a chiudere la porta di

Handanovic, difetto che è costato poco o nulla in termini di classifica. Contro il Barcellona stasera la difficoltà sarà doppia: non subire reti, ok. Ma soprattutto riuscire ad accorciare il campo avendo il coraggio di lasciarsi molti metri alle spalle. Così pensò Spalletti, così sono chiamati a eseguire stasera De Vrij e Skriniar, con Miranda destinato (almeno inizialmente) alla panchina.

RIVINCITA E poi c’è una questione personale da sistemare. Skriniar è stato il peggiore al Camp Nou, deludente nelle letture di gioco più che nei duelli. È obbligatorio pensare di dover far meglio, contro la squadra che (insieme con il Manchester United) gli fece girar la testa alla fine dello scorso campionato. Il Barga parlò con l’agente del difensore, l’Inter fu pure informata dell’interesse ma Ausilio non aprì neppure la porta. Eppure c’erano 60 milioni di motivi per ascoltare. Quell’offerta non è ancora svanita. Sì, il Barga si è poi rivolto altrove, andando a prendere Lenglet. Ma nella testa di Skriniar – e soprattutto del suo agente – quell’interesse è ancora attuale, almeno per quanto riguarda la (complessa) trattativa per il rinnovo di contratto. C’è ancora parecchio da fare, per avvicinare l’offerta dell’inter da 2,5 milioni alle richieste da oltre 3 del difensore. Nessun incontro recente, nessun aggiornamento, nessun passo in avanti. Non è questo il tempo di discutere e distogliere il pensiero dal campo. Dal Barcellona. E da un reparto difensivo che – questo sì – non teme confronti troppo sbilanciati con l’Inter del Tri- plete 2010. Serve la controprova: con o senza Messi non c’è grado di difficoltà superiore. Coraggio, allora: il 4-4-2 si può anestetizzare.

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