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Alcol, 700mila adolescenti sono bevitori a rischio

Non è la prima volta che suona il campanello d’allarme per l’abuso di alcol, ora però è diventato chiaro quali sono le categorie più vulnerabili: gli anziani e i giovani, anzi i giovanissimi, perché l’età in cui si sperimentano i primi drink alcolici continua ad abbassarsi. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità presentati in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2019, che si è tenuto il 15 maggio, parlano infatti di 8,6 milioni di bevitori a rischio, con un picco tra gli adolescenti di 16-17 anni e gli over 65. «In Italia 700 mila minorenni consumano alcol in maniera eccessiva, il che è inaccettabile perché la legge vieta vendita e somministrazione di bevande alcoliche agli under 18», avverte il direttore dell’Ona (Osservatorio nazionale alcol) dell’Istituto Superiore di Sanità, Emanuele Scafato. «Il primo contatto con l’alcol avviene per il 10 per cento dei ragazzi già a 11-12 anni, con conseguenze devastanti », rincara la dose il professor Luca Bernardo, direttore di Casa pediatrica e del Centro dedicato al disagio adolescenziale dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Non è un’affermazione di poco conto, poiché dovrebbe essere ormai risaputo che bere quando si è così piccoli non solo è vietato, ma può provocare danni cerebrali. «L’alcol, soprattutto quando se ne abusa, ha effetti dannosi per i neuroni sul versante psichico e cognitivo, con una riduzione delle performance intellettive e relazionali», spiega infatti Bernardo. Non a caso, secondo le linee guida dei Larn del 2014 (i livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia elaborati dalla Società italiana di nutrizione umana), i ragazzi fino a 17 anni non dovrebbero toccare alcun tipo di bevanda a gradazione alcolica, nemmeno la birra per intenderci, dal momento che non hanno ancora la capacità di metabolizzare l’alcol. «A partire dai 18 anni le indicazioni dei Larn prevedono un consumo moderato: due bicchieri al giorno al massimo per i ragazzi e uno per le ragazze», precisa Emanuela Bologna, ricercatrice Istat presso il Servizio Registro della popolazione, statistiche demografiche e condizioni di vita. Per due bicchieri al giorno, ovviamente, non si intendono i superalcolici. Guardando più nel dettaglio i dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica si scopre che negli ultimi dieci anni è cresciuto, in particolare fra le ragazze, il fenomeno del binge drinking, cioè l’abbuffata alcolica durante la quale si tracannano sei o anche più bevande alcoliche. «Nella fascia d’età compresa fra 16 e 17 anni la quota dei bevitori smodati è dell’8,1 per cento, contro una media generale del 7,5, e sale al 35,6 fra i giovani dai 18 ai 24 anni che vanno spesso in discoteca», aggiunge Bologna.

tiamo assistendo a un cambiamento dei modelli di consumo di alcol, che si avvicinano sempre più a quelli nordeuropei: non si beve più come un tempo in casa e durante i pasti, in maniera moderata, ma nelle serate con gli amici, e in dosi sempre più massicce. Ecco perché la diminuzione generale del consumo di alcolici registrata nel nostro Paese negli ultimi anni non si traduce in un reale vantaggio. Del resto, anche l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha messo in guardia recentemente sulla gravità del problema, ricordando che nel mondo oltre 3 milioni di persone all’anno muoiono per cause legate all’abuso di alcol, 1 milione se ci si concentra sui Paesi europei (dati del 2016). Molti degli incidenti stradali e degli infortuni avvengono infatti quando si è sotto l’effetto dell’alcol, così come i suicidi, per non parlare delle diverse patologie che sono collegate a un uso eccessivo: dai tumori alle cirrosi epatiche, fino alle malattie mentali e a quelle cardiovascolari. E i giovani pagano il prezzo più alto, perché il 13,5% dei decessi prematuri fra i 20 e i 39 anni dipende proprio dall’abuso di alcolici. «Sempre più spesso nei pronto soccorso arrivano ragazzi in coma etilico, e non solo delle grandi città», sottolinea Bernardo. Quando si beve in grandi quantità, infatti, il fegato non riesce più a metabolizzare in modo corretto l’alcol. In tutto questo, i genitori non sono esenti da responsabilità, perché tendono a giustificare i figli, minimizzando spesso il problema: «Giustificarli però non serve: piuttosto bisogna stare accanto a questi adolescenti, che sono più fragili e annoiati rispetto al passato », aggiunge Bernardo.

L’ambiente familiare influenza comunque le abitudini delle nuove generazioni, perché un adolescente o un giovane su 4 (il 24,4 per cento della fascia d’età fra 11 e 24 anni) presenta un comportamento rischioso nel consumo di alcol se ha almeno uno dei due genitori che beve in maniera smodata. Ma perché si sottovaluta la pericolosità dell’alcol? Uno dei motivi è legato alla rappresentazione positiva di questo prodotto nella società: «Gli alcolici compaiono in pubblicità attraenti per i giovani, ma anche nelle fiction e nei cartoni animati», dice Scafato. E poi c’è una questione economica: buona parte dei ricavi dei locali pubblici derivano dalle bevande alcoliche e, come ha messo in evidenza una recente indagine promossa dal Moige (Movimento italiano genitori), il 67 per cento gli esercenti non chiede la carta d’identità e il 40-50 per cento dà da bere a minori già ubriachi. Insomma, c’è ancora molto da fare, compreso sfatare i luoghi comuni, primo fra tutti quello che “il vino fa buon sangue”, convinzione con la quale molti di noi sono cresciuti.

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