Non concordiamo con l’avvio della fatturazione elettronica, e le ragioni sono molte. Partendo dal fatto che questa procedura non semplifica ma, anzi, rende ancor più difficoltoso un procedimento, e vedremo cornee perché.

Il Garante per la Privacy, per la prima volta da quando è stato varato il regolamento europeo, ha esercitato il potere di avvertimento e correttivo, eccependo criticità per ciò che concerne il tema dei dati personali e della privacy di milioni di italiani. Roba grossa.

I dubbi sollevati dal Garante Privacy sono leciti e condivisibili. In sintesi, si chiede al governo come si intenda proteggere i dati personali, e quindi la privacy dei cittadini, dal momento che – secondo la normativa appena avviata a livello nazionale – attraverso la pubblicazione integrale delle fatture digitali, che saranno obbligatoriamente inserite in bella mostra sul sito dell’Agenzia delle Entrate, tali dati saranno alla portata di tutti.

Prima grossa criticità che non va assolutamente sottovalutata. Mostrare a tutti chi ha acquistato cosa e quando, fornendo anche i dati personali completi a chiunque acceda al sito del Fisco, cozza clamorosamente con la tutela del diritto alla privacy. È talmente palese da non riuscire a trovar nulla da eccepire su questo criterio.

Questa fretta di avviare la fatturazione elettronica, descritta in pompa magna come la «soluzione migliore per semplificare la vita a imprese, professionisti e cittadini e contrastare le frodi fiscali» e per «abbattere i costi relativi alla carta e alla stampa delle fatture» varata dal governo Renzi che l’ha, di fatto, inserita nella legge di bilancio emanata nel 2017, recepisce una direttiva UH in tema di digitalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi. Fin qui, nulla di male.

Pochi però sanno, per esempio, che l’Italia è l’unica nazione europea ad aver introdotto mia misura modificata rispetto al resto d’Europa.

Nel nostro paese la legge impone anche ai privati di emettere fattura elettronica, mentre nelle altre nazioni europee questa misura è opzionale, almeno per ora. Per ottenere che i privati rientrassero nella normativa appena introdotta, il governo italiano ha dovuto chiedere addirittura una deroga alla Commissione Europea.

Non sarà che in realtà s’intenda ottenere altro rispetto alla semplificazione dei processi amministrativo-fiscali, dell’abbattimento del rischio di frodi e del risparmio di carta e inchiostro per le stampanti? Chi vuol gabbare il fisco può utilizzare il vecchio metodo del “dimenticare” la fatturazione. Non è digitalizzando il processo di fatturazione che si scovano i furfanti.

Con l’introduzione di questa innovativa si ottengono molti dati sensibili in poco tempo, c questi dati sensibili oltre a tener traccia di una serie di azioni che i cittadini compiono, come per esempio acquisti di servizi e beni di vario genere, possono essere utilissimi ai governi, al fisco, alle stesse imprese, per avere un quadro più definito degli individui, delle loro scelte, delle loro abitudini. Più in generale, si ottiene il quadro completo di un contribuente, che ha già dovuto cedere – nel corso del tempo – ampie porzioni di libertà individuale riferita alle abitudini quotidiane.

A ben guardare, la complessità emergente già agli albori dell’introduzione di questa misura, deve far riflettere su un paio di punti. 11 primo è che in Italia vige un sistema economico e fiscale particolarmente complesso, che è a monte del problema dell’evasione fiscale. Nelle nazioni in cui il Fisco è realmente semplificato, le frodi arrivano a percentuali risibili Il secondo punto critico è dato dal fatto che, rendendo ancor più difficoltoso il procedimento di fatturazione, che comprende l’invio all’Agenzia delle Entrate, che si deve occupare della conservazione e pubblicazione delle fatture, oltre che dell’azione di controllo e verifica, si mettono in campo ulteriori criticità in seno al criterio di garanzia dei dati personali.

Non basta ancora. Chi ha provato ad accedere al sito istituzionale dell’Agenzia delle Entrate, volendone utilizzare i servizi fruibili online, può confermare come di tutto si possa parlare tranne che di “semplificazione”. Solo per ottenere le credenziali per entrare sul sito, è necessario compilare un modulo online fornendo i propri dati personali e patrimoniali. Se si è compilato il modulo in maniera congrua, senza mentire sul patrimonio e sulle ultime dichiarazioni dei redditi presentate, si ottiene la prima parte del PIN. Per ottenere la restante parte, e la password, si devono attendere circa 15 giorni che arrivi, in formato cartaceo, all’indirizzo di casa. Alla faccia della semplificazione! Un delirio…

Meglio chiedere aiuto a un Centro di Assistenza Fiscale o al commercialista, non vi è alcun dubbio, ma a questo punto ecco che scatta un’altra complicazione. ICAF e gli studi dei commercialisti sono già presi d’assalto da privati cittadini, professionisti e piccole imprese, che non avendo capito un fico secco di come funzioni questa “semplificazione” si recano presso questi professionisti, chiedendo chiarimenti o cedendo deleghe a operare per loro conto. Tutto questo crea un aggravio, da un lato per ciò che riguarda il tempo perso dai professionisti in questione, dall’altro per quanto concerne una maggiore spesa economica che il contribuente dorrà affrontare per avvalersi della consulenza di coloro che operano nel settore.

Non a caso in Sardegna la Confcommercio Nuoro Ogliastra ha aperto un “Pronto soccorso fattura elettronica” con lo scopo di soccorrere le imprese e i cittadini che si trovano nel caos totale a causa di questa “semplificazione’’. Certamente ne nasceranno altri, e si creerà un indotto creato dall’introduzione di una legge che peggiora le cose invece di migliorarle. Preferiamo tornare ai vecchi tempi, quando bastava far le cose in maniera semplice davvero: carta, penna e calamaio. Al massimo ci si potevano sporcar le mani di inchiostro, e se i conti non tornavano, si rifacevano…

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here